Musica

Giorno 9: il mio remix preferito

Quando siamo di fronte a due strade succede così, come tra gli amanti infedeli; a chi ha la crudele facoltà di decidere tra due o più amori, quale sia il più facile da gestire o gli arreca maggior felicità, ed è indeciso tra quello ispirato dall’erotismo, o dal fascino minaccioso dalla distanza, oppure dalla congruenza di affinità elettive, a costui quasi sembra sconveniente se non assolutamente ingiusto che gli si chieda di fare una scelta. Da qui in avanti, nei giorni che seguiranno, potrò compiere molti passi falsi, poiché l’originalità della vita virtuale è ancora tutta da inventare. Oggi parliamo di remix, figli dell’epoca digitale.

Le strade che si biforcano, diceva Borges, sono come specchi, e quasi più taglienti della lama di una spada; abbiamo da una parte una memoria visiva, olfattiva, insomma sensuale e viva, solo addormentata; dall’altra parte abbiamo uno schermo traslucido che non sappiamo come funziona o che tutt’al più sappiamo far muovere con le dita.

Così, come un foglio di carta stampato a inchiostro sbiadito, o una lettera scritta a mano con una penna stilografica (quell’eleganza vecchio stile degli anni 50 che oggi noi chiamiamo con un importuno anglicismo vintage), o un quaderno scribacchiato risalente ai tempi della scuola elementare, riaffiorando dallo scaffale di una libreria tarlata chiusa da decenni e appena riaperta alla luce del primo pomeriggio, sembrano cospargere le nostre mani di una polvere magica così vitale (ma è solo la sabbia del tempo) che ogni singolo tratto di quei fogli rilegati fragilmente insieme da tre spille arrugginite sorride ai nostri occhi carico di molti decenni, essi commuovendoci non si accontentano di rispedire la memoria, tenendola per mano, in un punto esatto o in una situazione del passato trasognata in una notte insonne, ma assomigliano, in questo specchi del più alto genio umano, alle canzoni originali che avevamo ascoltato in quella situazione, quando appunto stavamo scrivendo con sforzo o superficialmente quelle pagine, e vi si riallacciano stavolta strette attaccando un quadro nuovo alla parete della nostra immaginazione, dipinto per il nostro rinnovato piacere e sensibilità, le quali hanno appena riletto e sorriso all’ingenuità del tempo passato.

I remix sono secondari e sterili come mandaranci, ma non altrettanto buoni; sono bianchi e lucidi schermi da computer, composti di minuscoli pixel musicali che vengono spenti e accesi a comando, non lasciando altro che poca soddisfazione, sguardi alterati e gocce di sudore sulla pista da ballo, per il fatto di averli gustati in troppa fretta; al momento poi di tornare a casa non ci hanno procurato altro che un amaro rimpianto di aver sprecato l’unica occasione per confessare a colui per cui siamo impazziti ciò che sentiamo, perdendo l’occasione di liberare un po’ di sé in quello spazio ristretto e acquistando forse, il che è più auspicabile, un po’ più di orgoglio. Questo è il motivo per cui odio i remix.

Dedicato a tutti i cuori aridi e orgogliosi di questa pista da discoteca che è il mondo:

Annunci
Standard