Diario

Un albero

Stamane avevo formulato un pensiero interessante, o almeno con cui potevo spassarmi un altro po’ mentre ero in treno e rimuginavo con Three Guineas in mano – l’ho dimenticato ovviamente. E al ritorno ho notato un albero solitario e spoglio in mezzo a un campo che costeggia il fiume – anche allora ho formulato un altro pensiero. Forse un po’ meno degno di quello mattutino.
Quand’è stata la prima volta che due persone, incontrandosi, si sono salutate, cioè hanno usato le formule come “ciao” e “buongiorno”? Quale sarà stato il motivo che portò all’introduzione nelle culture dei rituali verbali di avvicinamento e allontamento? Sembra che  questi stiano lì con la funzione principale di voler separare l’azione dell’incontrarsi in segmenti ben definiti, come se il tempo (di una conversazione) fosse deframmentabile. Il tempo è fiume, non ha inizio e fine e i nostri discorsi sono pietre che rotolano, che si possono trascinare per un lungo tratto oppure cadere e rimanere fermi per l’eternità. Ho perso il filo del discorso. Ah, ma allora ecco spiegato l’imbarazzo di certe situazioni che capitano spesso: io e Lui ci incontriamo, discorriamo piacevolmente per diciamo un quarto d’ora e quando i silenzi cominciano ad allungarsi tra una risposta e l’altra decidiamo tacitamente di separarci con una forza telepatica formidabile.
Però dobbiamo percorrere la stessa strada, nello stesso verso. Allora uno cerca di affrettare il passo e l’altro cerca di rallentarlo; l’imbarazzo di parlare dopo essersi despedidos è una delle situazioni più buffe e tragiche che possano accadere.
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