Linguae

Una brutta esperienza

Qualsiasi traduzione è un prodotto derivato, per quanto si voglia rivendicare da parte di noi amici del dizionario bilingue il fatto che in realtà noi scriviamo la storia in un altro modo.

No cari miei. Non siamo scrittori. Siamo aedi e rapsodi che vanno qua e là per le campagne e le città a carpire informazioni su come va il mondo, ossia su come va la storia che dobbiamo tradurre, e infondiamo le nostre conoscenze ricamandole su quella storia. Non vengo pagato (nelle rare volte che vengo pagato) per raccontare un’altra storia o ascoltare la storia per come l’ho interpretata io. Il mio punto di vista è semplicemente quello inevitabile che viene fuori dalla scelta di una parola rispetto a un’altra; il mio contributo sta semplicemente nel far arrivare la storia nel modo più semplice e vicino possibile al vissuto linguistico quotidiano del lettore.

L’opera non è semplice, ma può essere interessante prendere come esempio la traduzione di un pezzo già tradotto. In questo caso, mi è successo di sperimentare come due versioni di una storia, una sulle spalle dell’altra, possano dare una terza traduzione migliore (la mia chiaramente) e così via, man mano che i rimaneggiamenti da una lingua all’altra si susseguono. Questo processo somiglia molto all’opera di collazione che i filologi devono fare dei vari codici per ottenere un testo più vicino possibile a un originale perduto; la differenza però è che nel caso delle traduzioni tanto maggiore è la quantità di differenze, tanta più espressività e significato sarà acquistata nella narrazione della storia; e soprattutto, grazie al cielo, nelle traduzioni l’originale è sempre presente e non in avanzato stato di decomposizione.

Dovevo tradurre un pezzo inglese che era già la traduzione di un pezzo dal portoghese. La mia conoscenza del portoghese è abbastanza basica, ma efficace perché comprendessi che il traduttore inglese aveva risistemato il periodo in una forma poco “romanza”, usando un costrutto che le lingue neolatine di solito non adoperano. La frase che mi sono trovato davanti era:

<<Eighteen years ago a true revolution in the Brazilian educational system was started when Project Âncora launched in the town of Cotia, São Paulo. It took the form of a space for learning, practising and enhancing principles of citizenship […].>>

It took the form? Ma perché? mi sono chiesto. Was started? Ma il soggetto non ha un’enfasi tale da richiedere il passivo. Pensando che, dato l’oggetto dell’articolo, forse era una traduzione, sono andato a controllare il post originario, che risultava molto più lineare – ovviamente, mi dissi a posteriori:

<<Há 18 anos, uma revolução começou no sistema educacional brasileiro com o nascimento do Projeto Âncora em Cotia, São Paulo, um espaço para o aprendizado, a prática e multiplicação da cidadania […].>>

Innanzi tutto la frase portoghese è attiva e quindi molto più semplice da leggere per il lettore finale; inoltre l’autore fa uso di semplici complementi per descrivere l’evento, mentre nella traduzione inglese due proposizioni distinte si giustappongono senza alcun nesso (c’è l’anaforico “It”  ma è usato nella sua forma dummy quindi non fa testo). Questo perché nella sistemazione della frase, dopo aver accettato la soluzione del passivo, si doveva rimediare alla resa dell’inciso seguente con una locuzione che riprendesse e proseguisse in qualche modo il significato rendendo le due frasi un unicum – come nell’originale. Ovviamente questa è follia pura, un ottimo modo per complicarsi la vita. Mi chiedo: ma l’inglese non era considerata una lingua più semplice rispetto alle figlie del latino? Penso, da buon anglofilo come mi ritengo, che qui c’è in concorso una buona dose di Google traduttore, senza l’accorgimento necessario di una revisione. Nessun editore di media cultura anglofona avrebbe dato alla pubblicazione quel it took the form, non pensando, per dare un dettaglio da rompicoglioni, che quel form nella sensibilità linguistica di un parlante inglese è un calco romanzo sentito come forzato, mentre un più lineare shape sarebbe andato più che bene. Chiaramente ho poi continuato la traduzione prendendo come riferimento diretto il pezzo in portoghese.

Ho il dubbio che il traduttore sia stato un madrelingua portoghese che ha cercato di “abbellire” o di rendere in un registro più formale una frase sentita probabilmente come troppo vicina al parlato. Ma la traduzione è un’arte così bella che, secondo me, è un peccato e un controsenso rendere artificiosa e alta. Peggio per me.

Il confronto tra le due traduzioni permette di mettere in luce quindi come il sostrato di una lingua venga fuori spontaneamente anche dal modo in cui rendiamo un verbo. L’arricchimento datomi da questa esperienza riguarda soprattutto il fatto che mi sono finalmente deciso a imparare il portoghese – nella variante brasiliana ovviamente.

Annunci
Standard