Racconti

Il concorso (Giorno 18)

Era la prima volta che vedevo la polizia entrare in casa nostra. Come nei film americani, erano piombati nel nostro giardino a sirene spiegate come se annunciare a tutti la nostra disgrazia fosse uno dei tanti doveri dovuti alla cronaca di Weedowing Hill, un ammasso di case isolate e pomeriggi silenziosi.
Casa nostra non si discostava molto dalle altre che sorgevano lungo Urban’s Alley, eppure quell’ora del pomeriggio aveva deciso di dipingere le pareti delle mura esterne con i raggi del sole aranciati, tipo quelli dei semafori quando si è esaurita la spinta del verde e il traffico in quella direzione deve fermarsi un attimo.
Mammina stava stirando la mia uniforme di scuola; l’aveva ritirata poco prima a differenza del resto del bucato cui stava ancora sventolando intorno una brezza leggera. Domani a scuola mi avrebbero dato il premio per il concorso di poesia, quindi avevo pensato di mettere l’uniforme pulita. Il tema della poesia era l’amore per la natura, e io avevo preso spunto da una poesia di Teocrito – ovviamente – per raccontare un sogno che avevo fatto pochi giorni fa. C’era un ragazzo che mi tendeva la mano, e dopo avermi preso per mano ci incamminammo in mezzo a una foresta di acacie. Il cielo era coperto dalle fronde degli alberi, ma tutt’intorno sentivo il profumo di quei delicatissimi fiori bianchi, e non avevo paura. Mi ero svegliato da quel sogno deciso a raccontarlo a Mary, ma non era venuta a scuola perché era ancora in vacanza con i suoi genitori; essendo l’unica che non mi avrebbe preso in giro, decisi di starmene zitto e <<mettere una metafora sopra l’altra>> come la professoressa di Lettere ci diceva sempre per distrarci quando non sapevamo come finire un tema <<fino a trasformare la realtà nel vostro sogno più bello.>>
Mamma stava parlando con un agente, un uomo con la divisa nera della polizia e dei baffi dell’altro secolo, che avevo visto solo nelle fotografie sbiadite di antenati mai conosciuti. Quei visi avevano qualcosa di me, pensavo inorridito. Se fossi vissuto al loro tempo, mi chiedevo, avrei mai conosciuto Mary? Sarei potuto andare a scuola, avrei fatto volentieri i compiti allo stesso modo? Mi interrogavo arrampicato su quell’albero, quando ero annoiato. Salivo sui rami nodosi e dalla corteccia gommosa, toglievo i sandali e tentavo di capire cosa ci fosse dietro al mistero dei sogni ad occhi aperti. Era un misto di malinconia ed euforia repressa credo, perché in quegli anni non avevo grandi modelli di riferimento se non i personaggi dei fumetti che divoravo ogni mercoledì. Volevo bene ai miei genitori, ma erano distanti tra loro; non avevano lo stesso rapporto che gli altri genitori avevano reciprocamente, lo sentivo. Poi qualche mese fa babbo morì; mammina divenne strana, mi sembrò meno affettuosa. E ora la polizia entrava dentro casa nostra. Il silenzio di quella scena, vista dall’albero lontano nel parco, rendeva ancora più paurosa sia ciò che pensavo della morte, che della gente. La gente mi fa paura.


 

Prompt by Writing 101

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