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Genealogia epentetica

Non mi basta una buona manciata di polvere negli occhi per arrivare a definirmi uno che scrive, uno scrittore, come non credo di fare della buona pubblicità alla mio stesso se inizio a criticare ogni dettaglio delle letture che faccio, quindi immagino che prima o poi questo manifesto dell’autocoscienza sarebbe arrivato.

Mi presento.

Mi hanno chiamato Enrico fin da quando posso ricordare, e fin da quando posso ricordare odio questo nome, per quanto nobile la sua etimologia possa lasciar apparire; avrei voluto e dovuto chiamarmi Edoardo (ma se continuiamo sull’identità di nascita non la finisco più). La mia famiglia è il risultato della fusione di molte discendenze di braccianti del primo e secondo post-guerra che si sono ritrovate all’inizio del nuovo millennio con pochi avi e ancor meno memoria di esistere. Fin quando parto da queste premesse che pure mi rivolgono migliaia di domande da quando ricevetti – o sviluppai – la facoltà di ragionare all’indietro, non riesco a stare fermo, sebbene un frammento della storia familiare che risale al concepimento di mia nonna mi allargò, al momento della rivelazione, scenari di un tale sottile orrore esistenziale che mi proposi di non rimuginarci più, o almeno di non credere che quella fosse proprio la sorte capitataci per una specie di cattivo scherzo.

E’ meglio trovare una storia o inventarla? mi chiesi allora in quel giorno di agosto, poiché la curiosità dello storico occasionale che è in me era stata svegliata, e non capivo se preferivo appunto aprirmi a un inizio biblico, fantastico e costruito interamente a puntino su misura e a uso e consumo del mio volere presente, oppure continuare ad indagare per conto mio una volta che avessi conquistato capacità di persuasione più concrete di quelle di cui disponevo al momento. Chiunque mi conosca capisce che optai forzatamente, ma non troppo, per la prima opzione, creando intanto un sentiero ideale su cui far posare le polveri dei miei antenati per vedere le figure che si sarebbero spontaneamente disegnate, un po’ come l’incantesimo Prior Incantatio della saga di Harry Potter; volevo che mi si delineasse nella memoria, con l’ausilio della pragmatica storica e con un margine d’errore abbastanza ridotto, un percorso genealogico che scivolasse dagli anni almeno dell’Età Media (ambizioso come pochi) fino al 1918, fine della prima grande guerra e inizio di un’epopea privata, familiare ma conosciuta e risonante per le colline del Lazio in modo molto malandato e trascurato, come un incunabolo cui non si dedichino cure archivistiche solo per il criterio di non recare vergati i versi di un grande poeta dell’epoca, quale era la narrazione della mia famiglia, di natura più importante al mondo per me della saga degli Atridi . L’impresa è più facile a dirsi che a farsi, impossibile quasi certamente per via delle distrazioni quotidiane, ma in mente mi frullano continuamente sbattendo velocemente le une contro le altre, come colibrì affamati, idee e immagini collegate a un mondo di vestiti poveri, al limite dell’indigenza, di focolari domestici da fattoria, campagne arate a mano, utensili vecchi e tramandati da nonno a nipote, nebbia gelida e tronchi di acacia abbattuti per cuocere il pasto quotidiano dentro un calderone nero quipaggiato da un manico ricoperto di fuliggine incrostata, eredità di parte femminile a cura di nonne e figlie.

Al di là del contingente bisogno di storia, qual è la motivazione che mi tiene alzato a digitare testi al computer? Cosa ha a che fare il mondo di internet e la storia di una famiglia? La risposta è che banalmente voglio costruire un oggi e uno ieri per i miei discendenti, se la Fortuna mi farà il dono di figli e nipoti; una storia soprattutto non corrotta dal tempo e dalle intemperie atmosferiche o dalla polvere, una storia semplice creata da 365 giorni annuali in cui la respirazione di una persona ha prodotto ed è stata intessuta da pensieri e opere che hanno prodotto un effetto su qualche zolla di terreno umido.

Il tre gennaio, oggi per dire, è il compleanno di Cristina, mia sorella l’ingegnera, che dovrebbe aprire un blog personale e ricreativo – leggi: io dovrei aprire per conto suo un blog che parli di lei e per lei e dovrei iniziarla alla pratica così sottilmente piena di vita che è lo storytelling; pratica che tra l’altro io non ho ancora del tutto padroneggiato; ma arriverò anche a quello.

Gli obiettivi non mi mancano, sono le ore che scorrono in fretta.

L’altra mia sorella Valentina invece è la vera soccorritrice della famiglia: lavora come crocerossina in un centro di riposo per donne diversamente giovani – e ora che guardo l’ora (21:08) immagino che avrà già distribuito la cena alle signore, cantato la filastrocca della buonanotte e rimboccato loro le coperte di lana, per tornare difilato a casa davanti al camino e alla cena frugale ma tanto attesa. Verrà il giorno in cui anche io diverrò bisognoso di cure, e allora forse inizieranno i guai seri per chi mi sarà vicino. Ma sono abbastanza certo di non morire in età avanzata; sento che avrò una vita breve e poco intensa, come una sonata per pianoforte; e qui affermo in tutta sincerità che adoro le sonate per pianoforte di Rachmaninoff.

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