Diario

Cara Amicizia

Cara Amicizia,

mi dispiace di essere stato un amico impossibile da mantenere. A dispetto di tutte le volte in cui ti ho ascoltata, ascoltata e ancora ascoltata per qualsiasi problema di cui mi volessi parlare, mentre da parte mia ti ho solo confidato interminabili lotte ed estenuanti capitomboli contro la mia malattia, mi interessava davvero stare ad ascoltarti, e l’ho fatto con tutto l’affetto di cui sono capace.

Mi dispiace di essermi eclissato negli ultimi mesi a causa della stessa malattia che mi aveva causato anche un certo livello di depressione; ma questo forse ti è sfuggito. Perché nei miei silenzi, nel mio non cercarti più nei mesi passati non c’era una volontà premeditata di allontanarmi. C’era solo l’impossibilità di mantenere i contatti con chiunque mi stesse attorno, troppo concentrato com’ero a ristabilire come potevo la mia salute fisica. Quando hai un problema come il mio, che affligge il corpo in modi subdoli, improvvisi e prolungati, il tempo passa senza che te ne accorgi: tieni il conto delle scatole di medicine che si accumulano, delle visite nei vari ospedali, da vari medici, delle attese in pronto soccorso, e, almeno per le mie capacità, questo è debilitante, e al contempo mette indefinitamente in attesa tutto il resto, amicizie comprese. Dato che ogni volta che mi scrivevi ero sotto l’egida di qualche dolore più e più acuto e fastidioso, steso bocconi sul letto, a un certo punto ho smesso di raccontare le mie disavventure quotidiane con la malattia perché perfino io ero nauseato dal ripetere ogni volta le stesse raccapriccianti disavventure. Allo stesso modo, se un attacco imprevisto mi portava ad avvertirvi che non sarei potuto uscire di casa per incontrarmi con voi, tu rispondevi con messaggi piccati o esclamazioni ciniche e di traverso, come se mi fossi causato da solo il problema e l’avessi fatto apposta per non uscire con voi. Se tutto questo non l’hai capito, o non l’hai visto, è probabilmente anche colpa mia, del mio carattere chiuso e solitario, ché non sempre riesco a dire le mie sensazioni. Ma devi sapere che di fronte al cinismo e alle rispostacce piccate, uno si stanca, e si arrabbia, perché allora ai dolori fisici si aggiunge il dispetto di non essere compreso e creduto. Non hai fatto assolutamente caso a quante volte te l’ho ripetuto. Poi è iniziata la depressione, quella vera – il medico del pronto soccorso l’ha capito dallo sguardo che avevo, mentre da parte tua, il nulla – quella depressione che stende un velo d’ombra densa di vuoto, che sembra una notte eterna anche quando fuori splende il sole, che ti sussurra giorno e notte nell’orecchio “non serve a niente combattere, è tutto inutile”. Non c’è via di fuga: la vocina dice “sei uno spreco di ossigeno buono a nulla, da buttare, non riesci neanche a tenere a bada un doloretto”. Ma il punto è che non si tratta di un doloretto: sono dolori atroci che si ripropongono a ondate e tolgono ogni voglia di alzarsi dal letto, di camminare, di parlare, di respirare.

Non esagero, se hai voglia di credermi. Questa malattia ti sfinisce, fisicamente e mentalmente, per quanto cerchi di ripeterti che la terrai a bada, che di fronte ai mali più devastanti si tratta di un nonnulla, che sei un frignone lamentoso. Questo ti ripete la depressione, e la società te lo conferma, ti dice che sei un buonannulla. E infatti negli ultimi mesi non l’ho tenuta a bada, per quanto stessi attento all’alimentazione. Ma è un circolo vizioso, perché stando male ero infelice, e più ero infelice più avevo dolori perché ero infelice: non per niente l’intestino lo chiamano ‘il secondo cervello’. Io pensavo davvero a stare bene, e forse, nei tuoi confronti, mi sono concentrato troppo solo su me stesso, e quindi non ti ho cercato. Quando mi dicevi ‘andiamo a farci una passeggiata, ti dicevo di no perché davvero non ce la facevo a uscire di casa; il fatto è, cara tu, che quando stai male come lo sono stato io, non hai voglia neanche di parlare, figuriamoci di vedere le persone. A mia onta devo aggiungere perfino che non avevo voglia neanche di vedere mia madre e le mie sorelle, per quanto loro mi siano state sempre vicino e mi abbiano aiutato a superare quei mesi di sfinimento. Era, e lo è tutt’ora, una guerriglia, con tante battaglie e rappresaglie, mai una vittoria o una sconfitta definitiva, e il logoramento è sia fisico che mentale. Non ti ho neanche salutata quel giorno della manifestazione, tu dici. è vero, non ti ho salutata, e se mi avessi osservato due secondi in più avresti visto che ero alla ricerca disperata di un posto dove sedermi e due secondi dopo ancora, avendo trovato un cantuccio, mi sono accartocciato su me stesso, perché non riuscivo a tenere a bada i dolori che sentivo. ma di nuovo era colpa mia ovviamente, secondo te avevo deciso di non raggiungerti di proposito. poi sono dovuto alzarmi e quando ho visto che non c’eri più ho capito che eri fuggita a maledirmi con le tue amiche. Quindi vedi, se stavolta sono riuscito a darti un’idea con queste poche righe, il sunto è che allontanarmi piano piano non è stato un evento volontario. Ma basta parlare di me, parliamo della tua parte.

Sebbene io sia sempre corso in tuo soccorso quando potevo, tu non è che ti sia sforzata di capirmi, devi riconoscerlo. Mi ricordo ancora come fosse ieri la gita che abbiamo fatto nei giorni di ferragosto dell’anno scorso al lago di Vico. Sei stata tutta la giornata attaccata al tuo telefono: neanche per farti il bagno l’hai posato un istante nella borsa. Con il viso rivolto sullo schermo, mi facevi domande profonde sul senso della vita e dei rapporti umani, ma quando provavo a formulare una risposta, che io sia dannato se avessi staccato una sola volta gli occhi dallo schermo. E questo è tipico: ti sfoghi, magari parli per mezz’ora o un’ora di fila ininterrottamente, poi al momento di chiedere consiglio o un parere a chi hai di fronte prendi in mano il telefono e mentre scorri con le dita sullo schermo l’interlocutore parla, ma tu non ascolti, e chiedi di ripetere quello che ti si è appena detto. Peggio: una volta, quando eravamo in macchina e tu avevi litigato col tuo fidanzato per una stupidaggine – hai fatto proprio così. Ti sei sfogata, ti ho ascoltato, non sia rinfacciato, poi mi hai chiesto a tua volta come stavo, e plof, appena ho aperto bocca sei ripiombata a occhi sgranati sullo schermo, staccando gli occhi solo di tanto in tanto verso di me. A quel punto sono iniziati i miei silenzi, quelli importanti. Vogliamo continuare? parliamo dell’ultimo tuo compleanno, che è anche il mio. Mi hai accusato di aver rovinato quella giornata/serata perché tu volevi andare a ballare tutti insieme con le tue amiche più strette, mentre io, come ben sai, non ero propenso. Due giorni prima eravamo seduti a un bar con queste tue amiche, e parlando della cosa mi hanno accerchiato e sfinito di domande come “perché non vuoi festeggiare?” “ma perché??” con tanta insistenza fino a farmi sputare la promessa che vi avrei seguito in discoteca. “Dai è il tuo compleanno” “dai è il vostro compleanno, bisogna festeggiare!”, continuavano a ripetere. Ebbene, quella è stata una violenza. Sì, una violenza, perché sapevi bene, e te l’avevo ripetuto infinite volte, che per varie ragioni, in cui entrava anche la paura di sentirmi male di nuovo dato che mi ero appena ristabilito da due mesi di dolori, non mi era possibile fisicamente stare in piedi tutta la notte a ballare. Inoltre, cosa di cui ti sei sempre guardata bene dal cercare di rispettare come una mia scelta, e come sempre ti avevo ripetuto più e più volte, non mi è mai piaciuto festeggiare il mio compleanno. Perché dunque insistere a farmelo festeggiare per forza? Ebbene, dopo quella promessa strappata ho pensato che se era fuori discussione festeggiare il mio compleanno, potevo in ogni caso festeggiare il tuo trovando una via di mezzo: come vi avevo proposto infatti, sarei venuto con voi davanti alla discoteca dove potevamo brindare tranquillamente alla tua salute, poi io sarei tornato a casa mentre voi avreste potuto serenamente godervi la nottata in discoteca; così saremmo stati insieme una serata e tu avresti potuto ballare. Che c’era di male? Ma no, con te non esistono vie di mezzo: o si fa come dici tu, oppure niente. E infatti nella famigerata sera dei festeggiamenti mi hai rinfacciato, sempre con occhiate di traverso e risposte acide, che ti avevo rovinato il compleanno. Ti ricordi? Certo che ti ricordi.

Alla fine dunque abbiamo entrambi preso un abbaglio: tu pensavi che fossi un amico di quelli che chiami e sono a disposizione, che ti seguono in tutto quello che fai, che dicono sì a ogni cosa in ogni istante del giorno o della notte. io d’altra parte pensavo che fossi un po’ più matura per accettare il fatto che non sempre gli amici rispondono alle tue aspettative romantiche dell’amicizia. Io sarò pure uno stronzo come tu dici, ma a differenza delle tue mancanze, lo riconosco e lo accetto. Io, a differenza tua, non mi permetto di emettere giudizi su come gli altri gestiscono la propria vita.

Addio

Annunci
Standard

Parliamone

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...