Neve e cenere

Era un aprile di tanti anni fa. Ricordo come fosse adesso il giorno in cui, in gita con la classe del liceo, andammo a visitare il campo di concentramento di Sachsenhausen vicino Berlino. Non scorderò mai più l’orrore che mi fecero gli edifici bassi e neri dove si conducevano esperimenti su zingari e storpi, con quelle mattonelle lucide, ripulite di atrocità e i corridoi in cui l’aria putrida del nazismo aleggiava ancora come uno spettro che ha dei conti da pareggiare con i vivi.

Nessuno può capire l’orrore del destino che alla nascita ti è stato sbattuto tra capo e collo con un triangolo rosa, finché non entri in una di quelle fosse dove le persone bruciavano vive e ti colpisce uno schianto, un’allucinazione dovuta alle lacrime e al freddo inclemente: sei uno con la divisa a righe, sei un rifiuto della società, ti stanno portando al macero. Sei inutile perché sei diverso. Qualche mese fa avevi commesso l’imprudenza di accarezzare la guancia di un tuo amico; qualcuno ti ha visto e denunciato. Allora ti hanno deportato qui con l’accusa di essere un pervertito, un pericolo per la pubblica sicurezza. Davanti a te adesso c’è solo il cielo grigio e dei soldati che guardano il fuoco dietro di te. I piedi trascinano sulla terra, sono pesanti, ieri avevi trasportato macigni con le mani scheletriche. Senti già il calore del forno, il tuo ultimo letto. Preghi che almeno Dio ti accolga benevolo e chiudi gli occhi.

Mi devo allontanare dal resto del gruppo, che fissa in silenzio una vetrina dove sono esposti gli arnesi arruginiti che usavano per gli esperimenti. Ho la nausea e non riesco a parlare; con gli occhi sbarrati esco fuori da quel basso edificio e l’aria gelida sembra infondermi una nuova vita, un nuovo spirito. Sono tornato al presente, ma non sono vivo. Una parte di me è morta, non è più tornata da quello stretto giaciglio rovente. Una parte di me ha sentito il viso sciogliersi, i capelli divampare e le mani diventare pezzi di brace nera. Ho sentito qualche ultimo scoppiettio del carbone, mentre capivo che le gambe non mi tremavano più. Poi ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato.

Cammino avanti e indietro davanti a un monumento moderno scritto in tedesco, che mio malgrado capisco. Torno davanti alla fossa dove sono morto. Cerco un fiore da deporre davanti alla bocchetta del forno, ma non lo trovo. Questa terra è sterile, come le ceneri della disumanità di cui è disseminata.

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