Diario, Musica

Notturno n. 2

Intanto la materia deforma le ore, i giorni non si accordano tra loro, la necessità e lo scopo mancano da lungo tempo. Qui sopra non sentiamo altro che frastuono visivo. Siamo naufraghi nell’abbondanza, lo spirito si sente sempre più impoverito dalla difficoltà di scegliere davanti a quale grande potenza inginocchiarsi. Tuttavia non vuole inginocchiarsi. Perciò l’ideale sarebbe il nulla, irraggiungibile mondo di tranquillità a portata di mano. Questo è uno spirito stanco. Evitiamo ogni contatto strettamente necessario, sebbene ci sottomettiamo volentieri alla richiesta implicita di restare qui; e deploriamo questa porta che mal s’adatta ad accogliere le persone quando sarebbe meglio lasciarla muta e sigillata, nell’attesa che l’edificio crolli su se stesso con l’aiuto del prossimo terremoto. parlare di nulla, e come? morire è un concetto facile, è una negazione che tutti sanno spiegare. sentire la morte invece comporta una predisposizione, e nessuno meglio dello spirito notturno che qui si spiega lo vuole conoscere. di cosa aver paura? la sofferenza ne abbiamo già un bel bagaglio, sia dentro che fuori. il referente della morte non può arrecarci più danno di quanto abbiamo già attraversato. come spiegare la paura di rimanere qui per altri anni? il tempo sarà anche un concetto, ma fa più paura del nulla che ci attende. noi è solo un altro modo per affrontare il residuo che rimane davanti, intendendo con il plurale questo corpo e questo spirito animati, rovinati dai concetti: un plurale che ci serve per affrontare la solitudine di questo arido galleggiare nella vita. la vita ci sbeffeggia, e i vitalizi, coloro per i quali bisogna amare a tutti i costi, con le loro pretese di necessità logica, ci danno la nausea, peggio dei movimenti infiammatori intestinali; ma sarà fatta giustizia. placati nella sera, davanti a una pioggia infervorata, aspettiamo tuttavia una mano tesa, proprio quella, e anche quest’altra, e tutte insieme queste mani che cercano di afferrare lo spirito cadono inerti, afferrano un cumulo di bisogni evanescente. siamo come quel quadro di Turner, quello in cui la tempesta di neve senza la didascalia e il contesto appare all’occhio solo un insieme di schizzi e sbuffi di colori freddi. disprezzo dell’esistere e disperazione di saper vivere: siamo lacerati al punto di non voler più sapere.

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