Il viaggio

Con ordine, si riebbe dal sogno. Ovviamente non era la prima volta che si addormentava ad occhi aperti, ma quella era stata una visione speciale. Aveva preso in prestito la sua vecchia visione della vita e si era messo a disegnare il corpo del suo vecchio amore, quello impossibile, quello del tutto estraneo alla realtà dell’aeroporto che lo circondava. Impossibile da vedere agli altri, stava completamente dimenticando che tra un’ora si sarebbe rivisto con la sua adorata fontana, la più magica della città; quella fontana di Rossio, dove aveva incrociato il suo destino con quello di Emile per la prima volta, tempo fa.

Era una giornata molto fredda e grigia, tipica del novembre lisbonese. Non si sarebbe più dimenticato di quel volto familiare, lungo e tenero in cui era scolpita un’aura estiva che lo faceva star bene solo a contemplarlo. Sì, l’aveva cercato e l’aveva ricercato senza posa, quella sensazione di familiarità sconosciuta che aveva visto in Emile, ma non l’aveva più trovata… Solo quando l’ebbe ritrovato anni dopo sotto il suo appartamento che lo aspettava con un giglio in mano ebbe la conferma che, in fondo, si erano innamorati a distanze temporali diseguali: lui, Ebby, aveva dovuto soccombere alla freccia di Cupido nell’istante preciso in cui aveva alzato la faccia dal foglio che stava scribacchiando e l’aveva visto attraverso le acque della fontana. Emile l’aveva scorto distrattamente, non si era quasi nemmeno accorto della presenza al di là del muro d’acqua di un uomo imbranato che voleva vivere una favola urbana sin da quando era bambino.

Emile non l’aveva notato perché in quei giorni trovava difficile concentrarsi su qualunque cosa; stava scrivendo le ultime pagine di un capitolo non troppo riuscito del suo libro <<Amicizia insicura>> e voleva che fosse perfetto quanto secondo lui era perfetta quella giornata in quella stagione in quella città. Anche lui come Ebby amava Lisbona in tutte le sue mille sfaccettature, e di tutti i colori che riempivano la vista di gioia quello che preferiva era il rosso: il rosso dei tetti, il rosso delle mura dei palazzi antichi che vivevano al centro del movimento perpetuo di turisti, come alberi che in una tempesta passeggera coprono con la solidale chioma gli uccelli. La tempesta in questo caso era per Emile la non riuscita del capitolo descrittivo e il riparo che finora avevano offerto i vicoli della città non aveva aiutato a completare il quadro generale.

Così andava e veniva davanti a quella fontana di Rossio, in una processione del tutto privata che voleva dedicare alla sua musa preferita, Euterpe. In dieci secondi Ebby comprese l’intero universo in un sorriso. Creò spontaneamente un punto di fantasia a partire da quel momento, come da un porto lontano giunge sull’orizzonte una nave inaspettata ma gradita; e quando si rese conto che aveva gli occhi aperti ma non vigili, ormai fu impossibile distoglierli da quella visione; il mondo che ruotava in quell’istante così frenetico intorno a Emile si sarebbe fermato per un accidente, e questo voleva evitarlo: la testa gli rimbalzava da scenari di spiagge assolate a un cottage nella campagna e su tutti i mondi figurati regnava un silenzio che racchiudeva tutti i suoni della vita. Ancora meglio comprese in un paio di istanti fissi, estaticamente, che quello era lo spirito eletto dai suoi sogni a compagno di vita.

Che cazzo sto facendo? Si disse Ebby quando sfoderò dal portafoglio la carta d’identità per mostrarla al gate. Stavo tanto bene rintanato negli affari miei a pensare a cosa mangiare per cena! E proprio lui doveva sbucare tra i pensieri! Pensavo di averlo trasferito in fondo al cervello, quell’eterastro che altro non è. Era così bellino, come ha fatto a sposare quella cagna provinciale?

I pensieri di Ebby a questo punto si fecero troppo censurabili – anche per i suoi standard – per poter essere rivelati ad alta voce nella sua stessa testa; perciò si concentrò sulla temperatura interna dell’aereo che era come al solito soffocante. Era amore immaginato e non maturo, si disse compiangedosi. Come aveva potuto passare tutti quegli anni a cercare di convincerlo con la forza della mente a “diventare gay”? Ed era tuttavia convinto che ci sarebbe riuscito; no anzi, addirittura si aspettava che da un giorno all’altro sarebbe uscita fuori dal nulla e di sua spontanea volontà la rivelazione dei suoi sentimenti – e ci credeva davvero. Ma ogni imposizione che si faceva era vana, la bellezza del suo corpo era lontana milioni di anni luce e soprattutto ai confini del continente che stava attraversando; e l’universo di Ebby era ancora troppo angusto per comprendere l’accadere di certi eventi.

Poco importava il perché aveva involontariamente rievocato la figura di Ettore, proprio in quel momento preciso poi, quando si apprestava a lasciare la sua patria. Quello che importava adesso era dall’altra parte delle sponde del Mediterraneo, ai confini con l’oceano – qui avrebbe ritrovato la primizia dell’amore contento di Emile, l’avrebbe ritrovato ad aspettarlo in ogni angolo della città che avevano visitato insieme, in ogni caffè dove si erano fermati a mangiare o scrivere. L’avrebbe ritrovato senza graffi nè squarci, perché quella mattina Emile gli aveva donato il suo sorriso, che portava sempre con sè in una catenina appesa al collo.

Capitò che una volta si era ritrovato con una voglia matta di fragole, ma non ebbe l’occasione di mangiare un grappolo finché non ebbe posato i piedi sul pavimento grazioso della frutteria di Via Alemania, quella che aveva le specie di frutti rossi migliori della città. Stavolta voleva cucinare un buon brodo primordiale, nella ricetta che gli aveva dato sua madre, ma purtroppo non trovò le zucchine che in quella parte dell’anno erano quasi fuori stagione. Così ci rinunciò e prese nota mentalmente di bere due gran tazze di tè alla rosa appena tornato a casa: una appena aperto il portone di casa per ricevere  l’energia necessaria a ritrovare la casa, e l’altra dopo aver sistemato la valigia e curato le sue cose, per rilassarsi. Due tazze di tè nero non mi faranno male? si chiese. Ma in fondo lo farò leggero e bollente; e ho idea che senza biscotti al burro tutto può definirsi leggero.

Salendo le scale che portavano al quarto piano dell’edificio tanto amato, pensò che dalla sua partenza non era cambiato quasi nulla, a parte delle piante di orchidea che ornavano azzurre l’angolo di ogni pianerottolo, sostituenti le azalee… Aperto il portone con le lunghe chiavi che portava sempre con sè come portafortuna, si accorse quanta vita aveva perso quel posto: c’era uno strato di polvere ben visibile sulla cassettiera all’ingresso e su ogni altro mobile. Ma non aveva fretta. Poteva rimandare le pulizie a ore dopo, perché certamente aveva la priorità una passeggiata al porto, magari fino a sera.

Ci teneva particolarmente a salutare il mare quando tornava dalla penisola. Lì, di fronte alla vastità delle onde, si rinvigoriva lentamente attraverso il delicato sapore del panorama a sensi spiegati. A volte lo intimoriva, ma ormai conosceva quella zona a menadito: non doveva lasciarsi intimorire dal colore dell’acqua, che diventava grigio funereo o blu acciaio a quell’ora del giorno. E gli sovveniva il ricordo della passeggiata più importante che aveva fatto con Emile circa due anni prima, quando aveva fissato nella mente lui in ginocchio con le spalle alla città che gli aveva chiesto di diventare suo compagno fino all’eternità. Non era stato un espediente per indurlo ad andare a vivere insieme – cosa che pure lo tormentava da mesi – ma una sincera fonte di emozione che in quel momento gli era sgorgata vivacemente dalla bocca e non aveva potuto trattenere. Così come adesso sentiva di appartenere a quella polvere così familiare, prima aveva sentito che all’arrivo non era stato accolto come si aspettava. Aveva avuto infatti il timore che lo stessero seguendo, timore sopravvenuto quando si era recato urgentemente al bagno. Ma il bagno era deserto, e quando sbucò fuori dalla porta girevole non trovò nessuno con l’aria sospetta; solo molta gente indaffarata ad andare avanti con la propria vita.

Rimosse la paura dei luoghi di mezzo e andò avanti a pensare, cosà farò di me stesso per cena? Questo era l’interrogativo supremo per ora. Aveva moltissima voglia di minestrone e rimpianse di non aver trovato le zucchine, che pure determinavano la buona o cattiva riuscita della sua ricetta. Il frigorifero era ovviamente vuoto, e la fame cominciò a disturbarlo in modo ossessivo. Aveva patito i dispiacevoli morsi in quello squallido ospedale tempo prima, e adesso l’orrore dello stomaco vuoto lo prendeva ogni volta che si trovava davanti a un vuoto ancora peggiore. Si trovava in quella situazione bizzarra e atroce che egli chiamava “la stupidità dell’apparato digerente”, il quale non vuole essere supercaricato di lavoro da svolgere, ma neppure tollera di girare a vuoto. Risolse di andare al centro commerciale più vicino e concedersi un pasto da ristorante. Dopotutto si trovava in quel periodo della malattia in cui non aveva particolari problemi e le medicine coprivano le sue debolezze di gola in modo ottimale; poteva quindi concedersi un piccolo strappo alla regola e al portafoglio, che sapeva invece di dover accuratamente nascondere alla vista di acquisti inutili, senza troppi rimorsi di coscienza. Ma placare la fame era una necessità, uno stimolo che non poteva ignorare. L’avrebbe spiegato a Emile il giorno dopo.