Melodì: B & K

Le due artiste che sto ascoltando di più in questo periodo, i miei due amori musicali più importanti.

Quando il corpo è fragile tenta di recuperare le forze a cominciare dallo spirito, cui nulla fa più piacere che ritrovare vecchi amori intatti; si ricorda infatti di quei momenti felici cui per caso fu associata qualche frammento della discografia di entrambe le Queen.

La musica classica ha raggiunto un punto di saturazione. Ho bisogno di spensieratezza e brevi melodie semplici, come furono le epoche più felici del mio passato.

Non è abbastanza

Anni fa di questi tempi scrivevo come se qualcuno dovesse davvero prendere interesse in quello che scrivo. Stavo guarendo, e tutto mi sembrava meraviglioso; ed era davvero meraviglioso, dalla terrazza dove mi rifugiavo per guardare sorgere il sole o le stelle fino alla preparazione della tazza di tè con cui facevo colazione.

Oggi sto guarendo di nuovo, ma le giornate sono più piene di cose estranee quali un lavoro lontano (mal) retribuito affianco e per conto di persone meno che mediocri, così il meraviglioso piccolo universo che è la parte di Colvetero rimane a giacere in fondo ai pensieri, senza occasione propizia di riversarsi in qualche recipiente bianco. Secondo lo zen sto cadendo nella ruota infernale di samsara e dell’ego, dovrei lasciarmi gli eventi cadere addosso e scorrere via come la pioggia. E lo farò, tanto più che ormai manca poco più di un mese alla fine di quest’esperienza che definire orribile non s’avvicina che di poco a descriverla: non è orribile, è frustrante e logorante, che forse è anche peggio. Ecco forse perché non riesco a riprendermi completamente dalla riacutizzazione della malattia: il mio corpo si rifiuta di farsi andare bene questa occupazione, che in se stessa non sarebbe affatto orribile, anzi, mi piacerebbe pure svolgerla in un altro contesto; sono le persone intorno che la rendono frustrante. Si tratta di un gruppo di trenta-quaranta-cinquantenni al massimo grado di borghesizzazione spirituale: tutti sistematicamente sposati e/o con figli la cui idea di divertimento estivo consiste nel girare il centro commerciale con la famigliola di sabato e la domenica spaparanzarsi sul solito lettino nel solito stabilimento.

In questa situazione, uno che tende alla depressione come me – e non lo dico tanto per dire, il dottore del pronto soccorso che mi visitò a marzo mi consigliò fortemente di consultare uno psicologo perché dalla mia espressione vedeva la depressione dove io non avevo saputo o voluto reprimerla, perché la voce interiore più forte diceva sempre: ‘stai per iniziare un nuovo lavoro, hai una famiglia che ti supporta, non ti manca niente, che motivo hai per essere depresso?’; e infatti avevo già provato varie volte di affondare il coltello nei polsi, ma poi faceva troppo male, e di dolore già ne provavo molto proveniente dall’intestino, quindi da codardo quale sono non ho mai avuto il coraggio di continuare con gli esperimenti affilati – deve attingere a tutte le forze che ha per prendere la macchina e salutare con un sorriso quella mediocrità malsana che si respira insieme all’odore di prodotti di pulizia generici.

Credo di aver capito a cosa il mio intestino si sta ribellando, oltre all’aria condizionata in ogni singolo ambiente chiuso: al lavoro che sto correntemente svolgendo. Il mio corpo non sopporta di dover incontrare alcune di quelle persone ogni mattina e di doverci condividere otto ore della giornata, compreso il pranzo. Ovviamente ci sono dei lati positivi nell’avere un’occupazione: non sono costretto a girovagare per casa tutto il giorno e impazzire come un animale in gabbia. Stavo per elencare tra i vantaggi anche il fatto che l’azienda mi da un rimborso spese, ma mi sono reso conto a una riflessione più profonda che questo non è un vantaggio: essendo un’azienda dagli utili a otto cifre, a malapena fa il proprio dovere. Il mio ‘contratto’ scade il 9 agosto, che è lontano quarantaquattro giorni: un mese e due settimane. Solo allora smetterò di prendere il cortisone.

Contro i cantastorie

In tanti anni di onorato servizio gratuito nella rete, tra lotte intestine – nel senso di vere e proprie battaglie che si svolgevano all’interno del mio intestino – e rivincite del fegato sulla tastiera in cui si riversa un po’ di quel vecchio e sano antagonismo tra apollineo e dionisiaco, ora finalmente sopraggiunge a confortarmi del tempo sperduto un’illuminazione a caratteri cubitali:

STAI ALLA LARGA DAGLI STORYTELLER!*

*specie se di madrelingua italiana o presunta tale!

si necessitano ulteriori glosse?

è presto detto: gli storyteller, d’ora in avanti cantastorie, sono persone all’apparenza a modo la cui professione e/o lavoro spesso ricade nelle categorie cosiddette creative ma che in realtà hanno poca o punta utilità sociale, il cui sogno proibito è calcare i palchi dei TedTalk, sul solco della tradizione iniziata da quel marrano neocapitalista di Steve Jobs, per ispirare le ccciovani cccenerazzioni a ‘inseguire i propri sogni’, e il cui sorrisetto a fine ‘racconto’ nasconde tanti di quei trololol da riempire un terabyte di spazio d’archiviazione. I cantastorie sono quelli che più spesso usano l’hashtag #inspiration, mentre le foto di copertina delle loro reti sociali sono fotografie di panorami con montagne inaccessibili, pianure sterminate e oceani con vista, panorami questi sormontati da improbabili citazioni di autoincoraggiamento in primo piano tese a colmare il vuoto che essi sentono tra il desiderio di fuggire lontano da quel palco verso una di quelle spelonche in sottofondo e le caotiche metropoli in cui in realtà vivono.

Questi cantastorie hanno il compito specifico di incantare un pubblico sornione e compiacente con la loro tecné retorica procedendo alla maniera di aedi omerici a giustapporre fatti accaduti proprio a loro in mezzo a una giornata di sole o di pioggia e che hanno di solito un elemento meraviglioso come nelle favole, a non-sequitur di altissima astrazione dalla facies di verità incontrovertibili che neanche Buddha avrebbe mai sognato di incontrare nelle sue passeggiate nel Nirvana.

Ma nell’asterisco si nasconde una peculiarità in più: l’arte del cantastoriaggio nasce nei paesi anglofoni – facilmente negli Stati uniti – quindi non ci sarebbe niente di strano se i prosecutori della specie si esprimessero in lingua inglese. Non è peregrino osservare invece negli ibridati cantastorie nostrani la loro purtroppo non rara inabilità a costruire un singolo periodo avulso da anglicismi pronunciati male.

Per questo i cantastorie mi dispiacciono tantissimo: non sono bravi a convincermi del fatto che la storia che stanno raccontando sia autentica, e soprattutto mi danno l’impressione che l’involucro linguistico con cui mi offrono la loro esperienza, e questa allo stesso modo, sia di plastica e non di pelle.

Il revival di Will & Grace

Sono in lacrime. La notizia che nemmeno nei miei sogni più selvaggi sarebbe mai riuscita ad apparire, alla fine è arrivata: il telefilm più bello della storia e di cui possiedo i cofanetti dvd con le stagioni complete, usati, visti e rivisti, rivisitati parzialmente o interamente in lassi di tempo più o meno brevi, Will & Grace viene finalmente rinnovato dopo dieci anni con il cast completo, e un’anteprima di cinque minuti è stata ufficialmente rilasciata dalla rete, cinque minuti in cui vediamo i nostri amati Will Grace Jack e Karen – KAREN WALKER – nella parodia di un famoso pezzo da musical. chi avrebbe mai osato sperarlo! E’ proprio vero che neanche gli addii sono per sempre.

 

 

 

 

Dolce aria

l’aria è calda anche all’ombra di questo alberello, sotto cui si posa un venticello dolce e il profumo dei fiori di malva. sorge allora la voglia di poesia, anche in un’ora scarsa come quella del pranzo concesso. libero non fui mai, ma la gabbia si è ristretta. ma con la possibilità di annusare l’aria, anche lungo questa strada quasi abbandonata, respiro meglio.