Cronache, Diario

La fuffa e la crusca

Mi sono svegliato alle due e quarantasette, e non ho più ripreso sonno; anzi, peggio, mi sono addormentato mezz’ora prima che suonasse la sveglia, ma fatto di sogni confusi, che adesso sto censurando. Il fumo mi fa anche quest’effetto collaterale, ma non me ne dispiaccio, poiché durante la veglia le ombre e le luci aranciate soffuse dei lampioni diffusi in lontananza mi hanno ispirato a cogliere l’occasione nella classe di Marketing per chiarire le mie impressioni.

Di mia nonna paterna, oltre che il suo potere di guarire i suoi nipoti dall’occhiaticciu, il profumo del sapone fatto in casa con cui mi lavava i capelli, le mele cotte per merenda e la quantità industriale di caramelle al miele che teneva nel suo vestito a causa del diabete, mi rimane il ricordo della sua voce che mi raccontava una pastocchia mentre mangiavo un ciambellone cotto nella stufa a legna; erano storie a sfondo moraleggiante che dovevano insegnare una certa condotta, soprattutto ai più piccoli. Me ne ricordo in particolare una che mi raffiguravo con l’aiuto dell’immagine all’interno di un piatto da esposizione in stile neoimpressionista in cui una madonnina con le mani giunte troneggiava sul lato destro del piatto su uno sfondo verde bottiglia e davanti a lei pregava un omiciattolo dai tratti sfocati ma che poteva benissimo essere un pastorello.

Immaginate di trovarvi in collina, dove dal punto più alto di un versante guardi in basso e oltre i terrazzamenti e fino giù alle vallate meno esposte ai raggi del sole; alzando lo sguardo risali le colline antistanti e man mano l’aria diventa più chiara, perché il sole rischiara in modo più diretto e la nebbia scompare. In una di queste vallate un pastorello chiamato Titiro portava al pascolo il suo gregge di pecore. Titiro era un burlone, ma rimase scottato dal suo stesso scherzo. Una volta, mentre il sole scendeva e i pastori nei campi vicini si preparavano a ritornare all’ovile, Titiro si mise a urlare a pieni polmoni Al lupo! Al lupo!

I pastori vicini, ascoltando il grido che veniva amplificato dai fondali delle vallate, accorsero subito; ma quando arrivarono sul posto, Titiro si fece grasse risate, e i pastori, un po’ alterati, se ne tornarono dal loro gregge. Questo succese il secondo, il terzo, il quarto giorno, nel momento al calar del sole, quando Titiro si annoiava. Il quinto giorno però successe davvero: un lupo si avvicinò al gregge e dato che Titiro si era assopito, si svegliò solo quando le pecore belarono terrorizzate sotto le grinfie del lupo. Allora Titiro urlò Al lupo! Al lupo! Ma ahimè nessuno stavolta venne in suo soccorso, perché ormai gli altri pastori erano abituati a sentire questo grido e anche stavolta lo presero come una burla.

Questo per dire che lo scherzo è bello quando è corto, e che la fiducia dopo essere stata messa alla prova più volte, viene persa per sempre. Io non pretendo di entrare o giudicare la vita o le abitudini altrui, perché di mancanze ne sono pieno anche io; ma nel momento in cui accetto di far parte di un gruppo, qualunque esso sia, devo accettarne le regole. Solo perché chi di dovere non controlla che le regole vengano rispettate, ciò non mi autorizza a mandare a puttane le regole e a decidere secondo il mio arbitrio.

Nelle prime due settimane di corso mi sono puntualmente svegliato alle 5.45 di mattina per prendere il treno alle 6.52 per stare in aula alle 9; me tapino, non immaginavo che anche uno dei docenti avesse rispettato questo orario! Eppure per due settimane l’ho fatto. Altre persone – diciamo quindici su venticique – arrivavano bellamente alle 10 o anche alle 10.30 aprendo la porta e mormorando un blando e sottotono scusate il ritardo con un sorriso come se non fosse nulla; ma non una volta sola. Questo succedeva – e succede – ancora oggi. E io rimanevo zitto; non ho mai detto niente, anche se tale cosa mi turbava perché mi chiedevo: quale serietà posso aspettarmi da persone che decidono, pur con tutte le contestualizzazioni possibili, di non rispettare l’orario di un impegno? Quale rispetto posso portare e aspettarmi da queste persone, se in questi piccoli comportamenti agiscono in questo modo?

Scusate il ritardo: moltiplicato per quindici persone che lo dicono ogni giorno per venti giorni. Il primo giorno, il secondo giorno, il terzo giorno… il ventitreesimo giorno. Al lupo! Al lupo! Al lupo! Non ci credo più; al ventitreesimo giorno una scusa diventa uno slogan, un cliché. Con l’abuso, un atto linguistico come una scusa perde la propria forza, proprio come le persone. E per far tornare all’antico splendore una persona che ha subito un abuso, ci vuole coraggio e impegno. Allo stesso modo per la lingua. Una scusa ha un certo potere: quello di riconoscere il torto e quindi superarlo, il che significa cercare di modificare per quanto è umanamente possibile un comportamento lesivo.

Quando qualcuno dice scusate il ritardo ormai mi sento preso in giro. Ho perso rispetto per la serietà delle persone che lo usano, perché so che non è sincero. Sono parole buttate al vento. Mia nonna buonanima avrebbe detto aprono la bocca e je danno fiato. Da parte mia, non voglio essere così. Voglio che le persone mi rispettino, quindi rispetto le persone. Concludo l’arringa con un banale motto latino, rivisitato: verba volant, acta manent: le parole sono come il vento, i comportamenti sono quelli che fanno la differenza.


 

Alcuni episodi accaduti di recente riflettono e spiegano in parte quello che sta succedendo in Italia in questi anni di inquinamento emotivo, ambientale e linguistico.

Ieri l’altro Tizia Bambacioni, una delle docenti del corso, ha spiegato in classe l’argomento del telemarketing e della mail commerciale ma non solo; infatti ci consigliava anche le maniere pragmaticamente più efficaci per scrivere una email di lavoro in senso generico. Email: un’altro calco inglese che ormai ha preso diffusione, anche nella forma abbreviata mail, che però in inglese vuol dire posta cartacea, ordinaria, mentre in italiano si è venuto a sovrapporre al termine principale per intendere comunque la posta elettronica. Ma a parte questo tecnicismo, un principio esposto dalla docente mi ha sconvolto, e anche qui devo capire le cause scatenanti di tanto orrore. In pratica la tizia ci ha spiegato, anche con un eloquio non proprio pacato, ma anzi pesantemente sarcastico, che salve non dev’essere usato nelle mail d’uso commerciale, anzi a suo dire è anche pesantemente sanzionato dal punto di vista sociolinguistico poiché ‘non è né carne, né pesce’: una spiegazione esaurientissima e inattaccabile in effetti non avrebbe potuto darla neanche Umberto Eco, che gli Dèi l’abbiano in gloria. E proprio in omaggio all’illustre scrittore voglio riportare qui l’etimologia di Salve, perché mi diverto così e per riferimento futuro:

salve

fonte: Treccani.it

Ammesso e assolutamente non concesso che questo saluto sia percepito come informale nell’ambito business (leggi: fuffa) come inteso da Tizia Bambacioni, non accetto che una parola del vocabolario italiano venga definita ‘né carne né pesce’, così come non accetto la genericità della sanzione o la tendenza di Tizia Bambacioni al piuttosto che disgiuntivo, a essere onesto.

Un altro caso curioso scoppiato sulla rete, e in ispecie su Facebook, da cui poi è dilagato e degenerato fino a essere ampiamente sputtanato. Una maestra di italiano pubblica sul social la foto di un compito in cui un bambino e tutta la classe doveva scrivere accanto a dei sostantivi alcuni aggettivi accostabili adsi. Nel compito di questo bambino si nota che accanto al sostantivo fiore egli scrive petaloso come aggettivo per descriverlo. Da questo piccolo episodio di errore creativo, la maestra decide di scrivere all’Accademia della Crusca per conto del bambino per chiedere delucidazioni sul neologismo; nel pubblicare la foto del compito e della lettera di risposta della Crusca – che spiega in modo chiaro e dettagliato come vengono acquisiti i neologismi nella lingua italiana standard, e in genere in tutte le lingue – il popolo della rete si avvinghia intorno a questa vicenda in base a principi di benaltrismo e sfottò di un’ignoranza spaventosa: secondo l’opinione del popolino infatti, questo errore sarebbe stato meglio punibile con un’insufficienza al bambino e una bella lavata di capo per aver osato infangare la purezza della lingua. E poi sono i gay quelli da cui i bambini devono essere salvati?

Siamo seri: quanti italiani finora conoscevano l’esistenza o le competenze o le funzioni dell’Accademia della Crusca? e quanti dei cosidetti puristi della lingua o coloro che si burlano dell’errore del bambino prima di questo episodio come funzionano i meccanismi del cambiamento linguistico? Magari la maggior parte di coloro che in questo caso hanno assunto la veste di esperti sociolinguisti nella conversazione di tutti i giorni usano piuttosto che in senso disgiuntivo. O magari non sanno che l’innovazione tanto sbeffeggiata fu già usata per caso. O magari dovrebbero iniziare a imparare dagli addetti ai lavori e poi regalarsi uno schiaffo per ogni guancia. In ogni caso i troll e i commenti che sono andati per la maggiore sono state le critiche alla maestra. Quello che mi rende ancora più amareggiato è il pensiero di come possa crescere un bambino in questa società italiana dove gli ignoranti si ergono a intellettuali e la creatività viene derisa e punita.

Altrettanto rilevante in questi giorni è la discussione intorno alle unioni civili. Questa legge, che dovrebbe regolarizzare un vuoto legislativo che in Europa ormai solo l’Italietta può atrocemente vantare, viene difesa e osteggiata con procedure legislative e argomentazioni politiche neanche degne di uno stato governato da bestie, con moderati che augurano agli omosessuali di bruciare sui roghi oppure con aridi accostamenti alla pedofilia; per non parlare dell’abuso di retoriche a dir poco primitive sulla stepchild adoption, anche queste affrontate dalla Crusca – il cui nome appropriato è Gestazione Per Altri; insomma, un’accozzaglia di anglicismi utili solo a strumentalizzare il concetto come dispositivo di terrorismo psicolinguistico. A me la politica fa sempre più schifo, soprattutto quando spende parole avvelenate sulla pelle di persone e realtà sociali che chiedono diritti civili base. Ma si sa, di base consolidata in Italia non c’è quella linguistica, figuriamoci quella legislativa a che livello può trovarsi; ormai sappiamo bene che gli italiani amano aprire bocca e darle fiato – possibilmente in inglese perché fa figo.

Da tutti questi piccoli episodi scollegati tra loro ma che ho osservato accadere, deduco che l’umanità abbia l’urgenza e la necessità di estinguersi al più presto. Laddove un comportamento innocente viene censurato e deriso mentre aberrazioni di ogni tipo vengono diffuse e incoraggiate – come i comportamenti linguistici discriminatori e quindi anticulturali – non abbiamo più ragione di esistere. Per fortuna però abbiamo anche di che riderne.

Un parlante ha parlato.

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