Cronache

Sabato in rosso

C’era la luna piena, e c’erano le luci della città.

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Ieri si è tenuta la prima delle due serate della Festa del Fatto Quotidiano ai Giardini di Castel Sant’Angelo, e mi ci sono avventurato. Il primo pensiero che mi è scattato è stato quello di voler vedere come si svolge un dibattito politico non mediato dallo schermo della televisione, e come risultato l’esperienza mi ha divertito molto.

Siamo arrivati che il sole picchiava ancora, nonostante stesse scendendo dietro i palazzi, proprio perpendicolarmente al nostro piano d’osservazione, che quindi incrociava i raggi ardenti in pieno. Pensavamo di trovare posti a sedere dato che si tratta di una manifestazione così ampia, ma con nostro grande disappunto abbiamo dovuto cambiare posizione quattro volte prima di poterci dire soddisfatti della posizione scelta – l’acustica del posto non era un granché.

festa fatto quotidiano roma

Un momento del dibattito

L’atmosfera era generalmente rilassata e formalmente la manifestazione somigliava più a una sagra paesana – c’era anche lo stand vuoto del Folletto – piuttosto che alla festa di una testata giornalistica; non che io abbia la minima esperienza di che tipo di organizzazione ricevano idealmente feste di quel tipo, ma immagino che si tengano in posti chic con location chic e invitati chic vestiti di abiti chic. Per quanto ho potuto vedere, di chic ieri c’era solo l’idea di contestare con spirito critico la degenerata politica italiana degli ultimi anni, impastata di scandali, mafia e corruzione. Inoltre, e questo è il fatto che ha reso più divertente la scena, arrivato il dibattito tra Giachetti, Civati, Di Maio e Rodotà a un punto caldo sull’intricato tema delle riforme costituzionali, una contestatrice si è alzata e ha cominciato a gridare all’indirizzo del primo in quanto rappresentante sul momento del Partito Democratico – e ovviamente colui non ha perso l’occasione di dire stupidaggini riguardo ai rapporti tra Renzi e Berlusconi.

Questo fatto che di punto in bianco la contestatrice si è alzata e si è messa a urlare e che tra né la folla né tra i dibattitori tale reazione non sia stata sanzionata più di tanto – se non più tardi, quando costei dopo l’ennesima sbroccata è stata messa a tacere da un aho, e cerca d’annattene volante – mi ha mostrato come d’altra parte gli elementi di disturbo di un dibattito vivo come i fischi, i ‘buuuuu’, le grida e commenti di disapprovazione di una signora seduta vicino a me non sono affatto rumore di fondo, ma costituenti attivi, atti liberatori sia per chi li spara, ma anche per chi li appoggia di rimando o li approva tacitamente.

Ma la gente – anzi ‘lagggggente’ come più tardi avrebbe detto una frizzante Sabrina Ferilli intervistata da Travaglio, sbucata dalla siepe accanto alla quale noi eravamo seduti – a volte può anche essere trascinata a coagulare in un pomeriggio e in un’ora abbastanza calda il comune senso d’esasperazione verso una classe politica e sublimarlo in un solo grido lanciato contro il malcapitato rappresentante di turno che, vigliaccamente, si rifugia dietro sviolinate parafulmini al rappresentante del partito che rappresenta in toto il corpo degli spettatori (leggi: Movimento 5 Stelle).

Gli interventi che più ho adorato sono stati quelli di Rodotà, onorabilissimo uomo politico con proprietà di linguaggio e semplicità d’animo straordinaria – quanto avrei voluto portarmelo a casa e mettemelo sul comodino! Al contrario Civati mi ha fatto una pessima impressione, soprattutto perché a dispetto della popolarità che ha acquistato negli ultimi tempi per essersi discostato dalla beceranza del PD e aver proposto la raccolta firme di un apprezzabile referendum, tuttavia non ha perso la posa e l’eloquio generalista e accomodante, quasi inconcreto, tipici della politica centrista, ossia quella per cui chi la mette in pratica parte da lontano e arriva ancora più lontanto, toccando le questioni solo di riflesso, per un attimo. È stata significativa la disposizione delle sedute che pur avvicinando i quattro a semicerchio lasciava alla destra del pubblico Rodotà e Di Maio e alla sinistra Giachetti e Civati, creando di fatto una contrapposizione.

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Marco Travaglio e Sabrina Ferilli, artigggiani del dibattito

La punta della serata è arrivata nell’ultima parte, quando finito il dibattito la presentatrice ha introdotto Sabrina Ferilli e Marco Travaglio, il quale l’ha intervistata e nel mezzo ci ha ficcato un microspazio pubblicitario sul nuovo film chiamato Io e lei in cui l’attrice insieme a Margherita Buy raccontano la storia di una coppia omosessuale. In parte l’intervista non mi ha appassionato più di tanto perché in fondo dei premi della Ferilli e delle sue esperienze cinematografiche non è che me ne importi chissà quanto; ma ho riso di gusto poiché oltre a questo ha raccontato aneddoti simpatici, che come gli abbellimenti nella partitura di un concerto per pianoforte di Chopin rendono assai più piacevole il godimento della frescura notturna di un sabato sera di fine estate dopo l’intenso dibattito.

Su tutto ha dominato il colore rosso: rosso come rabbia, furia, fuoco, passione… e comunismo. Anche questa vecchia e irriconoscibile definizione di un certo tipo di spirito politico indefinito è stata toccata, soprattutto nell’intervista alla Ferilli. Rispondendo all’incisiva domanda di Travaglio

tu sei comunista?

Sabrinona ha esitato un momento, forse avvertendo il peso che la risposta a una domanda così netta avrebbe avuto in quel contesto, in quella cornice; poi marcando con un filo di voce – come può essere sottile la voce di Sabrina Ferilli – il suo sì, in quella conferma esitata, ho avvertito un gorgoglio come il suono proveniente da un pozzo che si credeva secco, e invece sorpresa!, qualcosa ancora si muove nel sottosuolo. Da una qualche parte nei miei sensi mi è apparso di fronte il Novecento, quel complesso di storia e intrecci di vite che hanno condotto trame e popoli, persone e divenire fino a qui, a questo momento; ho provato l’emozione di stare vivendo in un decennio numerabile, imprescindibile e futuro, che dà alla parola comunista quel timore come per un bruciore antico, come per quel fuoco mal sopito di un vulcano a riposo; tale termine, così connotato eppure buttato lì in mezzo alle luci e alle chiacchiere svolazzanti intorno a quel palco, ha fermato per un attimo nella mia parte di coscienza non anestetizzata dal presente liquido, il fatto di potermi accostare e sentirmi affine a quel pubblico che è la politica di un certo tipo e a coloro di cui se ne occupano, che sembrano tanto lontani e invece sono a un grido di distanza.

Alzarsi e porre una domanda così semplice è il grande merito di un certo tipo di politica, e ciò che personalmente cerco nella politica: la magniloquente semplicità di una domanda.

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5 thoughts on “Sabato in rosso

  1. A volte i nomi d’arte prendono il sopravvento. Ciao, mi chiamo Enrico, vengo dalla provincia di Rieti e il mio numero del televoto è 11 😀

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