Il lago di luce

Questa mattina sembrava l’alba del mondo, un’alba a lungo desiderata.  Mentre spingevo l’acceleratore su quelle curve strettissime pensavo solo alla colazione che avrei consumato da lì a un’ora, al massimo. Tutto intorno era di un verde autunnale, come quel colore così bello che solo le foglie che hanno avuto finora una vita rigogliosa e piena di luce sanno di dover abbandonare in poche settimane; e forse la nebbia che circondava le valli non era forse una disgrazia come tutti in paese dicevano. Mia madre spesso era molto propensa a condannare quel biancore vellutato in un’accesso di preoccupazione per noi figli che ci saremmo messi in macchina, ma questo era il meno che mi preoccupava. Quel giorno lontano, che nel mio ricordo si era protratto per un periodo così breve e apparentemente distante come due gocce nell’oceano si trovano distanti oppure avvinte in un unica bolla, era proprio stamattina. E il chiarore nebbioso si diradava man mano che salivo sulla collina adiacente a quella in cui si trovava la mia casa; perché un altro gay avrebbe potuto essere più fortunato, ma nessuno lo era stato quanto me che, abituato e costretto fin da piccolo a spostarmi in macchina anche per i viaggi più brevi, avevo ricevuto e fortificato con l’andare degli anni uno stomaco resistente ai ritorni di curva e ai gomiti dei tornanti stradali più perversi e spietati. Così, non mi dispiaceva girare la testa in continuazione distogliendo lo sguardo dalla strada per ammirare l’opera che il Sole stava compiendo; e le sette del mattino si avvicinavano calme ma solenni attraversando quell’aria fresca d’alta collina che solo nelle zone circostanti si poteva respirare, in un batter di respiri che calmavano l’ansia per la fame. Questa infatti minacciava ancora una volta di sorprendermi alle spalle, e per evitare uno sclero di nervi sull’asfalto, mi girai a controllare lo stato del mare nebbioso che mi ero lasciato da pochi minuti alle spalle.

Sbalordii e rimasi per cinque infiniti secondi quando mi colpì in pieno sguardo quella luminescenza che irradiava di energia oltre le montagne lontane: era tutto un disco rotante e vivacissimo, una rarefazione di colore e luce pura che si diffondeva oltre quei grandi ammassi rocciosi coperti di verde, i quali per contrasto mi apparivano di un violetto bluaceo (neanche dovrei azzardare simili scale di colori ma necessito di una ricchezza linguistica maggiore di quella che mi ritrovo a dover usare). Diedi il tributo sbalordito di una lacrima ed esultai esclamando “buongiorno caro sole!” senza nessuna premeditazione. Per fortuna ero in viaggio da solo, aggiungo malvolentieri.

L’infiorescenza di quel trionfo si sviluppò per un tempo abbastanza lungo e sapevo che in tempo perché arrivassi almeno in cima alla collina, su un tratto almeno piano di strada, l’aurora avrebbe lasciato il posto all’alba e al primo frammento crudo di luce solare, che già sbocciava colorando l’aria intorno alla collina affianco alle montagne di rosa e arancione in un miscuglio di diretta energia, protetta dalla trasparenza dell’etere che lo avvolgeva in un biancore morbido. Niente era lasciato al caso, si poteva svolgere un’eternità di parole davanti a quella visione mistica; avete mai provato qualcosa di simile al sublime davanti a un’alba? Non è esatta la parola sublime, perché designa qualcosa di spaventoso. La gioia che si prova, o che io provai di fronte a quell’alba, è un inno alla vita che ancora nessuna musica, né parola umana ha saputo inscrivere; e credo che superiore alla razza umana com’è la fenomenologia natuale, qualche lingua naturale poté descrivere al meglio solo una lacrima provocata dalla nascita del giorno.

Due ore più tardi il sole imperava sul mio capo mentre sedevo tranquillo su uno scalino di fronte alla strada principale del paese, e mi accarezzava la pelle ancora avida di quel colore lucente.