Tremore

Era stata una bella serata: avevamo bevuto, ballato, cantato e chiacchierato di ogni argomento che la birra e gli shot ci avevano potuto suggerire. Le tre erano tornate le due mentre consumavamo i residui delle nostre voci in un karaoke di canzonette leggere del secolo scorso. Poi eravamo andati tutti a letto, io con il cuore gonfio dell’immagine del suo sorriso; una, indecisa su come come dovesse affrontare il fronte sentimentale, l’altra alle prese con una telefonata alquanto vivace.

Secondo il computo del sole erano quasi le tre quando finalmente dopo aver riversato alcuni pensieri sulle pagine di un quaderno, mi addormentai. Il resto della notte era passato senza sogni, di un riposo stanco e soddisfatto.

Il sole era abbastanza alto quando cominciò la terza grande scossa: mi svegliai di soprassalto e in mutande e a piedi nudi corsi di fuori. Non c’era tempo né necessità di vestirsi, figuriamoci di lavare via le briciole di sonno rimaste in faccia – la scossa mi aveva reso vigile come se non mi fossi mai addormentato. Stavolta il rombo risuonante dalle fondamenta era più forte delle precedenti due volte, l’armadio, il letto, la scarpiera, i vetri di porte e finestre, tutto si muoveva con il terribile ritmo del sottosuolo, di grandi masse di terra che si staccano a pochi chilometri di distanza. Di fuori le pareti di casa ondeggiavano di qua e di là, con un moto tanto più spaventoso poiché sembrava di stare su una nave sebbene sotto i piedi avevamo solido cemento. Ma cosa può chiamarsi solido se una scossa così potente scuote le case, i nervi e i corpi di milioni di esseri senzienti?

Lungo il corso principale del centro storico si distinguono sopra gli ordinati sanpietrini piccoli frammenti di intonaco e piccole schegge di un vetro. Nella chiesa della abbandonata Madonna del Rifugio, sul cui muro destro esterno è aperta una profondissima crepa risalente a decenni addietro e mai risanata, altri calcinacci e pezzi di muro intonacato sono caduti, aggiungendosi a un cumulo considerevole di pezzi e sassi murari già sul pavimento, mentre all’esterno il segnavento che svettava sul tetto è caduto sul tetto laterale sinistro.

Con una di loro entrammo furtivamente dietro il parroco e alcuni funzionari che controllavano i danni nella chiesa in piazza. Constatammo con un moto di orrore che il vasto pavimento e i banchi in legno di noce una volta sempre lucidi e che diffondevano il loro profumo in lungo e in largo per le navate erano coperti interamente da cumuli di polvere e macerie di un colore grigio cenere, reso più intenso dalla luce bassissima che entrava dai finestroni posti in alto, anch’essi oscurati da altre macerie. Non c’era più né sacro né pulizia tra quelle mura divelte, né alcuna divinità vi dimorava. Solo l’odore pesante della polvere, l’odore del tempo che accelera la decadenza. Quindi sulla soglia si avvicina a noi una nostra conoscente che abita proprio nella palazzina contigua alla chiesa, e con gli occhi rossi ci dice che il pavimento di casa sua si è alzato, e le crepe già profonde che l’attraversavano dovute alle scosse dei mesi precedenti si sono ulteriormente allargate; mentre le chiediamo notizie dei suoi bambini cercando di non far trasparire altra angoscia, l’angoscia si moltiplica e i danni alla chiesa perdono del tutto d’interesse.

Tornati davanti al largo di fronte a Porta Romana, dove si erano adunate le poche famiglie che ancora abitavano dentro il borgo, poche voci si alzavano oltre un certo livello di intensità. Somma potenza dei grandi eventi naturali, ridurre una popolazione chiassosa come la nostra al silenzio ed estirpare chiacchiere banali! Come se a causa di un tono di voce più alto di un bisbiglio avessimo avuto paura di mettere di nuovo in moto le placche terrestri! L’istinto egoista della sopravvivenza individuale imbocca anche queste vie che comprensibilmente non hanno nulla di razionale. Davanti allo sfacelo, i caratteri regrediscono e ritorniamo allo stato di animali senza dimora che cercano riparo.

Case e monumenti, interi paesi nel cuore dell’Italia centrale costruiti decine di secoli fa sono ora un cumulo di macerie o lo diventeranno, così come sono stati spezzati gli animi delle persone di ogni condizione. Emozioni sorde come il rombo della crosta terrestre vengono riflesse dai visi mesti di bambini, anziani, uomini, donne e ragazzi. Non c’è un lontano futuro cui pensare e creare di nuovo. La vista interiore della comunità è diventata ancora più miope, si è ancora più ristretta: ora vediamo solo vicino, in un prossimo chissà. Assistiamo sussurrando alla Perdita di memorie collettive. Siamo in lutto adesso, ora non possiamo credere a parole di speranza. Tremore è tutto ciò che sentiamo.

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