Giorno 11: canzone preferita dall’album LET’S GET TO IT

C’è molta confusione rispetto all’opinione che abbiamo del nostro concetto di bene di lusso, anche e soprattutto dentro noi stessi. Non fatichiamo a volte nell’invidiare una celebrità che naviga nell’oro delle sue terre, ville, case, possedimenti e sfarzo e che nonostante ciò, se qualcuno glielo chiedesse, rimpiange qualcosa nei suoi occhi che nessuno di questi beni – o mali – riesce a soddisfare?

A volte è vero, l’invidia ci rode le viscere; costui ha una bella rendita quindi anche se è triste potrebbe curare la depressione come più gli piace, facendo per esempio tutti quei viaggi intorno al mondo che a me sono negati per mancanza di disponibilità economica. Il ragionamento che allora mi è venuto da fare è questo: potrebbe esserci una soluzione a questo mio desiderio particolare, perché la soluzione più ovvia sarebbe lavorare, conservare i soldi in vista del viaggio prefissato, lasciare il lavoro e partire finalmente per la mèta. Una volta giunto a destinazione e ambientato nei minimi dettagli, potrei poi ricominciare il ciclo da capo. Ma tutto questo va contro il mio bisogno innato di stabilità, sia emotiva che fisica, quindi la scelta si riduce essenzialmente a due opzioni: partire e destabilizzare o restare e consolidare. La scelta che faccio tutti i giorni è proprio quella di restare a guardare un panorama che per quanto a volte sia profondamente invernale, non richiede altro che una semplice partecipazione emotiva.

Per una sorta di perversione che colpisce molti – ma non tutti – seguaci del denaro, il riccone all’ingrasso medio invece sceglie di rimanere perché sa, o può immaginare, o ha già sperimentato, ciò che potrebbe succedere in un improbabile futuro se smetterà di accumulare ricchezza: diventerà un mio simile, in carne e giacca di lana senza il becco di un quattrino neanche per cavarsi gli occhi.

Riflettevo senza molto criterio allora, trasportando il discorso sulla sfida di oggi, che portando la considerazione del bilancio sulle proprie sostanze sacre e profane oltre le apparenze di cui ci riempiamo la testa, una canzone del passato e ancora di più l’opportunità di ascoltarla, rendono grandi benefici al proprio desiderio di avventura. Con un abbonamento a Spotify per esempio abbiamo a disposizione un catalogo musicale abbastanza sterminato, di cui a me piace immaginare tale funzione della tendenza a infinito come il più grande dei lussi che mi sia stato concesso: la possibilità concreta di fare quello che non facciamo mai, che sia poter viaggiare continuamente e ininterrottamente intorno al mondo senza preoccuparci del tempo che scorre o poter ascoltare migliaia di canzoni al giorno senza preoccuparci del denaro che scorre – la possibilità è il vero lusso.

Inoltre, per aggiungere un colore un po’ strano alla tavola musicale che ho apparecchiato, trovo che spesso, quando mi capita veramente di fare la lussuosa esperienza di ascoltare per caso nuovi brani  mi chiedo quali persone, quali tipi di strumenti, quanti giorni, quante idee e quante realtà si siano nascoste dietro le quinte di quell’album affinché il mio orecchio lo percepisse proprio in un certo modo, che probabilmente non coincide con le intenzioni originarie. La musica la fanno le persone, e le persone creano l’idea della musica. Un’altra volta vorrei capire come si origina il processo di formazione di una canzone, di un motivo, di un’armonia proprio nella mente umana. Adesso invece vorrei prendermi un minuto per riflettere, e prima ancora vorrei un’ora per ascoltare e approfondire le melodie di un album che ho sempre ascoltato di sfuggita, e che alla luce apparente della fatuità della title track non riservano forse le soprese che cerco.

Il primo singolo che fu estratto da questo album fu proprio Finer Feeling, il racconto di una storia tra due persone che non può avere successo e scade nel niente se non ci sono sia all’orizzonte che a ponente “sentimenti migliori e più sottili”.