Diario

Dolce aprile

Dai recessi delle settimane ho recuperato un po’ di tempo da dedicare esclusivamente al flusso bloggario. Mi pare che sia un’ottima abitudine. L’impulso si è fatto sentire qualche giorno fa quando ho trovato la sfida dei 30 giorni di Poesia, ma di questo ho già scritto.

Il punto è che senza almeno due tazze di tea al giorno e un buon pezzo di sincerità scritto alla rinfusa, non saprei come domare i nervi. E soprattutto ricadrei nel buco nero che mi ha costretto – febbraio e marzo – a ripiegarmi nella solitudine più nera in compagnia solo di qualche libro.

Mi manca l’avventura spregiudicata dello scrivere libero senza preoccupazioni né costrizioni, lo ammetto. O meglio, le uniche costrizioni che accetto come salutari le portano le scadenze, perché se rispettate portano all’uopo rispetto per me stesso e mi fanno sentire come se avessi fatto qualcosa di importante. Questa illusione è importante come la memoria che scalpitava per uscire dalle dita nel mese di dicembre. Da allora non sono migliorato, né ritengo di avere qualcosa di interessante da dire. Eppure senza lo sfogo quotidiano dello scrivere, del tea e del bagno sarei perso.

Ragioni per cui ho promosso alla lettura mezza giornata piena, allo studio poco meno che un’ora e alla scrittura il resto del tempo. Mi dispiace di tornare sull’argomento ma ora più che mai mi serve alfine un calendario editoriale. Non mi basta quello elettronico. Devo continuamente scrivere quello che esce dalle sinapsi ed entra nell’etere del corpo. Un’esperienza comune di tutti i giorni come fare il tanto agognato tatuaggio potrebbe essere un punto di partenza. Ne ricaverò infatti un delizioso haiku.

Red skin burning up
pain to the dullness of people
pride for my damned people

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