Diario

esercizio 9

Carissimo

ti ho pensato moltissimo in questi mesi che non ti ho scritto, e finalmente trovo le forze di incontrarti ancora una volta; o meglio, questa lettera incontra il tuo sguardo ancora una volta per raccontarti di questa esperienza che mi è capitata, e che mi ha spalancato gli occhi su quella funzione fantastica della nostra mente che è la memoria. Ho finito il secondo volume della Recherche, a proposito, e iniziato il terzo, credo il più noioso di tutta l’epica; ma non mi scoraggio perché so che anche nel più angusto dei paragrafi Proust si erge come un arcobaleno dalle gocce di pioggia più colorate e sfaccettate rispetto a tutta la letteratura contemporanea; ed è una consolazione.

Giovedì pomeriggio stavo andando alla stazione per prendere il treno del ritorno, dopo una mattina passata a confrontarmi con sconosciuti nei corridoi di Villa Mirafiori sulla situazione senza via d’uscita della burocrazia dentro l’università. Avevo appena affaticato il corpo con una sigaretta preceduta da un caffè macchiato, e procedevo lungo un breve tratto di viale alberato parallelo a Via Nomentana che incrocia Viale Eritrea, quando alzando lo sguardo dallo sporco dell’asfalto incrocio in direzione opposta alla mia un bel ragazzo barbuto circa della mia età o poco più – uno di quei ragazzi che tu potresti pensare non potrà mai rivolgerti uno sguardo. Ebbene, non solo mi ha rivolto uno sguardo, ma ti ha anche rivolto la piega di un sorriso, cui allo stesso modo avevo provato timidamente ad accennare.

Non so dire perché quel sorriso m’abbia colpito così tanto; forse perché nessuno sconosciuto si è mai preso la briga di farlo; e forse anche perché l’esperienza che in questi giorni sto avendo del comportamento di amici e conoscenti non rientra proprio nella categoria ‘amichevole’, come ben puoi immaginare. Ma mi consolo di questi attimi d’indefinibile quieta euforia, che rialzano effimeramente – e lo sento nel mio stomaco, che riduce lo sfogo di cariche negative – la meschinità spirituale degli immediati dintorni.

Ti ricordi tutti quegli anni trascorsi a racimolare un po’ d’amore? Neanche una volta mi passò per la testa il sospetto che stavi sbagliando tutto; e come potevo rendermene conto? Non eri pronto, non lo sono. Struggerti per quegli amori impossibili era l’unico piacere che segretamente compensava l’ossessione sopra i rispettivi profili inconsistenti, la cui ombra scaturiva da frasi fatte e canzonette di musica computerizzata, come se quei sentimenti, espressi da voci più o meno sintetiche, fossero universalizzabili o sperimentabili da chi, come me, non aveva la possibilità di sintetizzare la propria emotività.

Vedo che intorno a me ci si è riuscito: vedo continuamente le persone che s’innamorano dei profili delineati nelle foto digitali attraverso i dispositivi neoimperialisti del futuro. Per quanto mi riguarda, il vuoto che questa iperrealtà ha creato non riesco a raggiungerlo e adagiarmici come se fosse nulla. Non credi che mi stia alienando le simpatie degli avatar che ormai siamo diventati? Aggiungo che mi sono alienato anche da te, poiché dal segreto dei miei diari anche io sto affidando la voce a nient’altro che un cervello binario dalla vita inconsistente.

Ancora una volta ho scritto a te, perché sei l’unico che, sebbene non possa ancora capirmi, ha l’apparenza di essere meno aridamente reale di qualunque persona cui possa rivolgermi. Abbi pietà più che rabbia per questi poveri sciagurati anni, che chiedono sommessamente di essere abbattuti da un meteorite vagante. Crescerai in un’epoca comandata da ammiratori della plastica dura; per questo non ti auguro di vivere ancora a lungo, perché la malattia che questo secolo ti farà venire sarà lunga e dolorosa, ma non letale – e questa è l’infausta beffa suprema. Il mondo come l’abbiamo sognato non è mai esistito, e le condizioni non permettono la nostra sopravvivenza, se non vi poniamo fine noi stessi: il tuo cuore questo lo sa già, perché è un cuore resistente.

Pensa, ieri sera assisterai a una serenata, quel rito folcloristico che, come saprai, si tramanda nelle nostre zone e ha luogo poche ore prima di un matrimonio: poco prima di mezzanotte lo sposo si reca di soppiatto a casa della sposa – come in ogni sopravvivenza d’altri tempi, l’eteronormatività la fa da padrone – e aiutato da parenti e amici di entrambe le parti lui si mette sotto la finestra di lei; poi nel buio inizia a cantare a voce alta canzonette d’amore finché lei s’affaccia alla finestra, ed emette grida di gioia per il fatto che lui le porge un mazzo di rose rosse. Ebbene, chi più chi meno, non devi stupirti di sapere che sono tutti scoppiati in lacrime mentre lui le dichiarava il suo amore imperituro dal cargo di un camioncino, dove si era sistemato insieme ad alcuni amici che lo accompagnavano con una tastiera e una tromba.

Da parte mia ho assistito a questo spettacolo come se fossi stato al circo o davanti a un film in costume. Conoscevo il copione di questa scena, ma non vi avevo mai assistito in prima persona: l’intero essere era talmente lontano dal mio corpo, che le emozioni non ce la facevano a conformarsi a quelle della maggior parte degli astanti: ridevo internamente come di fronte a una scena comica. Nel mio sentire non trovavo nulla di romantico, anzi, proprio perché paradossalmente trovavo che tutta la scena fosse di un romantico d’antiquariato, mi allontanavo dal concepirla come situazione reale. L’esposizione al pubblico dei propri sentimenti in quella forma grossolana, in quei gesti plateali rappresentano quella parte della nostra cultura da cui ci siamo allontanati, perciò ci appaiono inconcepibili. Identificavo in quelle rose il cui stelo era stato reciso di netto e nel contorno di foglie di palma spruzzate di lucidante una rappresentazione stravolta dell’amore: una vetrina di gesti, niente di più.

Eppure, questi spettacoli che risalgono a un passato lontano e fatto di donne che si fanno il segno della croce davanti ai pantaloni femminili stando a casa ad aspettare devotamente il promesso, e uomini che per sopportare la fatica del lavoro si rovinano il fegato con alcolici, costituiscono parti di storia che sopravvive – e convive, ciò che più m’atterrisce – con la dissoluzione dell’individuo in foto profilo.

Ecco perché mi rifugio nella tua memoria: per allontanarmi in egual misura dalle carenze del nuovissimo e dalle trite sopravvivenze aborigene.

Indignati davanti alla stupida massa che ti vive accanto.

Swann

Annunci
Standard

Parliamone

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...