Diario

Non è abbastanza

Anni fa di questi tempi scrivevo come se qualcuno dovesse davvero prendere interesse in quello che scrivo. Stavo guarendo, e tutto mi sembrava meraviglioso; ed era davvero meraviglioso, dalla terrazza dove mi rifugiavo per guardare sorgere il sole o le stelle fino alla preparazione della tazza di tè con cui facevo colazione.

Oggi sto guarendo di nuovo, ma le giornate sono più piene di cose estranee quali un lavoro lontano (mal) retribuito affianco e per conto di persone meno che mediocri, così il meraviglioso piccolo universo che è la parte di Colvetero rimane a giacere in fondo ai pensieri, senza occasione propizia di riversarsi in qualche recipiente bianco. Secondo lo zen sto cadendo nella ruota infernale di samsara e dell’ego, dovrei lasciarmi gli eventi cadere addosso e scorrere via come la pioggia. E lo farò, tanto più che ormai manca poco più di un mese alla fine di quest’esperienza che definire orribile non s’avvicina che di poco a descriverla: non è orribile, è frustrante e logorante, che forse è anche peggio. Ecco forse perché non riesco a riprendermi completamente dalla riacutizzazione della malattia: il mio corpo si rifiuta di farsi andare bene questa occupazione, che in se stessa non sarebbe affatto orribile, anzi, mi piacerebbe pure svolgerla in un altro contesto; sono le persone intorno che la rendono frustrante. Si tratta di un gruppo di trenta-quaranta-cinquantenni al massimo grado di borghesizzazione spirituale: tutti sistematicamente sposati e/o con figli la cui idea di divertimento estivo consiste nel girare il centro commerciale con la famigliola di sabato e la domenica spaparanzarsi sul solito lettino nel solito stabilimento.

In questa situazione, uno che tende alla depressione come me – e non lo dico tanto per dire, il dottore del pronto soccorso che mi visitò a marzo mi consigliò fortemente di consultare uno psicologo perché dalla mia espressione vedeva la depressione dove io non avevo saputo o voluto reprimerla, perché la voce interiore più forte diceva sempre: ‘stai per iniziare un nuovo lavoro, hai una famiglia che ti supporta, non ti manca niente, che motivo hai per essere depresso?’; e infatti avevo già provato varie volte di affondare il coltello nei polsi, ma poi faceva troppo male, e di dolore già ne provavo molto proveniente dall’intestino, quindi da codardo quale sono non ho mai avuto il coraggio di continuare con gli esperimenti affilati – deve attingere a tutte le forze che ha per prendere la macchina e salutare con un sorriso quella mediocrità malsana che si respira insieme all’odore di prodotti di pulizia generici.

Credo di aver capito a cosa il mio intestino si sta ribellando, oltre all’aria condizionata in ogni singolo ambiente chiuso: al lavoro che sto correntemente svolgendo. Il mio corpo non sopporta di dover incontrare alcune di quelle persone ogni mattina e di doverci condividere otto ore della giornata, compreso il pranzo. Ovviamente ci sono dei lati positivi nell’avere un’occupazione: non sono costretto a girovagare per casa tutto il giorno e impazzire come un animale in gabbia. Stavo per elencare tra i vantaggi anche il fatto che l’azienda mi da un rimborso spese, ma mi sono reso conto a una riflessione più profonda che questo non è un vantaggio: essendo un’azienda dagli utili a otto cifre, a malapena fa il proprio dovere. Il mio ‘contratto’ scade il 9 agosto, che è lontano quarantaquattro giorni: un mese e due settimane. Solo allora smetterò di prendere il cortisone.

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