Diario, Lettura

Letterestate: Origines

Poiché il numero di libri da leggere si è alfine esaurito, vado rispolverando i libri di scuola. Ritorno indietro, più indietro, quando il bello non era ancora estetico e c’erano solo gli stralci dei poeti nelle antologie di letteratura latina e greca a proteggermi dal velo del vero. Ricordo che la nostra professoressa di greco e latino ci dettava un riassunto degli argomenti e degli autori principali ogni lezione, e noi alle interrogazioni dovevamo ripeterle dieci argomenti di latino e dieci di greco a sua scelta tra quelli che aveva già dettato in classe. E a dieci anni di distanza mi pare sia il metodo d’apprendimento più serio per quanto riguarda l’insegnamento della letteratura.

Inizio quindi dal I tomo del I volume di Letteratura Latina che introduce l’età arcaica. Atellana, fescennini e ludi sono le prime forme di arte, che da come sono descritte nel libro hanno sopravvivenze odierne nelle commedie dal gusto lubrico che in paese vengono messe in scena al teatro comunale (che ormai di comunale ha solo il nome).

Illuminazione

Nel capitolo dedicato a Livio Andronico viene dato rilievo all’attività di questo letterato che tradusse l’Odissea omerica come prodotto artistico in latino. Il paragrafo che mi ha illuminato è stato il seguente:

Quello del vertere è un aspetto di fondamentale importanza nel passaggio della cultura greca in quella latina: esso ci fa capire che ai primi letterati latini importava poco riprendere in blocco generi letterari ed opere della letteratura greca: d’altronde nessun autore antico ha mai pensato che ‘originalità’ si identificasse con la creazione di nuove tematiche e di nuovi generi letterari. È nella lingua che, per gli autori latini arcaici, consiste l’originalità della propria opera. Il fenomeno che si verifica con Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto è di una portata straordinaria: per la prima volta la traduzione cessa d’essere un mezzo di comunicazione a fini pratici per divenire un fatto artistico; al tempo stesso essa garantisce, a quanti la praticano, la possibilità di scegliere a loro piacimento e nelle epoche più diverse della letteratura greca i modelli del vertere: perché vertere non significa semplicemente ‘tradurre’ ma anche ‘rielaborare’.

E se fosse valido ancora oggi questo modo di procedere nell’arte letteraria? E se le traduzioni non fossero una mera traslazione di suoni ma rielaborazioni di livello superiore che potrebbero avere il merito di arricchire le culture letterarie in posizione di scambio reciproco? Storicamente il paragone con l’oggi è abbastanza azzardato, dato che la civiltà ellenistica e quella romana non possedevano la sovrabbondanza di fonti e stimoli che abbiamo noi oggi, per cui l’attività del vertere poteva essere portata avanti in poche direzioni; oggi invece si traduce tutto e tutti. Ma che sia anche proprio questo il segreto di una grande letteratura, quella di avere molti stimoli e poche lavori di altissima qualità? E se è questo il caso, chi, oggi, potrebbe arrogarsi il diritto di fissare i criteri per valutare questa qualità? I capolavori sono sempre dei posteri, si sa. Ma tentare di recuperare questo modo di lavorare per la cultura attraverso la Traduzione, ossia veicolare quelli che secondo il nostro giudizio sono opere degne di essere conosciute, ammirate, studiate e ripensate rielaborate secondo la propria sensibilità linguistica, è uno dei pregi più alti di questa attività, di cui si fanno elogi insinceri e che invece nella pratica della maggior parte dei casi si riduce a mero tecnicismo utilitaristico. Nella fretta di incaponirmi sui valori della lettura, avevo dimenticato che la Traduzione incarna lo spirito di scambio reciproco che più vorrei fosse praticato in mezzo alle genti.

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