Passeggero

Il Tao è ovunque e si trova nel nulla.

Infatti nel mezzo dell’album più brutto della carriera della mia Queen, uno dei tre brani che preferisco. Certo, il testo non è nulla di che, parla di una che come al solito si innamora quindi si dà completamente al suo damerino lasciandogli ogni controllo della relazione, usando per tutto il testo la metafora del viaggio. Certo, Britney non sa neanche cosa sia una metafora, ma l’intero testo è proprio questo: una metafora del solito topos dell’amore (ossessivo) come appunto fosse un vagabondaggio e lei una turista di prima classe in braccio al moroso.

A una lettura più attenta, non mi lamenterò più della mia asessualità e solitudine. Il Tao lavora anche in questo senso! Rendo grazie al Tao per aver migliorato la mia autostima grazie al ribrezzo che scaturisce di fronte allo scempio delle mortali passioni.

Quotidianamente

Melodì: B & K

Le due artiste che sto ascoltando di più in questo periodo, i miei due amori musicali più importanti.

Quando il corpo è fragile tenta di recuperare le forze a cominciare dallo spirito, cui nulla fa più piacere che ritrovare vecchi amori intatti; si ricorda infatti di quei momenti felici cui per caso fu associata qualche frammento della discografia di entrambe le Queen.

La musica classica ha raggiunto un punto di saturazione. Ho bisogno di spensieratezza e brevi melodie semplici, come furono le epoche più felici del mio passato.

Melodì: concerto per violoncello

Melodì: San Cioccolatino

Come la ricorrenza pasquale cade ogni anno in settimane diverse a seconda delle fasi lunari, questa settimana, a causa a sfasamenti psicofisiocronologici, Melodì cade di martedì – a tal proposito dovrei decidermi a presentarlo come in questo caso come un appuntamento speciale e non programmato in anticipo, dato che da una settimana all’altra le mie preferenze musicali cambiano per nulla o quasi – ed è un martedì che dicono sia speciale perché si ricorda un vescovo protocristiano martirizzato sotto l’imperatore Aureliano per il fatto che celebrò un matrimonio tra una cristiana in punto di morte e un legionario pagano, da cui gli venne la nomina di protettore degli innamorati.

Ciò che non si ricorda abbastanza spesso è che in questi giorni, prima ancora che il cristianesimo dettasse le regole per scandire le stagioni e le ricorrenze annuali, nell’antichità pagana ricorrevano i Lupercalia, feste dedicate alla celebrazione della fertilità: le donne si spogliavano in strada e si offrivano a giovani nudi seguaci del dio selvatico Lupercus. Ovviamente una volta che il cristianesimo prese il sopravvento tali riti furono risciacquati nella rigida morale della nuova religione e soppressi.

Per questo melodì propongo un duetto d’amore particolare: quello che chiude l’opera L’incoronazione di Poppea di Monteverdi. Questo duetto celebra il trionfo dei due amanti Poppea e Nerone i quali dopo essere ricorsi a sotterfugi, tradimenti, falsità, ricatti e ogni sorta di inganni ai danni dei personaggi della corte per stare insieme, riescono finalmente a stare insieme – e la forma in cui è composto il duetto è una metafora musicale del rapporto sessuale tra i due protagonisti – all’apice del potere politico di Roma. La storia di Poppea è una storia di arrivismo sociale senza scrupoli, eppure alla fine i due sembrano affermare che non c’è amore senza potere, o forse che l’amore è una specie particolare di potere che si esercita sul prossimo.

Mi piace pensare invece all’amore come a un rapporto incondizionato tra due o più persone che rende la loro vita più felice – quale ingenuità! Mi piace pensare che anche dopo un rapporto sessuale di una notte ci si possa dire pur ti miro, pur ti godo.

Melodì: Il cigno di Tuonela

In tempi di buio totale, un raggio di luce e conforto puoi sempre trovarlo nella musica. Per un caso fortunato, mi è capitato sotto gli occhi un articolo incentrato su questo pezzo, e dopo aver ascoltato l’esecuzione qui sopra, ne sono rimasto affascinato.

In tempi di disperazione e paranoia come quelli che sto vivendo, la musica del novecento sembra essere l’unico tipo di espressione che veicoli in modo pieno e completo quello che sento. È da un po’ di tempo in effetti che, quando per un’abitudine ormai esausta e abusata di politeness, mi chiedono come sto, vorrei poter rispondere con una suite di Sibelius o un quartetto per archi di Britten, invece di rassicurare malamente sul fatto che stia bene.

Come se a chi pone questa domanda, ormai entrata nel deposito dei dispositivi retorici più abusati, importasse davvero. Mi chiedo in che modo e attraverso quali criteri della socialità sia dilagata l’abitudine di chiedere come si sta al prossimo, al passante che si conosce vagamente, al conoscente che segretamente si disprezza, quando non s’intende affatto conoscere realmente il suo stato d’animo o informarsi della sua salute, ma ciò che si pone davanti al malcapitato interlocutore è unicamente l’egoistica pretesa di sentirsi replicare delle sciatte variazioni sull’avverbio ‘bene’ accompagnato dalla volgare aspettativa di sentirsi chiedere la stessa cosa. Politeness gone wrong. Conosco alcuni che non ne possono fare a meno, nello stesso inquietante modo in cui l’umanità di Brave New World non può non fare ricorso a sostanze sintetiche.

Non sono pronto ad assumere sostanze sintetiche. Ho ancora un cervello, degli organi che pensano, dei sensi attivi, e soprattutto ho delle emozioni che hanno bisogno di essere espresse; e la musica classica ha il divino (non uso quest’aggettivo senza consapevolezza) potere di affrancare la Verità degli stati d’animo permettendo loro di trionfare nella luce.