Cronache

Reblog: Michela Murgia e il dibattito su maternità e gestazione

Fonte dell’articolo: l’Espresso

Dirò solo questo: non prendo in considerazione il Family day se non per ragionare sulla scelta stessa del nome dell’evento: se non sai usare la tua propria lingua – cioè madrelingua, e vorrei sottolinearlo – per dare un nome seppur di convenzione alle tue (discutibili) idee, allora vuol dire che tali idee non sono tue proprie, ma te le hanno inculcate con lavaggi di cervello a vari livelli, e proprio per questo non hai alcun diritto di arrogarti il diritto di proibire scelte che le madri possono o non possono compiere.

Ho apprezzato tantissimo questo articolo perché ha posto molte delle questioni che mi frullavano in testa e che non riuscivo a formulare in modo logico; ovviamente le risposte che la scrittrice si è data non sono esaustive né probabilmente condivisibili universalmente, ma hanno il merito di porre la questione della Genitorialità per altri in modo serio ed equilibrato, senza toni da stadio né faziosità, modi questi che di solito l’italiano medio usa per discutere (e uso qui un parolone) le questioni più delicate.

Ho anche apprezzato moltissimo il fatto con cui ho iniziato lo scritto: Michela Murgia ha affrontato prima di tutto la questione linguistica e vi ha racchiuso l’essenza e il titolo stesso del suo intervento. Non si tratta di un caso di indoramento della pillola, poiché da scrittrice che esercita bene il suo mestiere conosce bene il peso delle parole, lezione che ognuno di noi ogni tanto ha bisogno di ripassare per vivere civilmente.

Forse la maternità non sarà mai questione che mi tocchi personalmente, perché come dice bene un signore nei commenti nell’articolo, una società veramente evoluta dal punto di vista dei diritti civili si concentrerebbe sulla promozione della genitorialità adottiva, ma purtroppo non siamo ancora – e forse non lo saremo mai. Eppure sento la necessità di scriverne perché si tratta pur sempre di un diritto della donna di autodeterminarsi, auspicando comunque una giusta e rigorosa regolamentazione giuridica. Il passo che mi è piaciuto più di tutti è questo:

Le leggi che consentono sono le sole che possono mettere dei limiti all’azione che stanno legittimando, per il fatto stesso di riconoscerla. L’assenza di leggi permette invece qualunque eccesso, perché nessuno degli abusi perpetrati sulla parte debole è definibile come tale: semplicemente, senza legge, non esiste.

Piccola glossa: e la terminologia che viene diffusa secondo la legge (o la mancanza di essa) non viene determinata forse dalle connotazioni culturali che tale legge rende ufficiale? Stepchild adoption, unioni civili, e tutta quella trafila di eufemismi usati per non offendere le delicate orecchie dei cattonazisti che difendono a denti stretti l’unione sacrale tra l’uso della clava sulle donne che non rimangono a casa a badare alla prole e la sottomissione alla volontà di uomini vergini – o almeno che si dipingono tali.

Se qualcuno s’offende, fa due fatiche: l’opinione di un agnostico conta tanto quanto quella di un cristiano. E il fatto che sia un’opinione non politicamente corretta non la rende meno valida.

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