Contro i cantastorie

In tanti anni di onorato servizio gratuito nella rete, tra lotte intestine – nel senso di vere e proprie battaglie che si svolgevano all’interno del mio intestino – e rivincite del fegato sulla tastiera in cui si riversa un po’ di quel vecchio e sano antagonismo tra apollineo e dionisiaco, ora finalmente sopraggiunge a confortarmi del tempo sperduto un’illuminazione a caratteri cubitali:

STAI ALLA LARGA DAGLI STORYTELLER!*

*specie se di madrelingua italiana o presunta tale!

si necessitano ulteriori glosse?

è presto detto: gli storyteller, d’ora in avanti cantastorie, sono persone all’apparenza a modo la cui professione e/o lavoro spesso ricade nelle categorie cosiddette creative ma che in realtà hanno poca o punta utilità sociale, il cui sogno proibito è calcare i palchi dei TedTalk, sul solco della tradizione iniziata da quel marrano neocapitalista di Steve Jobs, per ispirare le ccciovani cccenerazzioni a ‘inseguire i propri sogni’, e il cui sorrisetto a fine ‘racconto’ nasconde tanti di quei trololol da riempire un terabyte di spazio d’archiviazione. I cantastorie sono quelli che più spesso usano l’hashtag #inspiration, mentre le foto di copertina delle loro reti sociali sono fotografie di panorami con montagne inaccessibili, pianure sterminate e oceani con vista, panorami questi sormontati da improbabili citazioni di autoincoraggiamento in primo piano tese a colmare il vuoto che essi sentono tra il desiderio di fuggire lontano da quel palco verso una di quelle spelonche in sottofondo e le caotiche metropoli in cui in realtà vivono.

Questi cantastorie hanno il compito specifico di incantare un pubblico sornione e compiacente con la loro tecné retorica procedendo alla maniera di aedi omerici a giustapporre fatti accaduti proprio a loro in mezzo a una giornata di sole o di pioggia e che hanno di solito un elemento meraviglioso come nelle favole, a non-sequitur di altissima astrazione dalla facies di verità incontrovertibili che neanche Buddha avrebbe mai sognato di incontrare nelle sue passeggiate nel Nirvana.

Ma nell’asterisco si nasconde una peculiarità in più: l’arte del cantastoriaggio nasce nei paesi anglofoni – facilmente negli Stati uniti – quindi non ci sarebbe niente di strano se i prosecutori della specie si esprimessero in lingua inglese. Non è peregrino osservare invece negli ibridati cantastorie nostrani la loro purtroppo non rara inabilità a costruire un singolo periodo avulso da anglicismi pronunciati male.

Per questo i cantastorie mi dispiacciono tantissimo: non sono bravi a convincermi del fatto che la storia che stanno raccontando sia autentica, e soprattutto mi danno l’impressione che l’involucro linguistico con cui mi offrono la loro esperienza, e questa allo stesso modo, sia di plastica e non di pelle.

Lotto marzo

I rametti di mimosa strappati dai rami e messi in bustine di plastica argentate sono l’opposto di ciò che l’otto marzo rappresenta.

Se davvero fosse chiaro a tutti ciò che viene celebrato l’otto marzo, i piccoli pallini gialli e profumati di mimosa fiorirebbero indisturbati sui rami invece che appassiti in bustine di plastica.

Melodì: San Cioccolatino

Come la ricorrenza pasquale cade ogni anno in settimane diverse a seconda delle fasi lunari, questa settimana, a causa a sfasamenti psicofisiocronologici, Melodì cade di martedì – a tal proposito dovrei decidermi a presentarlo come in questo caso come un appuntamento speciale e non programmato in anticipo, dato che da una settimana all’altra le mie preferenze musicali cambiano per nulla o quasi – ed è un martedì che dicono sia speciale perché si ricorda un vescovo protocristiano martirizzato sotto l’imperatore Aureliano per il fatto che celebrò un matrimonio tra una cristiana in punto di morte e un legionario pagano, da cui gli venne la nomina di protettore degli innamorati.

Ciò che non si ricorda abbastanza spesso è che in questi giorni, prima ancora che il cristianesimo dettasse le regole per scandire le stagioni e le ricorrenze annuali, nell’antichità pagana ricorrevano i Lupercalia, feste dedicate alla celebrazione della fertilità: le donne si spogliavano in strada e si offrivano a giovani nudi seguaci del dio selvatico Lupercus. Ovviamente una volta che il cristianesimo prese il sopravvento tali riti furono risciacquati nella rigida morale della nuova religione e soppressi.

Per questo melodì propongo un duetto d’amore particolare: quello che chiude l’opera L’incoronazione di Poppea di Monteverdi. Questo duetto celebra il trionfo dei due amanti Poppea e Nerone i quali dopo essere ricorsi a sotterfugi, tradimenti, falsità, ricatti e ogni sorta di inganni ai danni dei personaggi della corte per stare insieme, riescono finalmente a stare insieme – e la forma in cui è composto il duetto è una metafora musicale del rapporto sessuale tra i due protagonisti – all’apice del potere politico di Roma. La storia di Poppea è una storia di arrivismo sociale senza scrupoli, eppure alla fine i due sembrano affermare che non c’è amore senza potere, o forse che l’amore è una specie particolare di potere che si esercita sul prossimo.

Mi piace pensare invece all’amore come a un rapporto incondizionato tra due o più persone che rende la loro vita più felice – quale ingenuità! Mi piace pensare che anche dopo un rapporto sessuale di una notte ci si possa dire pur ti miro, pur ti godo.

“Questa generazione si vendica del furto della felicità”

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

Michele

Fonte: La lettera prima del suicidio. Michele, 30 anni: “Questa generazione si vendica del furto della felicità” – Il Fatto Quotidiano

Ciao MIchele, a breve spero di trovare il coraggio di seguire il tuo esempio. Non trovo più nulla di bello nelle cose, non trovo alcun motivo per continuare a respirare la merda che ci viene propinata dai governi. Il suicidio è l’unica soluzione. Non mi importa del fatto che in questo modo lascio vincere coloro che mi hanno schiacciato, tanto prima o poi moriranno anche loro. Ci ritroveremo tutti nel vuoto. Anzi, spero di no.

La rivoluzione allucinante

A novant’anni è venuto a mancare il dittatore cubano. Ne danno il triste annuncio i cubani che arruolò come spie, la Russia di Putin e Dacia Maraini, che in un’intervista serale sulla terza rete  televisiva pubblica, ebbe il coraggio di affermare come il personaggio fosse un galantuomo e che in realtà il suo regime dittatoriale ‘non fu particolarmente feroce’. Oh no, un attimo, c’è qualcosa che non va. C’è l’autobiografia di un personaggio cubano perseguitato da Fidel e dai suoi compari ben più importante per la letteratura universale rispetto alla vegliarda che oserebbe contraddirla.

Nel giorno della morte di un dittatore non celebriamo né ne glorifichiamo la rivoluzione del novecento cubano poiché quella rivoluzione fu la base per un’altra dittatura, violenze, abusi e soprusi legittimati dal potere statale. Non si può rimanere sospendere il giudizio.