Cronache, Lettura

Impression: il Musée d’Orsay al Vittoriano

Oggi ho speso la giornata in un passatempo orgogliosamente culturale dopo moltissimo tempo passato a gironzolarmi i pollici nell’attesa che piovesse dal cielo qualche occasione di migliorare la qualità dell’invecchiamento.

Come preludio devo dire che sto passando un periodo decisamente devoto all’impressionismo – che ho l’impressione durerà a lungo: sto leggendo l’ultimo libro della Recherche di Proust in cui cerco di trovare un po’ di me stesso dell’ultimo anno passato, e per fortuna non lo trovo affatto. Quando avrò finito l’ultima pagina mi prenderò una vacanza dalla lettura; anzi ancora meglio, lo ricomincerò a leggere da capo. Proust val bene una vita fittizia passata sullo schermo del Kindle; ma al prossimo giro voglio procurarmi anche un’edizione cartacea di questi sette capolavori che sono diventati un continuum imprescindibile, come un arcobaleno.

E come quest’opera monumentale ha cambiato il mio modo di pensare e di sentire, così lo scorrere lentamente gli occhi su quelle pitture e su quelle tele che ispirarono una parte di Marcel nello scriverla, non poteva essere un’esperienza maggiormente meravigliosa. Non ho tanto apprezzato la scelta dei lavori esposti, né la disposizione delle tele lungo un percorso a balzi, ma ho apprezzato con un piacere particolare la presentazione in modo intuitivo del periodo insieme alle ragioni del movimento impressionista – l’Elstir di Proust altro non è che il Monet in carne e lapide – e ancora di più il posto che è stato concesso come introduzione all’edificio che conserva il cuore stesso della cerchia impressionista: il Musée d’Orsay appunto, ristrutturato secondo la concezione fine-millennio di Gae Aulenti, l’architetta responsabile dei lavori. È notevole il fatto che non abbia sentito la mancanza delle Ninfee di Monet, opera cui ho ripensato solo adesso che ho scorto di sfuggita la foto di copertina del mio profilo Facebook.

Ho davvero sentito una fitta al cuore, come quando ci si innamora per la prima volta, un colpo di saetta di Cupido, quando mi sono trovato davanti alla Danza delle Ninfe di Corot: è stata un’esperienza più bella, allucinante e misteriosa di un amplesso. Tornerei a godere di questa visione anche domani, ma so che non sarebbe lo stesso. Le prime volte sono quelle che non si scordano mai, e il profumo di quelle foreste dipinte e cornici impietosite dal tempo lo ritroverò stasera quando mi addormenterò.

Con le belle giornate di maggio è assolutamente necessario per l’anima fare una capatina nei pressi di Piazza Venezia. Via dei Fori Imperiali è magnifica in queste giornate, splendente come un’alba di Bazille. Ma se non altro è necessario conoscere l’origine estetica del gusto contemporaneo e assai male interpretato che oggi va sotto il grossolano e sputtanato concetto di romanticismo. Se non sappiamo infatti riconoscere quando siamo diventati romantici, o quando abbiamo deciso che l’aristocrazia non facesse più al caso della modernità post-nucleare, oggi il significato dell’Impressionismo ci appare imperscrutabile poiché siamo avvolti su noi stessi sotto l’aura industriale di un sentimento di plastica venduto in confezioni di cioccolatini, ripieni meno di buoni sentimenti che di conservanti chimici.

Le ninfe di Corot sono state soffocate dagli oceani di detersivi e dalle valanghe di dispositivi elettronici. Siamo più puliti ma non più mondi. E in questo non ci rimane altro che l’apparenza di marchesi di Saint-Loup che scoprono dopo un matrimonio di convenienza la loro natura profonda e ormai è troppo tardi per imparare a conviverci. Moriremo nella battaglia contro la modernità che noi stessi abbiamo abbracciato un tempo come fair-weather friend; fingeremo che questa un giorno non abbia preso i connotati di una materialità senza scampo piuttosto che di un lucido progresso.

Cercherò ora di rendermi utile: qui si trovano tutte le informazioni utili riguardo all’evento.

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