Blogging, Diario

Luci elettriche

Ho trapassato la soglia della sera e sto ancora in piedi, o meglio sdraiato sul letto a rileggere e sistemare qualcosa su questo mondo terribile che sono i blog e che mi sta sempre più avvolgendo nelle sue spire – ma la soglia della dipendenza sembra ancora lontana per fortuna; mamma continua a ripetermi e ribadire la sua ignoranza e per conseguenza rifiuto totale di tutte le “diavolerie che hanno inventato la scienza” detto proprio così, senza accordo grammaticale tra soggetto e predicato – cifra stilistica tipica della mia famiglia; ma rendendomi conto che la strada verso una certa levigatezza e piacevolezza di esperienza è ben lontana, cerco di trovare ispirazione da ogni punto della Terra che la mia connessione riesca a raggiungere; e ancora non mi decido a infilarmi sotto le lenzuola per godere di un riposo che, a essere onesto, non è proprio meritato. Quello che mi manca per finire la giornata era una ricognizione delle esperienze del giorno e della sera prima: essendo questa ormai conclusa, ne voglio celebrare il carattere casuale, ciò che ne fa il migliore delle organizzazioni mondane tra amici.

E’ stata una di quelle sere che capitano una o due volte l’anno, in cui, gettata in mezzo al lago dei pensieri come un’increspatura che allargandosi si disperde sulla pellicola dell’acqua mentre il sassolino che l’ha provocata scende in basso, da possibile di colpo divenne auspicabile, e come un desiderio che non sapevo di avere ma una volta espresso per bocca altrui diviene necessità, molte ore durante l’incontro danzereccio le dedicai a rimuginare, alienato momentaneamente dallo spirito dionisiaco che aleggiava su quegli stanzoni, sui rapporti tra me e le persone che mi circondavano; spesso uno scricchiolio della cassa, un’immagine particolare frastagliata e messa in risalto dalle luci brillanti e cupe che ritagliavano sul pavimento o sui corpi vaganti per il locale effetti transitori di luminescenza gradata dal bicchiere di alcolico in mano, riflettevano l’andamento dei miei pensieri, modulato secondo la velocità dei ritmi delle casse e degli sguardi che lanciavo al di là della folla, verso l’orizzonte chiuso e abbastanza ammuffito dei divani rialzati dove desideravo si materializzasse qualche dio che venisse a salvarmi da una depressione sempre più involuta. Mi immaginai poi, o forse divenne chiaro con un sorriso datomi di traverso da uno sconosciuto molto gentile, che i corpi seminudi così agitati erano metafore realistiche dei miei pensieri, attuavano una specie di rito propiziatorio per cui con il frastuono della musica si accomulavano uno sovrapposto all’altro nella ricerca di una felicità deliberatamente illusoria – a volte è raro trovarla perfino in Paradiso, così dicono; seguendo lo sguardo delle idee potevo così distogliere lo sguardo degli occhi da colui che mi si era non so come né quando posto nell’immaginazione dell’innamoramento come beau, legato a un particolare del suo profilo che avevo notato solo di sfuggita tempo addietro, e richiamato alla mia attenzione attraverso i suoni e gli odori di quell’accolita di estranei allo stesso modo innamorati della società.

L’effetto d’insieme, squilibrato dalle frequenti interruzioni del raziocinio che per fortuna ancora oggi mi suggerisce dove e quando indirizzare i pensieri verso di lui, era tale che quando intrattenevo conversazione con quella persona sulla miriade di rapporti intrecciati, immaginati, allargati, rimpianti, chiusi, ricuciti e poi persi all’interno dell’universo a noi conosciuto, in una circonvoluzione di pop, elettronica e misere meretrici dell’industria discografica, ricominciavo a fantasticare sul presente con tenacia sempre più insana, coinvolgendo spietatamente – a mio discapito – lo stesso Dioniso in gesti che non avrei mai rimpianto se non fossi stato sicuro che l’innocenza era la base attraverso cui agivo in quel modo verso di lui e solo verso di lui. Ero vittima e carnefice del mio stesso desidero, e non ero mai stato così felice.

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