Fiamma che brucia

E’ una di quelle serate. Luce dimessa, occhi stanchi di niente, fiacchezza ingiustificata.

Ho cercato di rivedere qualcosa, mi fa tutto orrore. Stanchezza e nausea, parole vuote e senza significato.

Non mi basta mai nulla. Mi sono stancato di essere quello che scrive per forza. Eppure sento dovere di scrivere, ho appena sfiorato la superficie con un lembo di pelle dopo aver scritto qualcosa di vero. Queste quattro parole che si scrivono per far vedere la propria voce – come un giocoliere che ingoia benzina e poi sputa fuoco – non mi bastano, non sono abbastanza. Non voglio essere migliore. Voglio essere meglio.

Il sole soffiava e il vento arrivò puntuale quel giorno. Virginia si alzò dal letto cercando a tentoni gli occhiali sul comodino; a quell’ora del mattino la luce entrava prepotentemente dalla finestra, e come ho fatto a non svegliarmi prima? La testa mi gira un po’, sarà normale dopo aver bevuto così tanto iersera. Quella bottiglia non voleva darmela vinta. Dov’è il maglione? Si guardò attorno strizzando gli occhi – dove sono quei maledetti occhiali – e individuò una pozza di color rosso sopra la sedia-armadio. Si infilò il maglione con un brivido di reazione alla temperatura esterna – esterna al letto – e si diresse verso il bagno per compiere anche quella funzione. Nello stesso momento Ebby stava per svegliarsi da un sonno molto più profondo.

La situazione era disperata: il cucchiaino aveva iniziato a raschiare il fondo del barattolo, di miele ce n’era appena per altri cinque-sei giorni al massimo. Poi avrebbe dovuto ricomprarlo, perché poteva anche non aver mai toccato una tinta per capelli, ma non ammetteva che in casa di un gay non ci fosse del miele per addolcire il tè. Ci avrebbe fatto una pessima figura con i suoi amici. Prese un fiammifero e lo sfregò due o tre volte – da quando avevano liberalizzato il commercio dei fiammiferi la qualità si era abbassata del tutto. Quei legnetti che lo costringevano a emettere mugugni di rabbia e gli procuravano scottature varie alle dita e in vari punti delle braccia, erano così perfidi – la malignità fatta oggetto casalingo. Gli davano i nervi, e dio solo sa quanto gli faceva male arrabbiarsi, ma non avrebbe mai sostituito quei legnetti con quelle cineserie degli accendini a gas dal collo lungo.

Erano semplicemente ridicoli. E soprattutto non avevano quella fragranza, quell’odore unico e insostituibile che emanavano i cerini quando venivano sfregati contro la patina marroncina ai lati delle scatole che li contenevano. Tutto intorno a quelle scatolette che raffiguravano paesaggi naturalistici fin de siècle e stampe a colori di vario genere, ruotava intorno al momento del cic, il rumore che scattava grattando la punta rossa del bastoncino sulla striscia di carta smerigliata. Poi seguiva un soffio, la punta rossa si incendiava; e i primi istanti di vita di quella fiammella erano scossi come da un vento fortissimo, una raffica che sconvolgeva la testa del cerino e in un secondo portava via il colore vivo della testa. Durante l’ondata dell’accensione quel miscuglio di polvere da sparo e cera era allora un ottimo dissolvente, oltre che di ossigeno, per gli occhi che lo osservavano. Si risolveva un conflitto nello spazio di un batter d’occhio, e l’odore che quel vento di fuoco generava arrivava alle narici di Ebby, e stranamente lo rendeva felice. Tutto ciò che gli faceva male lo rendeva felice. Respirava a pieni polmoni il fumo bruciato della capocchia di fiammifero, e ne ricavava un sorriso beato. Quell’odore arrivava da lontanissimo, una vita fa.

La colazione era stata preparata da mamma, che era in piedi già da almeno un’ora. Latte e orzo si trovavano in un pentolino sul fornello, ma non era acceso; era lui a doverlo riscaldare. In bagno a lavarsi, poi di nuovo in cucina, ma passando per la camera da letto diede una scorsa alla camera nella penombra bluastra del mattino, ed ebbe una piccola stretta al cuore: il letto disfatto era lì, triste, con le lenzuola morbidissime di flanella, e non avrebbe voluto lasciarlo in quel modo per affrontare il freddo della casa né tantomeno per andare a scuola e sentire gli strilli delle maestre. Ma era ora di fare colazione. Prese la scatoletta di fiammiferi grande – quella piccola era di un’altra marca, e con una smorfia si disse che non valevano niente – e ne accese uno, soppesando nel frattempo su quale fornello mettere a scaldare il latte.

Decise per quello medio. Fece una sniffata involontaria all’odore del fumo provocato dal cerino acceso ed ebbe un giramento di testa. Chiuse gli occhi perché era arrivato subito uno starnuto e non voleva iniziare a cacciare lacrime nello stesso momento. Ma quel momento passò e restò con la bocca mezzo aperta per qualche minuto. Chiudi la bocca che entrano le mosche! disse mamma. Devo mettere il libro di lettura nello zaino. Acceso il fornello, corse in camera a vestirsi. Come sempre impiegò cinque minuti, poi tornò in cucina dal bricco fumante di latte e orzo e ne trasferì il contenuto nella sua tazza dei Pesci. Aveva buttato il cerino, ormai dalla capocchia nera, nel camino spento. Oggi anche gli altri leggeranno la storia del cavallo alato! e sorrise, pensando che finalmente avrebbe potuto dire di conoscere la storia senza che gli dessero del secchione.

Ho ritrovato la parola. Sembra che quella delle memorie sia la strada giusta. Da un piccolo esperimento sembra che possa ricavare mille diversi sbocchi di intreccio, e ad ogni bivio la strada diventa sempre più piana, meno folta di alberi e luminosa. La difficoltà che trovavo era semplicemente di argomento. In dieci minuti ho scritto più di trecento parole e se mi soffermassi un altro po’ potrei andare avanti. Se il sentiero è così facile da seguire, perché mezz’ora fa mi sentivo frustrato? Cosa devo fare per tenere premuto il grilletto?