Cronache, Diario

Commenti imbarazzanti e indesiderati

  • “Ma mangi??”

Foto presa da un gruppo facebook sulle MICI. Purtroppo l’atteggiamento dietro ogni dei precedenti commenti implica una certa critica o giudizio, seppur velato, che chi soffre si trova a dover subire.

Ribadiamo il concetto: se non ce l’hai, non puoi capire. se non riesci a capire, non giudicare; chiedi.

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Cronache, Diario

La nona di Will & Grace

Non è una sinfonia, ma nessuno può negare il suo statuto di capolavoro della televisione, che ha avuto un posto fondamentale nella cultura pop. undici anni dalla fine di uno show sono tanti. eppure è come se il tempo non fosse trascorso: la nona stagione si preannuncia gloriosa quanto le precedenti e il mio cuore scoppia di felicità. i richiami a episodi che un amatore conosce a memoria sono facilmente riconoscibili: e nel primo episodio dopo undici anni sono doverosi e scaldano il cuore, rendono familiari le nuove scene e le nuove situazioni a cui non eravamo più abituati perché ormai la storia di Will, Grace Jack e Karen era quella conclusasi nella stagione otto.

karen yay

l’episodio dall’affettuoso e proemiale titolo Eleven years later si apre nel salotto di Will, dove sono riuniti i quattro protagonisti che giocano alle sciarade: scena tipica e ricorrente che è come l’apertura di una porta verso un posto caldo e asciutto in una giornata di tempesta: lo spettatore viene di nuovo coinvolto nella familiarità del quartetto che ama. il contesto è cambiato: le ultime elezioni presidenziali hanno avuto l’esito che tutti conosciamo, e il commento dei nostri quattro è quasi unanime, con l’eccezione di Karen che approva per convenienza di classe sociale il nuovo stato delle cose. Will è alle prese con una protesta formale verso un membro del congresso, verso il quale ciononostante nutre una certa attrazione e che segretamente spera di conquistare, e viene aiutato nell’impresa da Jack, che si lamenta di vedere sempre le stesse facce su Grindr; Karen invece, grazie alla sua amicizia con first lady, procura a Grace nientemeno che un lavoro di ridecorazione della sala presidenziale. Così entrambe le coppie di amici si ritrovano alla Casa bianca, e il momento della collusione avviene quando scoprono la presenza l’uno dell’altra nella sede del “nemico”, ma non possono rimproverarsi che di non essere stati reciprocamente onesti. questa è la didascalia dell’episodio che essendo il primo di un’intera stagione funge anche da memento di quello che avevamo lasciato e indicazione per l’avvenire: non nascondersi da chi si ama è la politica vincente.

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A Tarik, sul razzismo

Piccolo Tarik,

quando avrai tanti anni da poter comprendere questi fatti, spero avrai il buon senso di farti una risata dopo una prima (e giustissima) reazione di rabbia. Ridere e sorridere, sebbene in vita mia finora ne abbia provato poco, è la risposta che secondo me vale la pena anteporre di fronte a scempiaggini di questo tipo dei politicanti. Magari ai tuoi tempi le istituzioni (e quindi le persone) saranno migliori di così, e questo lo spero bene per te e per i tuoi fratelli e sorelle di ogni angolo del globo (oggi è bel tempo e la temperatura è ben calda, quindi sento qualche sprazzo di ottimismo). Magari quando sarai civicamente maturo per fare scelte politiche anche la politica sarà più matura di costoro, che vengono pagati troppo per parlare a vanvera. Ma dopo il riso di scherno misto a compassione verso l’ignoranza, spero che tu prenda coraggio e dimostri a chiunque suggerisca il contrario che la ‘razza’ è un’allucinata stupidaggine allucinante su cui basare le proprie emozioni, una parola che va imparata per gettarla nei rifiuti organici della mente – e così poi possa servire da concime per far crescere qualcos’altro di bello. In fondo quello che solamente importa è la tua bontà d’animo che già oggi dimostri a chiunque ti conosca, familiare o sconosciuto che sia.

Come si diceva qualche anno fa, il razzismo è una brutta storia. Ci sono gruppi di persone che si uniscono sotto la scusa di una pura coincidenza come il colore della pelle e che permettono a se stesse di rinchiudersi nelle scatole degli stereotipi – una parola terribile, semplice come un triangolo disegnato su carta, ma allo stesso tempo talmente complessa da spiegare – perché non provano la stessa felicità e curiosità che tu, ancora piccolino e già così saggio, metti nel conoscere il mondo, ossia la persona che ti sta davanti.

Il tuo nome ti consegna alla storia, piccolo Tarik. Forse tua madre te l’ha già spiegato che LeTarik tradotto dall’amharico in italiano significa ‘per la storia’. Immagino che il tuo nome te l’hanno assegnato quasi per caso in uno dei tanti orfanotrofi per cui sei passato; d’altra parte eri un bimbo come un altro, in un lettino come un altro, in un territorio non proprio come un altro: la terra su cui sei nato è quell’Etiopia che gente italiana come te, tanti tanti anni prima che tu nascessi, andò a conquistare e sfruttare a causa della stessa stupidaggine allucinata che oggi viene continuata da tante povere bocche. Eri povero di cibo e cose quando nascesti, proprio come quel personaggio delle favole che chiamano Gesù, ma queste persone di tanti anni fa e di oggi erano e sono infinitamente più povere di te, perché la loro povertà riguarda quello che hanno dentro, lo spirito, il carattere, l’anima, chiamala come vuoi, tanto ci siamo capiti.

La tua, al contrario, è un’anima ricchissima, splendida, luminosa, variopinta, di mille colori: è fatta proprio di quell’amore incondizionato che metti nei giochi che fai, nell’affetto che dai a chi ti vuole bene, ai sorrisi che doni a chi non ti conosce. I mille colori della tua gentilezza spero tu non li perda mai, perché sono l’unico modo che avrai per conquistare le povere anime il cui unico pensiero è il colore della pelle, o qualsiasi altra apparenza. Con i tuoi mille colori potrai costruire non una storia sola, ma tante, tantissime storie con tante, tantissimi spiriti come il tuo, perché donando i tuoi colori alle povere anime a colore unico, essi si trasformeranno in spiriti generosi come il tuo.

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Grammatica dei Post

cos’è un post? un pezzo di scrittura digitale.

cos’è un post perfetto? un post perfetto è un pezzo di scrittura digitale che ha acquisito una forma ideale. un post perfetto assume le sembianze di un predicato verbale transitivo, che dall’autore-soggetto passa al testo-predicato, il motore dell’azione. dalla chiave alla partenza. quindi, grammaticalmente, un post perfetto è un’azione che l’autore ha portato a compimento i cui effetti si ripercuotono sul presente, se ci atteniamo ai principi della grammatica. in analisi logica invece, i profeti reticolari del Socialmidia, il nuovo campo di studio dei testi digitali, hanno definito cinque caratteristiche che un post perfetto deve presentare

  • semplice
  • inaspettato
  • autentico
  • emozionale
  • catartico

alcuni studiosi della Netichetta preferiscono elencare solo le prime quattro, in quanto la catarsi non è considerata una caratteristica internautica, ma cognitiva. in ogni caso l’effetto del testo – che al suo interno può comprendere altri elementi multimediali e a sua volta altri testi la cui forma ridottissima si apre su un’altro piano (i collegamenti) proprio come i vecchi predicati verbali possono essere composti in locuzioni, sebbene i collegamenti abbiano la capacità di moltiplicarsi all’infinito – l’effetto del testo sul lettore varia a seconda dei gradi di perfezione di ciascuna delle quattro caratteristiche primarie. diciamo quindi che il post è tanto più perfetto quanto più semplicità, inaspettatezza, autenticità ed emozionalità sono perfette; il corollario di questa regola è che un post perfetto non può essere virale a prescindere da questi elementi.

giova sottolineare che la struttura di un post perfetto è uguale in tutte le lingue: non v’è limite di linguaggio a un post perfetto, anche se quello che più si accorda alla forma ideale è il Simplese. Siccome è in gioco il significante e solo in seconda battuta il significato del testo, è importante che la forma articularis sia ben piantata nella sintassi reticolare, insomma che i periodi siano compresi tra le due e le tre parole, senza interiezioni e pochi determinanti; è imposto divieto assoluto, pena l’esclusione dai motori di ricerca, l’uso dell’obsoleto e puzzolente punto e virgola. Infine il metalinguaggio dei post non può che trovare compimento nella parola stessa: post è l’unico sostantivo che deve designare ciò di cui abbiamo appena detto (articolo, lettura e simili non sono accettabili dai profeti reticolari).

A concludere questa breve ricognizione, un esempio di post perfetto (in inglese).

La viralità invece trova causa efficiente nella forza – dal lat. VIS, ROBORIS – e soprattutto nella quantità con cui si allarga la diffusione tra i profili della gente comune; difficilmente si troveranno post perfetti virali sulla bacheca di uno scienziato o di un intellettuale autentici – figure di cui diffidare poiché organicamente incapaci di contagiare.

fonte

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Contro i cantastorie

In tanti anni di onorato servizio gratuito nella rete, tra lotte intestine – nel senso di vere e proprie battaglie che si svolgevano all’interno del mio intestino – e rivincite del fegato sulla tastiera in cui si riversa un po’ di quel vecchio e sano antagonismo tra apollineo e dionisiaco, ora finalmente sopraggiunge a confortarmi del tempo sperduto un’illuminazione a caratteri cubitali:

STAI ALLA LARGA DAGLI STORYTELLER!*

*specie se di madrelingua italiana o presunta tale!

si necessitano ulteriori glosse?

è presto detto: gli storyteller, d’ora in avanti cantastorie, sono persone all’apparenza a modo la cui professione e/o lavoro spesso ricade nelle categorie cosiddette creative ma che in realtà hanno poca o punta utilità sociale, il cui sogno proibito è calcare i palchi dei TedTalk, sul solco della tradizione iniziata da quel marrano neocapitalista di Steve Jobs, per ispirare le ccciovani cccenerazzioni a ‘inseguire i propri sogni’, e il cui sorrisetto a fine ‘racconto’ nasconde tanti di quei trololol da riempire un terabyte di spazio d’archiviazione. I cantastorie sono quelli che più spesso usano l’hashtag #inspiration, mentre le foto di copertina delle loro reti sociali sono fotografie di panorami con montagne inaccessibili, pianure sterminate e oceani con vista, panorami questi sormontati da improbabili citazioni di autoincoraggiamento in primo piano tese a colmare il vuoto che essi sentono tra il desiderio di fuggire lontano da quel palco verso una di quelle spelonche in sottofondo e le caotiche metropoli in cui in realtà vivono.

Questi cantastorie hanno il compito specifico di incantare un pubblico sornione e compiacente con la loro tecné retorica procedendo alla maniera di aedi omerici a giustapporre fatti accaduti proprio a loro in mezzo a una giornata di sole o di pioggia e che hanno di solito un elemento meraviglioso come nelle favole, a non-sequitur di altissima astrazione dalla facies di verità incontrovertibili che neanche Buddha avrebbe mai sognato di incontrare nelle sue passeggiate nel Nirvana.

Ma nell’asterisco si nasconde una peculiarità in più: l’arte del cantastoriaggio nasce nei paesi anglofoni – facilmente negli Stati uniti – quindi non ci sarebbe niente di strano se i prosecutori della specie si esprimessero in lingua inglese. Non è peregrino osservare invece negli ibridati cantastorie nostrani la loro purtroppo non rara inabilità a costruire un singolo periodo avulso da anglicismi pronunciati male.

Per questo i cantastorie mi dispiacciono tantissimo: non sono bravi a convincermi del fatto che la storia che stanno raccontando sia autentica, e soprattutto mi danno l’impressione che l’involucro linguistico con cui mi offrono la loro esperienza, e questa allo stesso modo, sia di plastica e non di pelle.

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