Diario, Lettura

Onde in libreria

Oggi ero di pessimo umore. Anzi no, non direi proprio pessimo; diciamo che ero molto in sintonia con il cielo nuvoloso. Sono andato in libreria perché non riuscivo a pensare a un altro posto in cui avrei potuto trovare sollievo. Se non mi avessero tirato su il silenzio e l’odore di quell’orgia ordinata di libri decisi che avrei fatto un’altra puntata in pizzeria.

Varcata la soglia di vetro aperta della libreria della stazione sentii che già gli affanni si erano fatti un po’ più affrontabili. Percorrendo il reparto esageratamente esteso di Narrativa mi dirissi verso la scala di discesa al piano inferiore, dove avrei potuto crogiolarmi con i ritratti di carta stampata di Chopin, Beethoven e Mozart che con la loro arte mi cullavano con un amore come nessuno potrebbe mai. Ma un’amara disillusione mi aspettava: questa volta ero confuso, sembrava che dei fantasmi lontani secoli da me non avrebbero potuto far niente per lenirmi il mal di vivere.

L’ultima prova la feci con il reparto Zen, dove probabilmente avrei dovuto comprare un giardino con sabbietta e rastrellino e attendere una estenuante settimana al minimo per tentare di potermi sentire almeno un po’ meglio. E infatti, come apersi un nuovo manuale di spiegazione della filosofia Zen, sentii l’ondata di affrantezza sbattermi definitivamente a terra. Era quel pomeriggio, quella giornata, quelle nuvole a farmi male. Era la città e il suo caos a frenare la mia spinta vitale.

Risalii le scale, diretto al reparto Classici Latini e Greci, certo che ormai neanche un’eventuale nuova edizione dei frammenti di Saffo avrebbe potuto sollevarmi da quel pomeriggio di nichilismo – e infatti non c’era niente del genere. Girato l’angolo, al reparto Linguistica trovai in primo piano l’opera omnia (impolverata) di Eco; lì, in quel momento, davanti alla bella posta di quello scempio del sapere per me più caro al mondo, capii di aver toccato il fondo. Scesi mogio gli scalini indeciso se investire quattro euro in un mini-Mammut del Don Chisciotte, ma decisi che non ne valeva la pena. La pizza, se non altro, avrebbe capito il grido del mio stomaco, a differenza del grido silenzioso che il mio cervello emanava come radiazioni contro l’editoria odierna.

Al bancone in esposizione vicino all’entrata sentii una specie di richiamo, una vibrazione, un qualcosa di spiritualmente e letterariamente rilevante che voleva la mia attenzione; tentavo di decriptare quel segno, ma invano – era Borges che mi stava chiamando? Pensai che stavo avendo le traveggole per la fame; ma a un passo dall’attraversare la soglia verso l’esterno dell’edificio di vetro, mi mossi con un gesto improvviso – come non dettato dal mio cervello ma dall’istinto – verso gli scaffali della Narrativa Classica. Possibile che fosse… ?

Era proprio lei. Scorsi velocemente tra le copertine di Zola e Wilde, e c’era lì, ad aspettarmi, in una nuova edizione Einaudi de The Waves, la mia carissima e adoratissima zia Virginia. Apersi le sue pagine con una trepidazione che non sarebbe stata fuori luogo in un matrimonio e a pagina 66… era proprio lei; era proprio la sua voce; era proprio la mia voce. Era la mia stessa voce che zia Virginia aveva indossato per richiamarmi e ricordarmi chi sono, e aveva usato quella veste cartacea per invitarmi a riflettere… su tutto.

Quello che lessi alle pagine 66 e 67 ero io. Né più ne meno che una migliorata, stupenda e viva versione di me stesso. Non stavo leggendo quello che sentivo; stavo leggendo me stesso. Mi specchiavo in quella parte letteraria di me, e finalmente il senso della mia vita mi fu di nuovo chiaro. È stata una di quelle epifanie che non dimenticherò facilmente. La parte migliore, bellissima, meravigliosa della vita consiste nello scoprire, nel ritrovare un pezzo di passato e… viverlo con occhi nuovi; qualcosa che già conosci, ti ha emozionato, ti ha esaltato fino a vertigini assolute – che ora, di nuovo, costruisce dentro di te un altro pezzo di esistenza, riformulandosi con un processo mistico che ha del divino, grazie al semplice e definitivo potere delle parole.

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