Musica

Giorno 21: canzone preferita dall’album Fever

Una forma di autolesionismo non trascurabile deve fare i conti con la permanenza di regole e schemi che a volte diventano così rigidi che neanche un diamante da universi paralleli riuscirebbe a scalfire. Vengono acquisiti con la distorsione e il lavaggio del cervello a cui ci sottopongono alcuni individui che ci ritroviamo a frequentare nostro malgrado; ma noi li troviamo affascinanti, e loro in cambio manipolano la nostra percezione del bene e del male, scambiando il giorno con la notte e il tramonto con l’alba, il cielo con il mare. Rimaniamo intrappolati in essi per lunghi periodi di tempo, fin quando, gradualmente, siamo noi stessi con l’azione combinata del tempo, della maturità e dell’apertura ad altri orizzonti, ad allentare i legami che ci avevano quasi strangolato. Ora essi ci appaiono miti, docili, innocui come un bicchiere d’acqua, quando invece, nel momento in cui dipendevamo completamente da questi incubi, a momenti richiesero il tributo della nostra salute, come veleni che agiscono dopo molte ore, e rendono la sofferenza fisica del tutto sopportabile paragonata a quella mentale che causavano.

Una di queste poche certezze è che la prima e ultima connessione tra il me privato e il me pubblico divenne coincidente ai tempi in cui uscì questo album e quando tempo dopo scoprii per caso questo video; ne portai da allora nel cuore un’immagine come sfocata, con memorie che andavano da una lampadina a luce calda al letto troppo stretto ma confortevole che mi ospitava di notte.

In quegli anni avevo una camera piccolina, con un armadio proporzionalmente gigantesco che ospitava letteralmente e metaforicamente tutte le paure e insicurezze, incarnate da oggetti proibiti a vario titolo, di una passione nata per sbaglio. Se penso che i momenti più belli li passavo davanti alla televisione aspettando di registrare videoclip e intere puntate di programmi per adolescenti in subbuglio, oppure davanti a un libro o al mio troppo-fucsia-per-essere-vero diario segreto, capisco che i momenti di confusione sono all’ordine del giorno dopo che si è superata la soglia dei quattordici anni. Non usai mai quella faccia che allora nascondevo per rivolgermi in pubblico e viceversa.

Ogni conoscente, nella cerchia immaginaria in cui l’avevo inserito, aveva di me una faccia precisa e secondo l’aspettativa che questa faccia suscitava in me e che io pensavo di aver suscitato in essa, mi comportavo in modo scontroso, riservato, dolce, solare, gentile, perbenista o ignorante. Potevo mischiare questi stati d’animo a mio piacimento e l’obiettivo finale era che non si venisse a capo di quel lato del mio carattere che riversavo interamente nel diario fucsia.

Quando prendiamo la parte per l’intero e quando viceversa prendiamo l’intero con la parte stiamo ragionando con stereotipi costruiti senza che ce ne accorgiamo. Ero colpevole del mio stesso stereotipo, e non pensavo che questo continuo rimaneggiamento delle maschere che indossavo in modo selettivamente casuale avrebbe alla lunga danneggiato i rapporti piuttosto che favorirli.

Anni più tardi decisi, grazie alle amicizie e alle letture che a volte le sostituivano egregiamente, di rivolgere agli altri una sola faccia: quella sollecitata dalle azioni altrui, le cui intenzioni più esplicite leggo negli occhi. Il senso di questa canzone è, oltre al classico inno all’innamoramento e al potere di incantare, anche riferito alle profondità e ai minimi movimenti dell’anima che si rivelano indiscreti al di là dell’iride. Qualsiasi contatto umano non può farne a meno.

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