Musica

Giorno 19: canzone preferita dall’album Light Years

Quando un popolo non conosce la vergogna della schiavitù culturale, è ben poco consigliabile che scoppi una rivoluzione. Come quando le zanzare si avvicinano al calore della lampadina ma non riescono a starle attaccate perché la superficie del vetro le brucerebbe, un gruppo di persone di qualsiasi natura che si riconosce come comunità deve avere un’immagine, un simbolo o un inno che rappresenti l’essenza stessa del posto nel mondo di quell’aggregazione e che allo stesso tempo la protegga e differenzi dal resto della massa.

Nel secolo scorso il posto più importante per gli omosessuali diventò la discoteca; il luogo d’elezione dove si portavano avanti idee contro lo spirito benpensante dei tempi era proprio un semplice ritrovo dove primariamente si sfogavano gli istinti, si aprivano le porte alla trasgressione e poi ci si poteva riferire come una seconda casa.

Dico “diventò” perché anche questo è frutto di uno stereotipo – che però trova riscontro nella maggior parte dei casi, me compreso. L’animo del maschio omosessuale sembra non poter fare a meno di una certa modalità espressiva che trova l’apice nel ballare, declinato in varie e molteplici forme e accompagnato spesso da travestimenti di varia natura. In sintesi, l’essenza dell’uomo gay è il teatro, lo spettacolo. Viviamo attraverso l’impressione, e ci facciamo ricordare e identificare attuando una bellissima maschera arcobaleno, permanente o solo per una sera, che il genere eterosessuale indossa invece spesso inconsapevolmente.

A volte mi chiedo come sarebbe andata se non fossimo stati così identificati con questo passatempo che ci ha fruttato le più strampalate e dolorose discriminazioni. Abbiamo assunto l’immaginario eterosessuale che ci voleva per forza rifiuti umani abbigliati e acconciati in modi assurdi e l’abbiamo inserito a uno scopo ben preciso: combattere lo stereotipo stesso.

Non direi, da parte mia, che andare in discoteca è alla base della mia personale piramide di Maslow. Piuttosto lo sento come un posto affine e congeniale a un bisogno ben più culturale e che quindi ho acquisito negli anni. Amo la solitudine, ma di tanto in tanto ho la necessità di vedere cosa succede e come il mio mondo, la mia gente e in generale tutti gli esclusi come me si ritrovano ad acquisire e beneficiare attraverso la musica di un senso di appartenenza. E’ come un nutrimento che una frequenza regolare permette di assorbire un’immagine di noi stessi che non sia dolorosa, fallimentare, derisoria come quella che riceviamo tutti i giorni. Ci sentiamo meglio quando siamo uniti, ci sentiamo meno soli al mondo.

Per me questo senso di appartenenza trova espressione in Kylie, che come una Madonna protettrice di noi omosessuali sorride benevola alle nostre performance di Drag Queen quotidiane. Uno degli inni, anzi l’Inno che spiega la trascendenza che unisce Kylie al genere secolare dell’omosessualità è senz’altro Your Disco Needs You. La tua discoteca, la tua comunità, la tua gente hanno bisogno di te. Abbiamo bisogno di te per costruire una società in cui nessuno si senta abbandonato. La portata del messaggio è così grande che per farlo arrivare dovunque e per sottolinearne l’importanza Kylie lo ha cantato in quattro lingue.

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