Blogging, Diario

Un sole tutto per sé

Parlo di me come fossi il centro dell’universo ma per tirar fuori questi pezzetti di midollo sapeste che fatica! La verità è che la lingua non mi manca né i concetti sono così complicati da raccontare; semplicemente l’organizzazione del discorso avrebbe bisogno di più tempo e meno foga, una revisione per lo meno approfondita della concatenazione logica e una spolveratina di subordinate qui e là – in poche parole se rincorressi affannosamente la correttezza formale che appare a bella posta così falsamente naturale in un qualsiasi romanzo o perlomeno finzione saggistica, non sarei arrivato nemmeno a pubblicare un post.

Non che abbia la pretesa di rifondare le regole della retorica; credo al contrario che questo modo di abbattere le barriere personali che separano la coordinazione di mia lingua, pensiero e scrittura possa essere sviluppato solo a partire da qui medesimo; non c’è un altro che possa dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato, e se qualcuno si azzarda a farlo commette né più né meno che un crimine.

Poiché ciò che è dato in un determinato momento, un luogo, un’affermazione o una lettera scritta a mano può essere declinato e interpretato in tanti modi diversi quante sono le menti che camminano sulla Terra, e poiché queste menti sono tante quante le vite e le letture, le gioie e le formazioni che sono passate su di esse e le hanno conformate in una certa maniera, non ritengo che una sola regola di costruzione di un discorso – inteso come testo personale – sia applicabile o peggio universalmente valida. Certo questa visione estremamente relativa dei testi e della loro costruzione finisce per dissolvere completamente qualunque pretesa di interpretabilità; l’autore del testo in questo modo non si propone più di raggiungere un pubblico, né si autocompiace di una qualche popolarità; non per questo viene meno la spinta vitale che è quella fondamentale della scrittura stessa, nuda e cruda, che rivestendo di sé l’esistenza dell’autore in ogni momento della sua vita, gli farà produrre testi e discorsi che potrebbero essere compresi da chiunque e da nessuno.

Non posso farci niente se mi piace pensare all’aleatorietà come principio guida del nostro agire e del nostro sentire – non credo ci sia niente di male. Scrivo per dilettare qualche persona, qualche amico o qualche sconosciuto che forse, ma non è detto, per caso, leggerà questo testo – ma soprattutto scrivo per dilettare me stesso. Narrare è costruire un mondo, un mondo in cui abitiamo tutti i giorni. Anche questo fa parte del mio sentire come laboratorio di ostetricia letteraria: le situazioni, nella maggior parte dei casi, non vengono imposte ma scelte liberamente, e siccome la libertà ha in ogni caso insito un elemento di casualità che la rende così meravigliosa, sfruttare ogni grano di esperienza che ci viene offerta dal reale o dall’impasto tra reale e fantasia, senza alcun freno o inibizione ci renderà dei meravigliosi architetti prima e muratori in seguito di edifici grandi come il tempo.

I dettagli, le minuzie, gli sconosciuti che non abbiamo mai visto né amato, oppure coloro che abbiamo dimenticato e ricordato in seguito e per effetto di un odore particolare: tutto ciò che non è regola, che non è stilisticamente imposto o rileva da incasellamenti preconcetti potrebbe diventare come quel fiore che nato da un seme portato dal vento resiste alle condizioni avverse del deserto e fiorisce e si moltiplica quando l’alba viene a toccarne i petali e il monsone smette di soffiare.

Ora mi serve un buon motivo da mettere a sostegno dell’altarino dove ho tanto celebrato le mie motivazioni – questi giorni misti di sole, sale e pioggia che indicano il comportamento meteorologico dei mesi dell’anno li sto trascorrendo in graziosa esplorazione della piattaforma che mi ospita, e scopro che per ogni tipo di scrittura creativa – di nuovo, per ogni discorso testuale – c’è un modo più o meno faticoso di allenarsi e una inesauribile fonte di ispirazione a cui abbeverare gli occhi che pian piano si stancano. Il prompt era questo: “When and where do you do your best thinking? In the bathroom? While running? Just before bed, or first thing in the morning? On the bus? Why do you think that is?”

Come spunto per un tema in classe di italiano sarebbe stato ottimo, e in effetti mi sembra di essere un po’ tornato a quell’epoca, quando la mia grandissima prof. di Lettere dettava le tracce che dovevamo seguire nella composizione e poi, se proprio guardavamo con la faccia stralunata la domanda postaci, spargeva come pulci nelle orecchie qualche consiglio o subtraccia attraverso cui sviluppare la storia; ricordo la confusione dei fogli protocollo, uno per la bella copia e uno per la brutta copia, entrambi da consegnare, uno ufficiale e l’altro pure. Quei miei fogli di brutta copia erano epici, e credo che se li rileggessi all’altezza di tutti questi anni passati non troverei facilmente né capo né coda. E questa baraonda non includeva solo la materia Italiano, ma anche versioni di latino e greco, esercizi di matematica, risposte ai quesiti di storia e filosofia e spesso anche biologia. Questa mia mania per i discorsi complicati, o meglio, per la complicazione involontaria dei discorsi anche molto semplici, immagino che sia nata proprio durante gli anni delle prime tematiche o questioni di una certa portata e livello intellettuale che venivano affrontate o svolte in classe, prima dall’insegnante e poi da noi studenti in occasione di verifica.
Una volta o l’altra mi dilungherò nella stesura di un’autobiografia della vita liceale, poiché non vedo l’ora di ricordare e rivivere quegli anni che a posteriori mi sembrano i più dolci nel loro complesso.

Per rispondere alla domanda di sopra, devo ora dividere la mia risposta in due parti, una cronologicamente successiva all’altra: credo che il posto migliore dove mi viene spontaneo riflettere e glossare nella mia mente sia in mezzo alla gente. Pur con tutto il mio pesante bagaglio di introverso sociopatico, mi riesce facile paradossalmente isolarmi e sviluppare pensieri originali durante una conversazione, in un gruppo di amici che tengo particolarmente nel cuore, o in piazza in occasione di una festa popolare. La seconda fase riguarda poi il distendersi della mente, il rilassarsi delle sinapsi e la razionalizzazione del vissuto, e il luogo d’elezione dove ciò avviene è un pezzo di strada costeggiante le colline d’intorno che cerco ogni giorno di percorrere passeggiando e che da casa mia arriva fino a un borgo antico, frazione del mio paese. Inoltre per elaborare al meglio le sensazioni rivissute, è necessario che tale strada la percorra solo nei giorni di sole a cielo completamente terso, quando perciò posso bagnarmi della luce coccolosa invernale e della vivida fiamma d’estate.

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