Diario, Musica

Melodì: Un flautista culla le rovine

Sul treno si urtano, si guardano, si fanno posto, scendono e rimangono afflitte accanto ai finestrini sigillati da doppi vetri, guardano sempre lo stesso paesaggio ma ogni volta un nuovo ciuffo d’erba, una macchina squassata, il colore sempre cangiante dei campi lavorati e boschivi, le nuvole sull’orizzonte e il passaggio irriflesso del sole al di sopra e al di qua delle carrozze, gli insetti e la condensa dei respiri di disarmo, di stanchezza per la maggiore, di sollievo, di soddisfazione, di gelosia, di rancore, di innamoramenti lampo attraverso due sguardi alternati e rubati l’un l’altro, e poi i movimenti di spalle, di gambe, di busto e schiena, di testa e occhi, torsioni e allungamenti, l’intero corpo che a frammenti esce dal posto che legittimamente gli spetta per osservare i movimenti dell’altro, e ogni movimento aumenta come per incantesimo lo sguardo innamorato dello sconosciuto verso lo sconosciuto; adesso tante di queste storie mai innescate non erano più.

adesso erano gli spasmi di pioggia non ancora cessati, dopo l’affanno del tempo che non bastava, il sollievo di non fare tardi e il sorriso rassicurante della barista prima dell’incontro. le pozzanghere riempite d’asfalto, la lunga e curata barba rossa imbarazzata del barista, il cappuccino caldo, il cornetto di cioccolato e pasta sfoglia, i passi affrettati, gli incroci pericolosi puntellati di semafori diseguali, impazienti; ma lo sguardo di sorpresa che mi ha rivolto quando stavo per attraversare diretto alla banchina del tram, enigmatico perché senza motivo, mi ha fatto molto piacere. a passi non troppo veloci superata Piazza Argentina riattraversavo un incrocio che non riconoscevo, perché non ero ero venuto da lì, ma avevo supercorso il marciapiede opposto; attraversando di nuovo e di taglio la Salaria, ebbi l’impressione che oltrepassando le casette dei giornalai e il desiderio evanescente di leggere le notizie del giorno ero immerso ora, a poco meno di mezzodì, in un’altra città, più ostile e fredda di quella a cui ero giunto prima dell’incontro. il lavoro nobilita coloro che lavorano meno degli altri.

allora mi trovo in una stanza bianca, in un appartamento della zona Faburgo, riservato, quieto e impersonale come la ragazza che senza convenevoli o neanche un sorriso mi dà il benvenuto nell’appartamento-ufficio. ogni stanza ha il nome di un personaggio femminile dell’antichità o mitologia greco-romana, perciò le piccole insegne metalliche in caratteri onomastici blu possiedono ai miei occhi di profano sottoproletario di provincia una vivacità più brillante rispetto alle persone in cravatta e ossa che si aggirano in quegli angusti ma chiari corridoi – la luce è interamente artificiale. ‘salve’ ‘buongiorno’ ‘come sta?’ – mi affibbia uno strano pronome, che non mi riconosca? – ‘bene grazie’ ‘si accomodi, spero di non averla fatta attendere’ ‘no, no’ ‘è la prima volta che viene qui?’ ‘in realtà no’ ‘e chi l’ha seguita?’ ‘proprio lei’ ‘ ma davvero?’ – no, mi piace burlarmi degli sconosciuti in tacchi e abbronzatura forzosa – ‘eh sì’ ‘allora provvederò a inserirla-ti, forse ero già con la mente in vacanza e ho dimenticato’ ‘…’. ma diamoci anche del tu. ‘certo, si capisce’. mi descrivo in italiano, in inglese e dopo un ‘allora arrivederla’ sottile come una cima di broccolo maturo mi congedo, non le chiedo neanche del lavoro per cui credevo di avere un colloquio oggi. qual è stato l’obiettivo? abbiamo lavorato in team? mi pare che rinfrescare la memoria di una persona pagata per trovare lavoro nei riguardi di una persona – invalida – che cerca un’occupazione in un certo senso lavorativa non mi si addica: è lo spirito del paradosso che me lo vieta. dico addio alle rovine di ciò che c’era tra me e la buona volontà; è passato l’angelo e ha detto amen.

storie come queste cominciano dalle rovine delle risposte immunitarie e fioriscono, ma fino a un certo punto, fino a un mezzoforte, poi è solo infiammazione, lo strumento (il tubo) si infuoca un bel po’, e non c’è rimedio; a volte il palliativo è una sigaretta, o un pacchetto, a volte è un ciambellone alle mele. ma il responso definitivo lo emette solo Eos.

solo farsi torcere l’intestino da una melodia, da un giorno di nuvole passeggere come le persone davanti a sé e nella memoria è degno di essere chiamato umano.

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