Nebbioso

In effetti c’era da aspettarselo da un’adzienda che in quattro e quattr’otto assume il fratello di un manager in qualità anche lui di manager, c’era da aspettarselo dicevo che non avrebbero trovato posto per uno sconosciuto senza legami clientelari. Per questo adesso il futuro è di nuovo nebbioso e potenziale preda della depressione. Ma ho mesi davanti per disperarmi, adesso è il momento di guardare indietro e confrontare la spesa con l’impresa.

Valutare le persone, in primis le colleghe di mannagement. Valutare le cose, e accettare il senso di questa breve fine. Stilare una lista di pro e contro riguardo alla perdita di lavoro. Certo fa male perché allora non era affatto vero che avrebbero finalizzato questo misero tirocinio malpagato all’assunzione, come ti avevano detto al primo colloquio. Le persone adziendali sono ladre di verità, possono rimangiarsi la parola a piacimento, perché i soldi sono dalla loro parte. E tu, che stimi l’intelligenza e la sincerità sopra ogni cosa, non vuoi dopotutto lavorare per qualcuno che promette cose e poi non lo fa, nevvero? Un pro.

Tutto sommato, l’ennesima pausa pranzo l’aveva confermato, non era una gran perdita. Certo, erano persone piacevoli e gentili, ma dall’intelligenza basica e quadrata, con poche sfumature.

quotidianamente

Cara Amicizia

Cara Amicizia,

mi dispiace di essere stato un amico impossibile da mantenere. A dispetto di tutte le volte in cui ti ho ascoltata, ascoltata e ancora ascoltata per qualsiasi problema di cui mi volessi parlare, mentre da parte mia ti ho solo confidato interminabili lotte ed estenuanti capitomboli contro la mia malattia, mi interessava davvero stare ad ascoltarti, e l’ho fatto con tutto l’affetto di cui sono capace.

Mi dispiace di essermi eclissato negli ultimi mesi a causa della stessa malattia che mi aveva causato anche un certo livello di depressione; ma questo forse ti è sfuggito. Perché nei miei silenzi, nel mio non cercarti più nei mesi passati non c’era una volontà premeditata di allontanarmi. C’era solo l’impossibilità di mantenere i contatti con chiunque mi stesse attorno, troppo concentrato com’ero a ristabilire come potevo la mia salute fisica. Quando hai un problema come il mio, che affligge il corpo in modi subdoli, improvvisi e prolungati, il tempo passa senza che te ne accorgi: tieni il conto delle scatole di medicine che si accumulano, delle visite nei vari ospedali, da vari medici, delle attese in pronto soccorso, e, almeno per le mie capacità, questo è debilitante, e al contempo mette indefinitamente in attesa tutto il resto, amicizie comprese. Dato che ogni volta che mi scrivevi ero sotto l’egida di qualche dolore più e più acuto e fastidioso, steso bocconi sul letto, a un certo punto ho smesso di raccontare le mie disavventure quotidiane con la malattia perché perfino io ero nauseato dal ripetere ogni volta le stesse raccapriccianti disavventure. Allo stesso modo, se un attacco imprevisto mi portava ad avvertirvi che non sarei potuto uscire di casa per incontrarmi con voi, tu rispondevi con messaggi piccati o esclamazioni ciniche e di traverso, come se mi fossi causato da solo il problema e l’avessi fatto apposta per non uscire con voi. Se tutto questo non l’hai capito, o non l’hai visto, è probabilmente anche colpa mia, del mio carattere chiuso e solitario, ché non sempre riesco a dire le mie sensazioni. Ma devi sapere che di fronte al cinismo e alle rispostacce piccate, uno si stanca, e si arrabbia, perché allora ai dolori fisici si aggiunge il dispetto di non essere compreso e creduto. Non hai fatto assolutamente caso a quante volte te l’ho ripetuto. Poi è iniziata la depressione, quella vera – il medico del pronto soccorso l’ha capito dallo sguardo che avevo, mentre da parte tua, il nulla – quella depressione che stende un velo d’ombra densa di vuoto, che sembra una notte eterna anche quando fuori splende il sole, che ti sussurra giorno e notte nell’orecchio “non serve a niente combattere, è tutto inutile”. Non c’è via di fuga: la vocina dice “sei uno spreco di ossigeno buono a nulla, da buttare, non riesci neanche a tenere a bada un doloretto”. Ma il punto è che non si tratta di un doloretto: sono dolori atroci che si ripropongono a ondate e tolgono ogni voglia di alzarsi dal letto, di camminare, di parlare, di respirare.

Non esagero, se hai voglia di credermi. Questa malattia ti sfinisce, fisicamente e mentalmente, per quanto cerchi di ripeterti che la terrai a bada, che di fronte ai mali più devastanti si tratta di un nonnulla, che sei un frignone lamentoso. Questo ti ripete la depressione, e la società te lo conferma, ti dice che sei un buonannulla. E infatti negli ultimi mesi non l’ho tenuta a bada, per quanto stessi attento all’alimentazione. Ma è un circolo vizioso, perché stando male ero infelice, e più ero infelice più avevo dolori perché ero infelice: non per niente l’intestino lo chiamano ‘il secondo cervello’. Io pensavo davvero a stare bene, e forse, nei tuoi confronti, mi sono concentrato troppo solo su me stesso, e quindi non ti ho cercato. Quando mi dicevi ‘andiamo a farci una passeggiata, ti dicevo di no perché davvero non ce la facevo a uscire di casa; il fatto è, cara tu, che quando stai male come lo sono stato io, non hai voglia neanche di parlare, figuriamoci di vedere le persone. A mia onta devo aggiungere perfino che non avevo voglia neanche di vedere mia madre e le mie sorelle, per quanto loro mi siano state sempre vicino e mi abbiano aiutato a superare quei mesi di sfinimento. Era, e lo è tutt’ora, una guerriglia, con tante battaglie e rappresaglie, mai una vittoria o una sconfitta definitiva, e il logoramento è sia fisico che mentale. Non ti ho neanche salutata quel giorno della manifestazione, tu dici. è vero, non ti ho salutata, e se mi avessi osservato due secondi in più avresti visto che ero alla ricerca disperata di un posto dove sedermi e due secondi dopo ancora, avendo trovato un cantuccio, mi sono accartocciato su me stesso, perché non riuscivo a tenere a bada i dolori che sentivo. ma di nuovo era colpa mia ovviamente, secondo te avevo deciso di non raggiungerti di proposito. poi sono dovuto alzarmi e quando ho visto che non c’eri più ho capito che eri fuggita a maledirmi con le tue amiche. Quindi vedi, se stavolta sono riuscito a darti un’idea con queste poche righe, il sunto è che allontanarmi piano piano non è stato un evento volontario. Ma basta parlare di me, parliamo della tua parte.

Sebbene io sia sempre corso in tuo soccorso quando potevo, tu non è che ti sia sforzata di capirmi, devi riconoscerlo. Mi ricordo ancora come fosse ieri la gita che abbiamo fatto nei giorni di ferragosto dell’anno scorso al lago di Vico. Sei stata tutta la giornata attaccata al tuo telefono: neanche per farti il bagno l’hai posato un istante nella borsa. Con il viso rivolto sullo schermo, mi facevi domande profonde sul senso della vita e dei rapporti umani, ma quando provavo a formulare una risposta, che io sia dannato se avessi staccato una sola volta gli occhi dallo schermo. E questo è tipico: ti sfoghi, magari parli per mezz’ora o un’ora di fila ininterrottamente, poi al momento di chiedere consiglio o un parere a chi hai di fronte prendi in mano il telefono e mentre scorri con le dita sullo schermo l’interlocutore parla, ma tu non ascolti, e chiedi di ripetere quello che ti si è appena detto. Peggio: una volta, quando eravamo in macchina e tu avevi litigato col tuo fidanzato per una stupidaggine – hai fatto proprio così. Ti sei sfogata, ti ho ascoltato, non sia rinfacciato, poi mi hai chiesto a tua volta come stavo, e plof, appena ho aperto bocca sei ripiombata a occhi sgranati sullo schermo, staccando gli occhi solo di tanto in tanto verso di me. A quel punto sono iniziati i miei silenzi, quelli importanti. Vogliamo continuare? parliamo dell’ultimo tuo compleanno, che è anche il mio. Mi hai accusato di aver rovinato quella giornata/serata perché tu volevi andare a ballare tutti insieme con le tue amiche più strette, mentre io, come ben sai, non ero propenso. Due giorni prima eravamo seduti a un bar con queste tue amiche, e parlando della cosa mi hanno accerchiato e sfinito di domande come “perché non vuoi festeggiare?” “ma perché??” con tanta insistenza fino a farmi sputare la promessa che vi avrei seguito in discoteca. “Dai è il tuo compleanno” “dai è il vostro compleanno, bisogna festeggiare!”, continuavano a ripetere. Ebbene, quella è stata una violenza. Sì, una violenza, perché sapevi bene, e te l’avevo ripetuto infinite volte, che per varie ragioni, in cui entrava anche la paura di sentirmi male di nuovo dato che mi ero appena ristabilito da due mesi di dolori, non mi era possibile fisicamente stare in piedi tutta la notte a ballare. Inoltre, cosa di cui ti sei sempre guardata bene dal cercare di rispettare come una mia scelta, e come sempre ti avevo ripetuto più e più volte, non mi è mai piaciuto festeggiare il mio compleanno. Perché dunque insistere a farmelo festeggiare per forza? Ebbene, dopo quella promessa strappata ho pensato che se era fuori discussione festeggiare il mio compleanno, potevo in ogni caso festeggiare il tuo trovando una via di mezzo: come vi avevo proposto infatti, sarei venuto con voi davanti alla discoteca dove potevamo brindare tranquillamente alla tua salute, poi io sarei tornato a casa mentre voi avreste potuto serenamente godervi la nottata in discoteca; così saremmo stati insieme una serata e tu avresti potuto ballare. Che c’era di male? Ma no, con te non esistono vie di mezzo: o si fa come dici tu, oppure niente. E infatti nella famigerata sera dei festeggiamenti mi hai rinfacciato, sempre con occhiate di traverso e risposte acide, che ti avevo rovinato il compleanno. Ti ricordi? Certo che ti ricordi.

Alla fine dunque abbiamo entrambi preso un abbaglio: tu pensavi che fossi un amico di quelli che chiami e sono a disposizione, che ti seguono in tutto quello che fai, che dicono sì a ogni cosa in ogni istante del giorno o della notte. io d’altra parte pensavo che fossi un po’ più matura per accettare il fatto che non sempre gli amici rispondono alle tue aspettative romantiche dell’amicizia. Io sarò pure uno stronzo come tu dici, ma a differenza delle tue mancanze, lo riconosco e lo accetto. Io, a differenza tua, non mi permetto di emettere giudizi su come gli altri gestiscono la propria vita.

Addio

A Tarik, sul razzismo

Piccolo Tarik,

quando avrai tanti anni da poter comprendere questi fatti, spero avrai il buon senso di farti una risata dopo una prima (e giustissima) reazione di rabbia. Ridere e sorridere, sebbene in vita mia finora ne abbia provato poco, è la risposta che secondo me vale la pena anteporre di fronte a scempiaggini di questo tipo dei politicanti. Magari ai tuoi tempi le istituzioni (e quindi le persone) saranno migliori di così, e questo lo spero bene per te e per i tuoi fratelli e sorelle di ogni angolo del globo (oggi è bel tempo e la temperatura è ben calda, quindi sento qualche sprazzo di ottimismo). Magari quando sarai civicamente maturo per fare scelte politiche anche la politica sarà più matura di costoro, che vengono pagati troppo per parlare a vanvera. Ma dopo il riso di scherno misto a compassione verso l’ignoranza, spero che tu prenda coraggio e dimostri a chiunque suggerisca il contrario che la ‘razza’ è un’allucinata stupidaggine allucinante su cui basare le proprie emozioni, una parola che va imparata per gettarla nei rifiuti organici della mente – e così poi possa servire da concime per far crescere qualcos’altro di bello. In fondo quello che solamente importa è la tua bontà d’animo che già oggi dimostri a chiunque ti conosca, familiare o sconosciuto che sia.

Come si diceva qualche anno fa, il razzismo è una brutta storia. Ci sono gruppi di persone che si uniscono sotto la scusa di una pura coincidenza come il colore della pelle e che permettono a se stesse di rinchiudersi nelle scatole degli stereotipi – una parola terribile, semplice come un triangolo disegnato su carta, ma allo stesso tempo talmente complessa da spiegare – perché non provano la stessa felicità e curiosità che tu, ancora piccolino e già così saggio, metti nel conoscere il mondo, ossia la persona che ti sta davanti.

Il tuo nome ti consegna alla storia, piccolo Tarik. Forse tua madre te l’ha già spiegato che LeTarik tradotto dall’amharico in italiano significa ‘per la storia’. Immagino che il tuo nome te l’hanno assegnato quasi per caso in uno dei tanti orfanotrofi per cui sei passato; d’altra parte eri un bimbo come un altro, in un lettino come un altro, in un territorio non proprio come un altro: la terra su cui sei nato è quell’Etiopia che gente italiana come te, tanti tanti anni prima che tu nascessi, andò a conquistare e sfruttare a causa della stessa stupidaggine allucinata che oggi viene continuata da tante povere bocche. Eri povero di cibo e cose quando nascesti, proprio come quel personaggio delle favole che chiamano Gesù, ma queste persone di tanti anni fa e di oggi erano e sono infinitamente più povere di te, perché la loro povertà riguarda quello che hanno dentro, lo spirito, il carattere, l’anima, chiamala come vuoi, tanto ci siamo capiti.

La tua, al contrario, è un’anima ricchissima, splendida, luminosa, variopinta, di mille colori: è fatta proprio di quell’amore incondizionato che metti nei giochi che fai, nell’affetto che dai a chi ti vuole bene, ai sorrisi che doni a chi non ti conosce. I mille colori della tua gentilezza spero tu non li perda mai, perché sono l’unico modo che avrai per conquistare le povere anime il cui unico pensiero è il colore della pelle, o qualsiasi altra apparenza. Con i tuoi mille colori potrai costruire non una storia sola, ma tante, tantissime storie con tante, tantissimi spiriti come il tuo, perché donando i tuoi colori alle povere anime a colore unico, essi si trasformeranno in spiriti generosi come il tuo.

Vacanze

Assaporare le vacanze, qualunque cosa s’intenda con la parola, non è un’impresa troppo complicata in fondo: si tratta di riposo e meditazione, in sintesi, nevvero? Per quelli invece che hanno famiglia e figli sarà invece la vita di tutti i giorni spostata solo di alcune distanze verso una località di mare. (L’avete scelto voi di mettere su famiglia, no? avete voluto la bicicletta, e mo pedalate) (un’altra volta scriverò un rantolo sul totalitarismo di google che cercando un termine generico come vacanza, nel reparto immagini mostra per un bel pezzo solo immagini di spiagge assolate e donne con una certa conformazione fisica in costume).

Ma la vacanza viene dal lat. vacantia e in prima battuta designa quel periodo di inattività di una carica istituzionale o da un ruolo ufficiale poiché non vi è chi la ricopre. Solo successivamente è venuto a designare il periodo di riposo dal lavoro. Quindi se volete dare alla vacanza il suo significato originario, dovete dimettervi dalla carica di genitori, genitrici, mogli, mariti, amanti, amici figli, figlie e così via, e assaporare un periodo di libertà lontano da tutto e tutti, in completo eremitaggio; dire per esempio: “per una settimana non sono più tua madre, arrangiatevi” oppure “per una settimana non sono più tuo nonno, fatti dare la mancia dai tuoi amici”, e così via. Questa forse sarebbe una vacanza un po’ crudele, ma tutti per dieci giorni l’anno dovrebbero aver diritto di spogliarsi delle maschere in cui sono tenuti il resto dell’anno, e fare un po’ come caspita pare e piace. Invece no. I ruoli sociali rimangono anche in vacanza. Sono così fusi nella nostra personalità che non potremmo rinunciarci. Fanno parte della nostra identità. Immagino che allora anche spogliarsi di altri aspetti della propria identità, come quella di genere, non sia proprio facile. Così come non è da persona civile consigliare a qualcuno di smettere di fare il nonno, così non è da persona civile consigliare (nei migliori casi) a qualcuno di smettere di fare la checca, o vestirsi come cazzpita gli pare e piace, o truccarsi come cazzpita gli pare e piace. Spogliarsi dell’identità di genere (smettila di fare la checca, smettila di fare il maschiaccio) è tanto violento da imporre a qualcuno quanto spogliarsi dei panni sociali.

quotidianamente

Una notte peggiore

siedo nell’assurdo sottocielo fresco

schiarisce argento di sopra la luna

un bagliore del tempo e del silenzio

ancora stupisco perché vivo e sento

qui sotto non c’è pace caro animo

solo troverai secca e sterile guerra.

che fai ancora seduta anima persa?

perché la tua materia non si rivolta?

ahi, povero cuore che intingi al male

dove posasti l’ali e prendesti fuoco?

cieco e sordo te ne vai sotto la volta

uno dei limiti che segnano la fine

di ogni piacere e sogno.