Musica

Giorno 10: il mio tour preferito

Arrivano quei momenti, e tutta la giornata di oggi è passata come uno di questi, in cui attendiamo che si verifichi qualcosa di così irrimediabilmente raro e sporadico che, quando entriamo nella dimensione spaziale in cui quell’evento dovrà verificarsi, sembra che si annulli la distanza tra sé, gli altri partecipanti e l’universo. Questo allora inizia a preparare le sue carte, mette i manifesti, si dilunga in albe e tramonti di cui non ci interessano né la sostanza né i protagonisti. Viviamo di notte, non ci sappiamo calmare.

Poi all’alba dell’ultimo giorno, proprio di quel giorno, mentre sorge il sole abbiamo la certezza, confermata dall’abitudine mentale di cui siamo ormai schiavi da giorni, che quello stato di completa innervatura non finirà mai, mentre sembra che le membra ci seguano. come sulla strada asfaltata di un deserto, e la sfiancante passeggiata attraverso le ore non giunge mai a termine. E affinché il giorno tanto desiderato arrivi più presto possibile, ci dimentichiamo che nel mezzo stiamo vivendo di un’attesa che si consumerà, e ci consumerà, come la fiamma brucia la candela, e mentre la brucia si nutre del suo passato che ormai è diventato liquido.

Nell’attesa frenetica e impacciata, impressionistica, delle ore prima di un evento come quello di un concerto, di una data di un concerto, dove finalmente assistiremo a quella mitica e tanto amata figura di donna – la mia amata Kylie – trasfigurata in una Madonna coronata di stelle dai colori delle scenografie, dai costumi scintillanti e dalla voce rimbombante per tutto lo stadio, durante questa attesa dunque i minuti passano, le ore diventano minuti. Ma l’euforia di aver capito che quella è stata perfettamente, con tutte le sue conseguenze e le sue cause, proprio la serata più bella di quella parte della tua vita che tenevi nascosta anche a te stesso fino al momento di arrivare a toccare l’altezza di quella gioia, accade che si manifesti dopo, quando le luci sul palco si sono spente e la Madonna è già volata a rendere pieni di illusioni altri palazzetti dello sport e altri milioni di cuori microscopici come il mio.

Al momento dell’evento allora non comprendiamo altro che una semplice e frammentaria verità, il cui dubbio ci ha tenuti svegli, attanagliati dal desiderio di andare avanti nel tempo: capiamo che una frase banale come sono al posto giusto al momento giusto, e questo è ciò che amo, una formula di rito che generalmente usiamo per convincerci del fatto che avremmo potuto essere altrove a fare altre cose giuste ma che non sono in grado di compiacere l’appropriatezza del contesto, diventa una tavola della legge scolpita a lettere d’oro sull’onice della nostra memoria. Se fermiamo poi la sensazione che ne deriva in mezzo ai mille colori che ci lancia negli occhi la meravigliosa Madonna sorridente dall’altro lato del palco, e se, come un odore che rimane attaccato per sempre alla memoria a causa della meraviglia che ci è stata destata, attacchiamo tale memoria alle fotografie di quella assenza cui ci abitueremo subito dopo che le due ore di rivelazione sono terminate e che torneremo a sperimentare tempo dopo, un concerto riesce davvero a diventare una specie di Big Ben della coscienza.

Le memorie che hanno cominciato a vivere da questo tour sono evanescenti, illusorie ma non per questo meno importanti:

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