Diario, Racconti

Rapsodia di un molliccio

però modestia a parte, non sono un trentenne qualunque, perciò non posso dare voce alla vita collettiva ormai-adulta di una generazione. l’infanzia fu tutt’al più un tentavo perfettamente non riuscito di conformarmi alla moda del millesimo soprattutto nell’abbigliamento e nei gusti, che non esulavano mai dall’estetica industriale. altri paesaggi che la vita mi abbia svelato? solo in seguito, uscito dalla prima ingenuità, attraverso rapidi sguardi e per la maggior parte dei casi in riproduzioni da cartolina. eppure anche queste riproduzioni, come le stampe e riproduzioni di quelle opere d’arte che talvolta s’ammirano nei musei e nelle mostre, hanno il loro valore: esse confortano come la ginestra confortava Leopardi al termine del suo viaggio terreno su una terrazza napoletana, come l’idea della subalternità accendeva De Beauvoir mentre stendeva il libro che inaugurò il primo femminismo, come la disperazione avvolgeva Woolf mentre si riempiva le tasche di sassi. così la pelle che mi è rimasta è un campo di battaglia attraverso cui assorbire l’altro, per mezzo del molliccio che mi abita. ma questo l’ho capito solo dopo essere uscito dalla seconda ingenuità. a tal proposito mi chiedo se si esce dall’ingenuità tipica di un certa età oppure se ne guarisce. comunque si voglia chiamare questo processo, di certo avviene per gradi, fluidamente. a proposito di fluidità, di certo i caratteri sessuali e di genere furono un altro, forse il fondamentale, felice? impedimento che bloccò la mia conformazione alle regole; ma più che di anticonformismo, parlo di sgraziataggine, imbranamento esistenziale a seguire in modo agile e spigliato una qualsiasi regola, come qualsiasi altro.

a tale appunto, c’era un’altra volta una presenza invisibile, uno di quei fantasmi domestici che scelgono di dimorare non in catapecchie abbandonate, ma dentro corpi umani. questi corpi possono essere persone di tutte le età e di tutte le condizioni; tali fantasmi scelgono a caso, senza discriminazioni di classe o di genere. proprio perché colpiscono a caso, essi non segnalano esteriormente la loro attività ad altri rispetto a coloro che li ospitano se non quando essi diventano troppo eccitati e si muovono e strepitano e scombussolano la dimora dove si trovano: ecco che allora gli ospiti avvertono pallore, sudore freddo, stanchezza, occhiaie, inappetenza, perdita di peso e incapacità di rimanere in posizione eretta. questi mollicci dunque cambiano atteggiamento a seconda della stagione, del clima e delle caratteristiche dell’ambiente in cui si trova la lunga galleria che li ospita: nessuno sa che aspetto abbia se non esce alla luce del sole dal corpo ospitante per cause di forza maggiore. molto spesso quando succede ciò è perché l’ambiente ospitante non è più in grado di dominare la creatura che vive lì dentro, che allora prende il sopravvento danneggiando la luminosità o causando una frana nella galleria. come dare un nome sostanziale a una creatura che non ha corpo visibile se non in specifiche parti del corpo e della vita quotidiana che in generale si ritengono inopportune a divenire materia di conversazione? invece, è più semplice inventare scuse anche grossolane, piuttosto che dare un nome al molliccio. in fondo, il molliccio rispetta le regole, non si ribella allo stato delle cose, è un conservatore che pur di evitare di parlare di flatulenze e viscere preferisce nascondersi; lancia il sasso e poi nasconde il corpo.

nel nuovo anno presente, molliccio – questo sarà il suo nome, lo spirito che abita nelle viscere del corpo che scrive digitando – è tornato ad agitarsi, a farsi irrequieto. forse perché il secondo cervello dell’ospite si è sostituito in alcune funzioni primarie al primo, che mancando di qualche sostanza non funzionava più a dovere come in precedenza. sono mancati perlopiù movimento e ritmi che tengono svegli. il primo cervello si è impigrito, e il secondo ha preso il sopravvento dato che la necessità di sentire si è ingrossata rispetto alla necessità di ragionare. bisogna chiarire che il molliccio è una creatura autoimmune, non-essere non-mortale, che amplifica e impersona le paure dei propri ospiti. perciò quando esso è tornato in attività in questi due mesi è riuscito nell’intento di modulare e concatenare tutte le paure – che non starò qui a confessare – in un’unica grande polifonalgia. di conseguenza, ho perso tutto l’interesse per la musica, sporadicamente accostandomi a quella semplice di due tempi, la quale ha il pregio di non sovraccaricare un corpo già affaticato, e per la letteratura. i danni materiali causati dalla polifonalgia del molliccio hanno creato un terremoto che ha distrutto tutto quello che c’era lasciando il deserto: vibrazioni troppo forti hanno scosso strutture strutturalmente fragili (ripeti ché giova). mentre queste crollavano, forse finalmente sarei riuscito a morire; ma ancora sto aspettando.

la mia generazione non vive con fantasmi e fantasie, non usa la mia lingua. e come potrebbe? non si preoccupa proprio di usare la lingua, dato che è troppo angustiata dai miti della costruzione del futuro. io ho al momento tutto ciò che mi occorre per costruirmi il futuro: cibo, acqua, fuoco e casa; tutto sommato, ho un rifugio dall’esterno. addirittura ho un letto su cui sdraiarmi quando molliccio strepita, e oggetti di lusso come gli attrezzi elettronici. per questo non mi riconosco appena metto il naso fuori dalla terra che abito. le persone che frequentano il mondo sono diventate nonluoghi, discariche di rifiuti indifferenziati. io voglio essere la mia cacca, anche se dolorosamente imbarazzante.

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One thought on “Rapsodia di un molliccio

  1. Ricco di riflessioni che meritano di una seconda rilettura per essere assorbite in modo chiaro e fluido allo spirito.

    la mia generazione non vive con fantasmi e fantasie, non usa la mia lingua. e come potrebbe? non si preoccupa proprio di usare la lingua, dato che è troppo angustiata dai miti della costruzione del futuro. io ho al momento tutto ciò che mi occorre per costruirmi il futuro: cibo, acqua, fuoco, terra e casa; tutto sommato, ho un rifugio da me stesso. addirittura ho un letto su cui sdraiarmi quando molliccio strepita, e oggetti di lusso come gli attrezzi elettronici. per questo non mi riconosco appena metto il naso fuori dalla terra che abito. le persone che frequentano il mondo sono diventate nonluoghi, discariche di rifiuti indifferenziati. io voglio essere la mia cacca, anche se dolorosamente imbarazzante

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