Amore, inizio

Insieme alla pazienza che ci vuole per analizzare il contenuto di un diario, ci devo anche infilare, o per forza o per buona voglia, la pazienza di redigere un testo che non sia ammaccato o che annoi. Impossibile all’atto pratico dunque. Ecco la mia storia.

La rosa che un anno fa aveva colto nel giardino della casa grande in campagna è appassita l’altroieri.

Durante la festa per il suo compleanno, Ebby aveva bevuto un bicchiere di spumante secco in più, cosa che aveva eccitato la sua immaginazione sul momento e durante la serata, ma che ora aveva ripercussioni non proprio piacevoli sullo stato della sua salute mentale. Si svegliò pressoché addormentato e con molti giri per la testa, ma a dispetto delle elevate probabilità di sbattere contro l’armadio di ciliegio, alzarsi con gli occhi chiusi era una sua speciale qualità che aveva affinato fin da bambino; quando accendevano una luce troppo forte per le pupille che ancora sognavano di rimanere nella calorosa oscurità della stanza, Ebby semplicemente opponeva un rifiuto pervicace fatto di mugugni glottidali e parolacce biascicate con fervore. In seguito pensava a socchiudere minimamente le palpebre, ma ancora quella luce aggrediva la ferma ostinazione della pupilla di non volersi sottomettere al risveglio dei cinque sensi.

Ma quella mattina era tutto diverso. Ebby doveva partire, e poco dopo trovò finalmente trovato il coraggio di vestirsi – Emile ancora dormiva profondamente dall’altra parte del letto; stranamente quella notte non si erano scambiati di posto. Eppure si erano mossi molto vivacemente. Ma a Emile non garbava che Ebby trovasse conforto nella propria parte del grande letto matrimoniale, così vicino ai libri sul comodino a cui si dedicava nelle ore precedenti la cena; facendo di necessità virtù quindi aveva trovato un espediente astuto per riportare i loro corpi nelle rispettive fossette sul materasso, cioè quello di muoversi molto animatamente e controllare che tutto fosse in ordine prima di affidarsi al sonno.

Erano entrambi molto gelosi del proprio lavoro, Eppure ci amiamo, rifletté Ebby, che ancora non sapeva cosa indossare per la traversata che lo aspettava quel giorno; ma si sarebbe voltato più tardi a pensare a quali libri portare durante il viaggio. L’idea che quella mattina stava tornando a Lisbona per un tempo attualmente indefinito accendeva la sua superstizione sui voli internazionali compiuti di venerdì; ma una volta raggiunta la casa che aveva comprato vicino all’amato Atlantico si sarebbe sentito più sicuro di sé, e forse avrebbe potuto iniziare un nuovo racconto. Lisbona è appunto fatta per questo, si disse mentre apriva la dispensa del tè, cerco l’intuizione ma è lontana; è come se dovessi attraversare il Mediterraneo camminando sull’acqua – non a nuoto perché sarebbe più facile. Poi grazie a questo allenamento di miglia nella mia mente trovano finalmente corpo e voce personaggi memorabili incorniciati in situazioni quotidiane ma non banali. È la pigrizia della vita cittadina, patria imbambolata che trasforma i pensieri in nuvole grigie, pensò lievemente mentre l’acqua bolliva, mentre a Lisbona succede l’esatto contrario che le nuvole grigie trasformano i pensieri in parole; non so come accada tutto ciò ma so dall’esperienza che accade proprio in questo modo, pensò come giustificandosi di fronte a un ipotetico tribunale delle Muse. E cominciò a speculare sul concetto di tempo mentale ed esterno, elaborando sofismi improvvisati da scrivere su un saggio che non sarebbe mai uscito, per fortuna. L’adesso è la forma più incerta di futuro, perché mentre mi muovo dimentico che tra un secondo potrei non esserci più. E mi accorgo che il futuro non è altro che uno schizofrenico modo di chiamare il nulla, o il presente – parola meno oltraggiosa.

Questi erano più o meno i variopinti pensieri che si formavano nella sua testa, sveglia da pochi minuti. Ma per lui era sempre così: in cucina c’era tutto lo spazio per riflettere sul destino della giornata e soprattutto sull’andazzo generale della sua vita. Era molto confortante dal punto di vista di Ebby, che dedicava larghi e intensi momenti alla speculazione, stare in canottiera e mutande appoggiato al tavolo di legno della cucina, sgranocchiare i biscotti al cioccolato che aveva fatto l’altroieri e nel frattempo pensare ai problemi primordiali dell’uomo. Adesso il tè deve bollire, altrimenti farò tardi dal giornalaio e la giornata prenderà la piega del ritardo, pensò risvegliandosi da una fantasticheria sulle lune di Saturno.

Era quel giorno della settimana in cui all’improvviso pensava all’uscita della sua rivista preferita, Topolino, che aveva ormai raggiunto un numero progressivo di quattro cifre. L’avrebbe portato con sé sull’aereo, e forse sfogliandolo avrebbe pensato di nuovo alla sua infanzia, quando mamma non gli avrebbe mai concesso di leggere quel bellissimo giornalino perché “costava troppo”, e a tutte le copie precedenti l’anno della sua nascita che non aveva letto o che aveva letto per puro caso e di nuovo dimenticato. Niente, si disse mentre risaliva in camera sulla scala a chiocciola, niente costa troppo denaro se è qualcosa che veramente prolunga di due ore il benessere quotidiano, avrebbe voluto dire a sua madre. Ma si sa che a dieci anni si è troppo saggi per rispondere a un’eresia del genere, e troppo vulnerabili per deludere i propri genitori; mentre ora era troppo tardi per vincere la partita, e poi aveva giocato strenuamente l’altra partita della sua vita, la lotta contro i pregiudizi e l’omofobia latente nella gente, molto più impegnativa di qualsiasi questione filosofica in cui si fosse imbattuto. Oppure l’altra possibilità che gli si era affacciata alla mente era che lui rovesciava l’importanza che dava alle sfide per una sorta di serietà che credeva fosse proporzionalmente connaturata alla portata dei problemi: avrebbe potuto affrontare più alla leggera la stupidità della gente che lo denigrava facendosi una risata di fronte alla loro meschinità, e per converso impegnarsi col sudore a cambiare completamente la mentalità materialistica della mamma convincendola del potere benefico di una qualsiasi letteratura. Invece si era impegnato sul cammino di questa consapevolezza stridente e seriosa all’età di quindici anni, e da allora il fardello che aveva portato sulle spalle si era alleggerito nelle serate spensierate con gli amici, a volte riappesantito da qualche parola che coglieva di sbieco e dalla generale direzione che la storia stava prendendo. Mamma se n’era andata in una tarda sera di maggio, anni or sono, ed Ebby a volte la dimenticava, riconoscendo con gratitudine agli dei del focolare domestico il fatto che non rimpiangeva per niente la vita di stenti psicologici che aveva patito dentro la sua famiglia di origine. Mai avrebbe potuto confidare a chiunque dentro quelle mura erette alla bell’e meglio che gli era venuta una grande idea per un racconto lungo, quasi un miniromanzo. Una idea in effetti gli era venuta quasi per caso, mentre si destreggiava tra il ricordo della sua vita adolescenziale nella casa di campagna e l’abilità ormai consolidata nel preparare e mettere sul fuoco la caffettiera per Emile. Un pensiero obliquo quindi era quello che era spuntato fuori dal lato sinistro della cucina, un pensiero che si sarebbe tradotto in realtà solo dopo aver assaporato un panino con il formaggio al Leisk, il suo bar preferito di Lisbona.

Si vestì allora con l’accuratezza di un eroe dell’Iliade che va in guerra, con la differenza che il suo obbiettivo era dichiarare guerra alla scarsità di idee. Si sentiva rassicurato dalla folgorazione improvvisa che ebbe quando stava risalendo la scala a chiocciola e sentì che Emile aveva trovato la forza di trascinarsi in bagno; aprì la porta scorrevole e capì che non era il solo che si sentiva frastornato dallo spumante della sera avanti: Emile aveva aperto il rubinetto e stava appoggiato con la testa sotto il getto scrosciante dell’acqua fredda. Era in quei momenti che Ebby sentiva di amare quell’uomo con tutte le parti del suo corpo, soprattutto perché gli faceva uscire dei sorrisi ingenui senza il minimo sforzo di risultare simpatico. Cazzo di prosecco, disse Emile, la prossima volta compro più birra e meno porcherie di lusso.

Emile era così, pensò Ebby, così spontaneamente alla mano e contro l’uso insensato del denaro; e malgrado non l’avesse previsto sentì un alito di emozione volare verso la schiena ricurva che lavava via i postumi della serata, e posarsi sulla pelle. Credette per un istante che il rituale della toeletta approfondita sarebbe durato ancora un po’ quindi fece per andarsene, ma Emile si era voltato per un brivido che aveva sentito lungo la schiena, forse dovuto all’acqua che vi si disperdeva in rivoletti freddi, e per la prima volta quella mattina incrociò gli occhi del suo amato. Buongiorno amore, dissero Emile troppo presto ed Ebby troppo tardi; e sorrisero. Non avevano l’urgenza di baci appassionati – tranne quando erano sul divano rotondo in salone – per affermare che si amavano. Bastava il sorriso degli occhi; soprattutto di mattina e soprattutto quella mattina, nel giorno in cui sapevano di doversi separare. Ebby notò come l’amicizia che un tempo credeva di poter sentire camminare lungo le vene si era trasformata con il lungo passare delle settimane in un’intimità perfetta. Non c’erano ostacoli alla loro presenza nel mondo, così come da quando erano una coppia, non avevano mai avuto problemi ad abbracciarsi su un mezzo di trasporto pubblico; rifletté che forse l’ostilità della gente alle varie manifestazioni dell’amore prolifera maggiormente dove gli vengono concessi spazi per farlo, come nella sua infanzia indifesa.

Ebby non ebbe altra esitazione: aprì il libro degli schizzi e cominciò a buttare giù l’idea che gli era venuta per il miniromanzo, che avrebbe chiamato P.R.D. Nuova idea? gli chiese Emile che era riemerso dalla minidoccia. Ebby si voltò e gli indirizzò un bacio schioccato, per fagli intendere che quell’idea era nata dall’interazione di due fattori: il suo amore per lui che gli aveva fatto preparare la caffettiera per colazione, e i biscotti al cioccolato. Emile girò sui talloni e si mise sotto la doccia, che come ogni mattina doveva fare prima di colazione.