Musica

Giorno 12: la prima canzone ascoltata in assoluto

Il viaggio nella memoria richiede esercizio continuo, come  un navigante che entra in comunione con l’oceano nello stesso momento in cui abbraccia il timone e non riesce a scacciare l’impressione che la sua tomba saranno proprio i flutti.

Trasportato dalle melodie, ogni tanto riesco a richiamare alla memoria pezzi di vita che chissà come erano affondati in abissi non mappati. Strano come a volte una melodia che abbiamo ascoltato centinaia di volte per giorni e giorni di fila ma che ora abbiamo abbandonato, dopo che le sono subentrate nella memoria emotiva altre frasi di origine più meschina ma cariche di significati qualitativamente superiori, torna casualmente al centro dell’attenzione dell’ascoltatore per la prima volta dopo mesi; e adesso come suona a vuoto, come se gli esecutori finora silenti avessero cambiato stanza dopo tutto quel tempo e il nuovo ambiente avesse un’acustica diversa, e per qualche motivo migliore, accogliente come il soggiorno di una casa appena rimodernata! La nuova esecuzione, o almeno la nostra percezione del brano come nuova esecuzione, strappa a malincuore un sorriso perché se le memorie a cui sono collegate le frasi sono piacevolmente rievocate con il semplice ausilio della volontà, l’ascoltare armonie tipiche di un certo intervallo di giorni sarà decisamente più piacevole attraverso la prospettiva delle nuove vicende che abbiamo vissuto e le arricchirà di vibrazioni che allora non potevamo cogliere; pensavamo che quelle frasi, che conoscevamo d’abitudine ed erano state sviscerate nel cuore e con gli occhi di allora, avessero completato il loro ciclo di interpretazione della realtà nel momento in cui la memoria ne fu satura, ossia qualche tempo dopo che un certo numero di vicende collegate tra loro era giunto al termine. Ma adesso che quel passato è veramente dietro le spalle, esso si è trasformato, insieme alla melodia che conoscevamo in un certo modo e che ora ha predisposto una nuova rete con cui catturare le nostre riflessioni, in un oggetto di cui si conserva solo un’anima che sorvola i luoghi come il bar dove facevamo colazione, le fermate dell’autobus, la panchina dove ci siedevamo stanchi o impazienti aspettando che la lezione cominciasse; luoghi che hanno perso la bellezza pericolosa della familiarità.

Per una storia come quella della mia prima canzone di Kylie, ci vorrà una bella dose di coraggio, simile a quello necessario per ritornare ad ascoltare una frase musicale associata al dolore; poiché niente che sia più recente di qualche giorno rimane ben solidificato, e soprattutto dettagliato, tra le rughe della mente.

Incipiava l’autunno, e fu deciso dopo lungo dibattito che il primo sintomo del rinnovato splendore di Kylie dovesse essere un’immagine vivida, viva e decisamente meno sgranata rispetto al passato, come per esempio era accaduto nell’era KM94; fresco e limpidezza, bianco, asettico ma non impersonale, ecco che il pubblico, condizionato forse dall’alta moda dell’epoca, si venne a formare un gusto particolare per toni di opacità e minimali, allusivi ma non maliziosi, che di fatto divennero il simbolo di quell’era. L’umanità era appena entrata nel nuovo millennio, ed era passato un anno dal grande cambiamento – ma in realtà nulla era cambiato – e siccome eravamo giovani anche nel sentire, cambiammo sensibilità neanche chiedendoci perché.

Semplice e intensa, spensierata e intoccabile, mentre rintocca il ritornello in questo ennesimo giorno di nebbia, apriamo la strada ai ricordi che La La La (abbreviazione onomatopeica di Can’t Get You Out of My Head) fa riaffiorare, che fanno leva sulla potenza espressiva della voce tonalizzata da Kylie. L’artificiosità del computer che riveste il brano è la stessa dello sfondo usato per tutta la durata del video – celebrazione della tecnologia degli anni 2000. Da allora la fortuna del brano, le sue continue e sterminate rielaborazioni, di cui la più recente è forse la summa totale, non poté che aumentare fino a fissarsi come base su cui costruire la scaletta di ogni successivo Greatest Hits e setlist di concerti.

Mi dispiace ammettere, in ultima analisi, che questo è il primo brano di Kylie di cui ho memoria effettiva; me ne dispiace fino all’anima perché è talmente banale come “prima volta” che è come se avessi perso la verginità con un gigolò. In questo devo ammettere di essere uno dei tanti. D’altra parte non scegliamo da chi nascere, né scegliamo come morire; sono orgoglioso di far parte della generazione Fever. In particolare, la scoperta del brano come parte dell’innologia del genere puttanpop si inserisce nel percorso di auto-sguardi sul self; in questo senso il brano fa ancora eco ai pensieri che accendevano la scintilla su quei corpi robusti e per niente femminili i quali, muovendosi al ritmo di quel tipo di musica dietro la stessa Kylie, fatalmente attiravano il mio sguardo. Nasceva in quegli anni, in forma primitiva, il mio modo particolare di sintetizzare l’essere gay e l’entrata nell’adolescenza.

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