CollegaMenti #5

Sull’apologia del fascismo

… e i vincoli della libertà

Una risata vi consacrerà: non è una chiesa per celiaci

Budda e l’anima

L’orgoglio di normali corpi imperfetti

Cosa resta della letteratura negli anni dieci

[EN] Sugli abusi online del potere

Bonus:
è bello sentirsi insignificanti (questa è una chicca)

 

 

CollegaMenti #4

Su Katherine Mansfield

Come my unseen, my unknown, let us talk together

Questa è la frase che Virginia sceglie per presentare Katherine Mansfield, una grandissima scrittrice sua contemporanea. Sfogliando le pagine virtuali del Common Reader ci si imbatte appunto in questo saggio sulla qualità della scrittura di Mansfield, famosa soprattutto per i racconti brevi che recentemente sono stati pubblicati in un’edizione bella, economica e ben curata (lo dico apertamente, sono un fan esagerato della Newton Compton).

Quando lessi per la prima volta i suoi racconti non rimasi particolarmente affascinato, se non da due o tre racconti particolari, tra cui The Garden Party. Poi lessi il suo diario, e malgrado le sconsideratezze di quella particolare edizione riuscii finalmente ad afferrare quello che Virginia dice a proposito del processo di scrittura di Katherine: non si finisce mai di trovare ragioni profonde per quello che si scrive. Mai soddisfatta del risultato, anche dopo aver raggiunto un certo successo, a Katherine sembrava di aver appena grattato la superficie rispetto alle possibilità linguistiche e agli scenari narrativi che avrebbero povuto prendere corpo nella scrittura.

Mi pare di non esagerare nell’affermare che Virginia e Katherine insieme sono l’apice letterario del Novecento inglese; le loro voci sono così necessariamente permeate nell’opera letteraria per il fatto che la loro scrittura di fiction non aveva nulla di fittizio o verosimile: erano le loro vite medesime che stavano scrivendo su quelle pagine. (Negli scritti di oggi, di questi anni, non riesco a trovare nulla di tutto ciò, nulla che non m’appaia spremuto a forza da una radice velenosa; è anche vero che non riuscivo a leggere altro che fumetti, ma questo era un effetto collaterale della malattia in fase acuta che abbatte ogni forza intellettiva oltre che fisica. Poi, dopo l’ultima siringata di remicade, ecco risalire l’umore e la voglia di Bellezza.)

Primo esempio: la descrizione della barista in Je ne parle pas français:

Madame is thin and dark, too, with white cheeks and white hands. In certain lights she looks quite transparent, shining out of her black shawl with an extraordinary effect. When she is not serving she sits on a stool with her face turned, always, to the window. Her dark-ringed eyes search among and follow after the people passing, but not as if she was looking for somebody. Perhaps, fifteen years ago, she was; but now the pose has become a habit. You can tell from her air of fatigue and hopelessness that she must have given them up for the last ten years, at least. . . .

La grandezza di un letterato credo sia questo: dalla forma ella ricava una storia, da una posa, da un gesto ella crea e modella un personaggio completamente umano.

Un secondo passaggio che stavolta riguarda la voce narrante:

Do you believe that every place has its hour of the day when it really does come alive? That’s not exactly what I mean. It’s more like this. There does seem to be a moment when you realize that, quite by accident, you happen to have come on to the stage at exactly the moment you were expected. Everything is arranged for you—waiting for you. Ah, master of the situation! You fill with important breath. And at the same time you smile, secretly, slyly, because Life seems to be opposed to granting you these entrances, seems indeed to be engaged in snatching them from you and making them impossible, keeping you in the wings until it is too late, in fact. . . . Just for once you’ve beaten the old hag.

Una riflessione tanto semplice e tanto umile che si alza sopra l’umanità a coprirla tutta quanta: delicatamente virtuoso, questa riflessione s’inserisce nella scena quotidiana del bar che commuove solo a raffigurarsi la scena.

Ma ancora oltre, un terzo passaggio dove la Bellezza arriva agli occhi del lettore su una frase luminosissima:

the “short winter afternoon was drawing to a close,” as they say, and I was drifting along, either going home or not going home, when I found myself in here, walking over to this seat in the corner. […] Suddenly I realized that quite apart from myself, I was smiling. Slowly I raised my head and saw myself in the mirror opposite. Yes, there I sat, leaning on the table, smiling my deep, sly smile, the glass of coffee with its vague plume of steam before me and beside it the ring of white saucer with two pieces of sugar. I opened my eyes very wide. There I had been for all eternity, as it were, and now at last I was coming to life. . . .

E tutto il racconto continua su questa linea d’oro, scivolando da descrizioni delle figure e delle cose che circondano la voce seduta al bar per poi ritrovarsi a raccontare i pensieri che quelle cose e persone ed eventi ispirano al protagonista. È una prima persona che l’autrice veste come si vestono dei costumi di scena: la scena in questo caso è la Vita, che qualche volta delude e qualche volta regala, alle ‘menti di prima categoria’ che sanno coglierli, momenti di intenso splendore. Talento come quello di Katherine Mansfield accade una volta ogni millennio.

La ragazza di Bube

Mara conosce l’amore nei panni del partigiano Bube. Era una semplice quindicenne d’importanza mediocre nella famiglia, oscurata dalla presenza-assenza di Sante, il fratello maggiore trucidato dai nazisti; ma nelle quattro parti del romanzo, nelle duecento pagine del racconto Mara cresce, non solo anagraficamente, ma cambia talmente tanti stati d’animo, nel giro di poche righe che al torno di due pagine la vediamo abbandonare quello che era e diventare un’altra persona, una ragazza – oggi diremmo adolescente – poi una donna, il cui spirito cresce intorno alla figura presente-assente di Bube. Il fratello fantasma, il padre politicamente zelante, Bube l’amore misconosciuto e Stefano il filosofo: sono figure maschili quelle a causa o grazie a cui Mara si trova a cambiare se stessa. L’altro maschio, seppur vicino o lontano, forza la natura di ingenua ragazzina e la trasforma, cambiandone lo stato da libera a impegnata, nei sentimenti, nel lavoro e in politica. Ma Mara non viene sopraffata dalla volontà degli uomini: ella possiede in se stessa, già all’inizio della storia, una potente indipendenza acerba che grazie alle figure che le ruotano attorno – e quelle femminili: la madre, la cugina Liliana e l’amica Ines, sono tanto più patriarcali degli uomini – trova nella seconda parte del libro la forza e le ragioni di determinarsi: sceglierà da sola il suo percorso, dopo averlo attentamente considerato in toto, accogliendone le amarezze come le felicità.

Le descrizioni paesaggistiche nella secca prosa del narratore onnisciente acquistano una rarefatta bellezza. La storia della protagonista tocca gli argini, i torrenti, i boschi, le colline, le prode, le campagne, gli orti e le propaggini dei monti di uno specifico lembo di terra toscana, e tutto il paesaggio, seppur presente in brevissimi schizzi, partecipa alla sua storia. Il sole e la pioggia, indifferenti elementi naturali, dicono la verità sulle emozioni di Mara più delle poesie che l’innamorato Stefano le scrive. Non c’è nulla di ottocentesco, nulla di sbiaditamente romantico nel paesaggio metafora dell’animo di una ragazza in evoluzione: come l’animo di Mara è in continuo movimento e cambiamento, così è la natura tra Volterra e Colle. Una stagione rifulge, poi giorno dopo giorno il crepuscolo si abbrevia e la notte arriva presto, così che l’amore di Mara con i suoi turbamenti possa trovare libero sfogo. Il titolo è sapientemente fuorviante: la protagonista non è la ragazza di Bube; la protagonista è Mara.

Piccolezza

Quanto più cresce il mondo rispetto all’individuo, tanto più l’individuo impicciolisce. I nostri antichi, conoscendo pochissima parte di mondo, ed essendo in relazione con molto più piccola parte, e bene spesso colla sola loro patria, erano grandissimi. Noi conoscendo tutto il mondo, ed essendo in relazione con tutto il mondo, siamo piccolissimi. Applicate questo pensiero ai diversissimi aspetti sotto i quali si verifica che essendo cresciuto il mondo, l’individuo s’è impicciolito sì fisicamente che moralmente; e vedrete esser vero in tutti i sensi che l’uomo e le sue facoltà impiccioliscono a misura che il mondo cresce in riguardo loro.

(16. Giugno 1821)