Musica

Giorno 28: canzone preferita da The Abbey Road Sessions

L’eterno ritorno degli uguali, l’eterna voce che mi strappa da un posto e mi scaglia dalla parte opposta, poi all’improvviso riesco a tornare all’inizio.

Il calendario del cellulare segna che è appena scoccata la mezzanotte, è iniziato il giorno 31 di luglio. Sono sdraiato sul letto, sulle lenzuola di cotone roventi che per tutto il giorno hanno assorbito il calore dei muri di casa. Gli occhi sono chiusi, l’ipod suona un vecchio album di Giorgia che non avevo mai ascoltato, si chiama Mangio Troppa Cioccolata – a volte inizia a piacermi un album perché in qualche modo confessa i miei peccati senza chiedermi l’autorizzazione.

Dopo l’ultima canzone scende il silenzio nella stanza, respiro due volte con gli occhi rivolti al soffito blu scuro. Girandomi lentamente dall’altra parte rivolgo una preghiera di ringraziamento al chiarore della notte per avermi fatto apprezzare anche questo giorno. Chissà se questo stato di tranquillità durerà ancora per molto.

Scendo dal letto e nonostante sia ben passata l’ora in cui di solito mi addormento, non ho sonno. Quell’album mi ha preso così tanto che era impossibile tentare di addormentarsi. Le parole di Dimmi dove sei mi risuonano in testa ancora una volta, e da quel particolare capisco che diventerà una delle mie canzoni preferite. Mi affaccio alla finestra e scorgo il cielo vagamente illuminato da due o tre stelle sparse, niente in confronto allo spettacolo di luci invernale.

Torno a letto perché mi sembra tardi, ma non ho la più pallida idea di come fare per addormentarmi. Ricordo che mettendo l’ipod in riproduzione casuale mesi addietro mi addormentavo dopo circa cinque canzoni, quindi tento di nuovo l’esperimento – tutto ciò che facevo prima è come se fosse stato vissuto da un altro me e io avessi preso in prestito i suoi ricordi in modo brutale. Quel mese è staccato dalla rappresentazione di tutta la mia esistenza perché ancora non lo sento come vissuto, ma come subìto.

La riproduzione casuale inizia con uno scoppio di percussioni e sassofoni, come un quartetto jazz che aspetti solo il cenno del cantante per iniziare. Arriva ad introdurre The Locomotion un mormorio prodotto da una voce di donna dal timbro sconosciuto. Tutto avviene nella frazione di pochi istanti: mi spavento, il mormorio viene da un’altra vita, da un passato che non ricordavo di avere. In questi mesi avevo eliminato tutto ciò che era vecchio e abusato, e l’avevo rimpiazzato con vecchi successi mai ascoltati e playlist di cantanti italiani e stranieri che mai mi sarei sognato di amare.

Con questo ritorno a circa otto mesi prima, quando era iniziata la discesa all’inferno, mi sembrava di riconoscere il momento preciso in cui questa canzone mi è diventata un’estranea. Fu la notte del 15 febbraio, quando non volli più saperne niente di essere legato a un altro individuo. Volevo essere libero e ho trovato una prigione abbastanza confortevole da assomigliare a ciò che andavo cercando.

Sta per tornare quel periodo, e ne sono spaventato. Tutto è cambiato ma l’eterno ritorno impone che prima o poi dovrò soffrire di nuovo in quel modo, marchiando in qualche modo il mio destino con un cerchio rovente.

La tristezza della gioia primitiva che mi dava questa canzone e la letizia di averne riscoperto i dolori che ne sarebbero nati dal ricordarne la melodia sono racchiuse in meno di tre minuti. Non posso dire quindi che questa sia la mia canzone preferita, ma per il momento, finché il ricordo non perderà quella sbavatura di dolore che ancora ne sconvolge la bellezza, mi accontento di pensare a questa nuova versione orchestrale come a quella che una volta era la mia preferita.

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