Tempo e senso

The Daily Post’s writing prompt: “Do or Die”

Trecento parole come le trecento note scritte su uno spartito che non leggerò mai. Inutile introdurre l’arte musicale stessa, non avrebbe senso e sarebbe un discorso lungo quanto la distanza tra galassie che si espandono. Mi limiterò a vagolare sul perché vale la pena soffermarsi di più sul valore intrinseco della Musica in quanto Arte, e non considerarla semplicemente in quanto passatempo o riempitivo (ovviamente questa caratteristica del non essere un semplice passatempo è uno degli assiomi che definiscono il concetto stesso di Arte).

Quando parliamo di estetica musicale possiamo scegliere di interpretare quest’Arte da due punti di vista: diacronico o sincronico. Del primo se ne occupano generalmente le schiere dei musicologi; il secondo racconta ciò che oggi rappresenta la musica, e per avere un esempio di questo si può partire da un’esperienza che tutti abbiamo avuto almeno una volta: non solo la Musica influenza corpo e anima negli sbalzi d’umore, ma rende le proporzioni del tempo umanamente mensurabili nonché sopportabili: è insomma il simbolo stesso dell’esistenza.

A differenza delle altre arti, soprattutto figurative, la musica rappresenta nel tempo e nello spazio. Anche se non la vediamo, possiamo figurarci di toccare con la mente (ovvero immaginare) la sostanza delle sue storie e della sua struttura; è un’arte che sfrutta la tridimensionalità a seconda dell’esigenza di cui si fa espressione.

Anche a rischio di sembrare patetico, noi siamo lo spazio che intercorre tra le piccole particelle di suono. Non siamo né sogni, né la loro sostanza, né la vita umana ha qualcosa di fantastico tranne le trascendenze che le attribuiamo (di nuovo: l’immaginazione). Se con questo si intende il sogno, allora anche la musica è sogno; anzi direi a maggior ragione.

L’arte suprema che bussa alle porte dell’udito ha questa caratteristica che la differenzia dalle altre: mentre le arti plastico-visuali sono semplicemente contemplative, la musica è un’arte performativa sia da parte dell’artista che la crea sia da parte di chi ne fruisce; coinvolge infatti il resto degli altri organi di senso oltre a sviluppare piacere intellettuale all’origine e alla foce.

Le opere musicali entrano dalle orecchie, ma prima ancora di animare la funzione propriamente intellettuale – prima cioè di stimolare la funzione più complessa del cervello – prendono letteralmente la forma del nostro corpo depositandosi e animando i tessuti nervosi, e causano il battere dei piedi, lo scuotimento della testa, la vibrazione nelle braccia, i sussulti ritmicamente armonici nelle gambe. Di un’arte che informa l’essere umano in modo così totale ne dovrebbe essere ricco il mondo. Ahimé, no.

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