Racconti

Sinfonia n. 4 in La maggiore (Giorno 19)

Il problema è che mi soffermo troppo sui dettagli. Come farò a descrivere il cielo di questa sera insipida se non riesco neanche a distinguere una tonalità di blu dall’altra? E com’è possibile che tante persone sono brave a descrivere parole d’amore pur non pronunciando mai la parola stessa “amore”? D’altra parte mi sono stufato dei grandi amori. D’altra parte non posso fare a meno di struggermi perché non riesco più ad amare. Cosa vuol dire amare? Sono tornato un adolescente in preda al panico perché non lo amerà mai nessuno? Ho cambiato stile di vita, ho cambiato abitudini e ho anche cambiato in peggio – mi sembra di essermi represso un pochino. Ho paura di ciò che gli altri dicono perché per esempio porto al braccio la mia borsa di tela. Tutto questo perché non riesco a trovare uno straccio di nervo di coraggio e guardare fisso e dritto la gente negli occhi. Un sorriso storto, un’occhiata di traverso e sono a terra; esausto dallo sguardo indagatore del prossimo. Com’era il passo del Vangelo dove Gesù voleva che amassimo il prossimo? In quei momenti di panico non lo ricordo più e vorrei solo essere sulla montagna più alta del mondo, in Tibet, dove anche se ci sono le nevi perenni almeno non ci sono quegli sguardi indifendibili, indistruttibili, che penetrano obliquamente attraverso la pelle fino a ledere i muscoli involontari. E la paura di non essere abbastanza si irradia dalle ferite. E ogni saluto diventa agonia, e abbassare gli occhi diventa una necessità. Preferivo la compagnia dei filosofi perché gli sguardi terribili e appassionati delle loro anime attraverso le parole stampate non erano mai così atroci, pur nella loro condanna di ogni forma di vita amorfa come la mia. E le parole infinite dietro ogni giornata che si svolgeva lentamente? Il suono si propaga attraverso le orecchie, le mie erano così ricettive che a volte credevo di svegliarmi e ritrovarmi penzoloni a testa in giù insieme ad altri miei fratri pipistrelli – dolcissimi animaletti spazzini. Ogni giorno di quella settimana mi sentivo sempre più invischiato nelle voci che chiedevano un parere, una domanda consegnata alla mia coscienza imprecisa che la custodiva per rielaborarla più tardi sotto forma di lacrime conviviali condivise con Liszt e le cuffiette oppure con qualche pagina di diario. Lo ammetto, Ermes era un ricordo lontano, ma soffrivo ancora nel ricordarmi delle volte in cui avevamo fatto l’amore ed ero stato felice. Riassaporavo quei momenti di felice dipendenza quando ero vulnerabile. Poi tornavo ad ascoltare un Notturno per la seconda volta e tornavo in me, non ero più fiacco.


 

Prompt by Writing 101

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