Racconti

L’alone notturno

Erano appena scattate le due del mattino secondo l’orologio di Ebby, che si svegliò lentamente ma forzatamente da un sonno che era già troppo leggero. La finestra semichiusa respirava a fatica l’aria fresca della seconda notte di luglio di quell’anno, così venne ad aprirla prima di accorgersi di dover andare in bagno. Ivi stette un po’ a pensare se fosse meglio accendere la luce per centrare meglio l’obbiettivo ma venire accecato dalla lampadina alogena, oppure liberarsi del fardello a luce spenta col rischio di sciabordare fuori dai limiti. Osservò le ombre arancioni che il lampione sulla strada proiettava sulla tendina della finestra del bagno; erano così misteriose eppure così accoglienti e familiari. Adorava fin da bambino quelle ombre così giocose e magnetiche che davano la sensazione di stare lì per lui, aspettando proprio il momento in cui si sarebbe alzato in una notte qualsiasi per accoglierlo e metterlo a suo agio: appena entrato in bagno passava degli abbondanti quarti d’ora a contemplare le luminose e calde luci color arancio proiettate sul tessuto bianco – poteva essere lino o cotone leggero – cucito e ricamato dalla nonna buonanima o dalla madre. Era così bella l’unione di arancione e tessuto che quasi si sarebbe fermato per tutto il resto della notte a fantasticare dialoghi intimi, scaturiti dall’amicizia con quelle tendine e le loro ombre colorate.
Era allora che la fanciullezza perduta tornava a commuovere Ebby da un passato abbastanza lontano – cinque anni erano passati da quando aveva lasciato la loro casa in campagna. In quei giochi di luce sulla finestra erano segnati i ricordi della loro assenza in quella casa così nascosta eppure così… impossibile da definire in modo univoco. Aveva passato gli anni dell’adolescenza in quel posto, tra una camera e l’altra, tra un litigio con il babbo e una sfuriata con le sorelle. In quegli anni ricordava di essere stato felice, eppure sembravano essere stati interminabili fino al raggiungimento della maggiore età.
L’odore di quella casa, caratteristico delle case in campagna addossate a una parete di terra viva con erba che vi cresceva rigogliosa insieme a querce e castagni, l’odore che promanava da quei muri bianchi; era difficile da descrivere ora che aveva il vizio di fumare. Eppure era iniziato proprio lì – la prima sigaretta l’aveva accesa in quella casa amata e odiata, a insaputa di tutti. E tutti in casa, quando l’avevano scoperto, erano rimasti sbigottiti dalla strada che il “bravo ragazzo” che finora era stato aveva preso: <<Ma come, fumi pure tu?>>, <<Ma davvero fumi?>>, <<Credevo fossi più intelligente>>, <<Ma lasciale via quelle porcherie, uno intelligente come te!>>. Ma il vizio, a dispetto e forse proprio a causa delle opinioni altrui, era stato portato avanti e protetto per qualche tempo attraverso la predilezione particolare per un luogo che Ebby pensava fosse fuori dal tempo e dallo spazio e che per questo aveva eletto a suo rifugio, che aveva il pregio di tenerlo al riparo dalle lamentele davvero meno solidali che ingenue degli altri; Ebby era allarmato infatti dall’imperativo categorico che il babbo non avrebbe mai dovuto scoprire quella passione così ingenua eppure così pericolosa – ciò che poi avrebbe portato il babbo a riunirsi con i nonni fin troppo presto, ed Ebby stesso a rivedere completamente il significato della vita.
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