Cronache, Diario

Sullo stato attuale della considerazione gaia

Nelle sere in cui non sono interamente a mio agio con la temperatura percepita, e soprattutto in cui mi ritrovo a fissare lo schermo del computer, mi serve qualcosa per distrarmi e ridere alla faccia della globalizzazione, tanto per dire.

Il compito di questa sera era trovare qualche nuovo segnalibro per la barra dei preferiti per la categoria “Foto”. Ho circa un migliaio di foto da caricare su internet, e domani dopo la tesi dell’amica Prixia ne avrò circa altre duemila grazie alla meravigliosa capacità delle disgrazie fotografiche di non venire mai da sole. Ma credo che a questo punto le lascerò a prendere pixel di polvere nella memoria esterna (dio benedica chi l’ha inventata).

Una questione che mi angustia moltissimo è che ancora non ho capito come funziona l’inserimento di immagini e relative didascalie all’interno di un articolo prevalentemente di testo; il problema è l’allineamento con il testo come quei magnifici articoli che ogni testata bloggativa pubblica ogni giorno. Il problema si presenta nel momento in cui inizierò anche io a scrivere articoli originali sulle cose che capitano nel mondo, e non solo sugli affari miei – il che potrebbe essere un problema perché le mie opinioni di solito sono lanciatissime quanto crudeli. E se anche inizio a dare opinioni non si salva nessuno, ve lo dico.

Venerdì 17 gennaio

Quella precedente era solo una bozza in cui maledivo il mio stesso essere incapace di inserire fotografie e didascalie all’interno di post, quando il procedimento non potrebbe essere dei più semplici, con il fatto che WordPress mette a disposizione quel simpatico bottoncino Aggiungi media che non avevo notato finora e che risparmia i negati come me nel linguaggi astrusi del CSS. Chissà poi perché ero convinto che l’inserimento di immagini e tag dovesse avvenire necessariamente e solo tramite formato testo. A volte mi prenderei a calci da solo per quanto mi complico la vita. Ma tutto si era risolto per il meglio. Era.

E io che pensavo con la scoperta di questa funzione di aver scampato appunto alcune scariche di nervi; ma non sia mai.

Ci si doveva mettere la blogger cogliona di turno a rovinarmi una già pessima giornata. Questa mammifera semi-senziente non meglio identificata si è permessa di mettere insieme tutti gli stereotipi possibili e immaginabili che siano mai stati costruiti per la categoria ‘maschio omosessuale’, magari anche facendosi una bella risata e sempre più compiaciuta della sua opera man mano che decine di commenti di persone intellettualmente minime appoggiano il suo distorto punto di vista.

Chiaramente il link al blog della vagina triste in questione non comparirà mai sul mio blog, né le farò il favore di trackback immeritati. Una persona così cretina e immatura da non vedere nel suo “amico gay” altro che un cagnolino scodinzolante pronto a raccogliere i pezzi della sua astinenza sessuale ha ben poco da spartire con me, che da qualche anno soffro di una fobia particolarmente sensibile agli stereotipi. Che poi il punto della situazione è proprio lì, nella posizione predicativa dell’aggettivo gay. Ci penso spesso: un gaio amico suona strana e agrammaticale come sintagma; un amico gay è invece il solo ordine consentito dal comune sentire, ed è purtroppo diventata una collocazione a tutti gli effetti. È evidentissimo come il linguaggio rifletta la forma mentis della società.

Il nostro essere omosessuali è l’unico modo che abbiamo per distinguerci: nella società contemporanea l’essere gay è già un’azione di per sé, è un predicato che ci appartiene come unico ed esclusivo in mezzo alle altre categorie di persone; ci definisce in toto, coprendo come una nube grigia e uniforme tutte ciò che possiamo dare e di cui siamo fatti che escluda le solite rivendicazioni di sessualità molteplice o promiscua. Ciò che non ci è consentito invece è che l’aggettivo gay sia solo un attributo di noi, una parte della nostra personalità, come l’essere mancino o dai capelli chiari; non ci è consentito essere un gaio amico – l’espressione suona ridicola, se non antiquata. O accettiamo di essere definiti solo come gay, e quindi la nostra personalità dovrà essere di conseguenza solo sensibile e alla moda, oppure siamo persone pericolose che destabilizzano le mura di pensiero della massa e che vogliono mimetizzarsi per fare proselitismo.

La vita di quelli ai lati della vita di tutti i giorni non è facile, né lo sono la costruzione quotidiana dei rapporti interpersonali. Tentiamo di dire a noi stessi che un giorno sarà migliore, ma quel giorno non arriva mai. È per questo che mi incazzo ogni volta che una cretina qualsiasi accosta l’essere gay – un filo da riavvolgere più che un semplice lato del carattere – con lo stereotipo che ha portato tanti ragazzi alla morte, una morte che non meritavano.

Siamo alle soglie del terzo decennio del terzo millennio e ancora ragioniamo per stereotipi; e ancora gli stereotipi uccidono. Mi sa che la mia è una battaglia persa; purtroppo sono difficili da educare e impossibili da sradicare.

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