L’inizio della vista

Mai aveva avuto da quella sera una percezione più chiara della concretezza delle sensazioni. L’empirismo era la sua strada, ora lo sapeva per certo; nello spazio dei dieci minuti che aveva passato su quel tetto aveva sperimentato le parole Nord e Sud che la gente pronuncia per indicare un luogo.

Quel luogo centrale, il fuoco dell’ellisse che aveva creato la sua percezione era posizionato esattamente su quel tetto, verticalmente disposto rispetto alla crosta della terra e orizzontalmente vicina alle montagne appenniniche. Tutt’intorno solo spazio, spazio a non finire. Sembrava vuoto – alcuni avrebbero detto che il vuoto era l’aria su cui galleggiavano i colori all’orizzonte – ma lui stava sperimentando la nuova sensazione di essere libero e leggero come le particelle di vento che sfioravano il suo corpo. Senza sapere cosa facesse, andò ai quattro angoli di quella superficie rialzata, muffita e rinsecchita dalle condizioni atmosferiche, e guardò il verde che gli si parava davanti.

E sobbalzò nella sua mente un ricordo, ora diventato di nuovo molto nitido.

Quel paese, giustapposto in modo così centrale e perfetto rispetto all’Ovest e alla luce giallo pesca del tramonto di quella sera, aveva fatto sgorgare in lui un sentimento molto vicino alla completezza. Stavano contemplando la loro nuova casa, il loro nuovo paese. Stavano per mettere radici in un posto dove il sole che moriva aveva quel colore così rosa e antico, come una tenda color rosa che sia stata molto usurata ma che non sia invecchiata di un giorno. Adesso sembrava emanare gioia e letizia, soprattutto nelle loro anime, affamate di tramonti e di vita.

Con la memoria Ebby aveva quindi già visto quella luce quieta e gialla, come il colore che i bambini usano dare al sole nei loro disegni a matita – lo stesso che gli aveva dato anche lui quando era bambino; ora lo ritrovava non cambiato nella vera sensazione di quel tramonto, di quella sera, di quell’inizio – un inizio di vita con il suo sposo – cosa che ancora faticava a credere, ma che gli faceva spuntare un sorriso sul volto ogni volta che gli occhi sfioravano l’anello d’oro.

Impensabile la sera di quell’anno funesto che avesse raggiunto la conoscenza della sua vita; solo sperava che le sensazioni che gli aveva dato il cerchio perfetto di luce e dei colori che correva tutto intorno all’orizzonte non svanissero nell’aria leggera. Sentiva che quelle montagne scure, colorate di un viola delicato e intenso dall’ultimo raggio di sole che gli svaniva sotto gli occhi – come un bacio sulla guancia che lascia un’impronta trasparente e particolare visibile solo agli amanti – gli stavano annunciando un cambio di direzione del vento che soffiava fresco e si increspava tra i peli delle braccia che sentiva ondeggiare seguendo la direzione del Sud, verso la città eterna. Lì avrebbe conosciuto la Storia, la sua storia.

Salendo in fretta la scala di ferro arrugginito aveva fatto in tempo a cogliere l’ultimo raggio di sole visibile alla sua vista, un bagliore che stava nascondendosi proprio allora dietro le cime degli alberi e che intercettò per pura fortuna, salutandolo calorosamente. Allora girando lo sguardo si accorse che il rossore delle colline intorno non era ancora svanito, anche se stava per andare via in punta di piedi.