Il ricco e il povero

Prima della guerra c’era un uomo ricco che andava sempre a messa e uno povero che non ci andava mai. Capitò che in un giorno di festa comandata l’uomo ricco si recò alla funzione e entrando in chiesa si accorse che nel banco in cui sedeva di solito c’era il povero. Costui era molto snob, perciò il vestire semplice dell’altro lo mettevano a disagio, ma essendo un giorno di festa solenne strinse i denti e gli sedette vicino. Mentre si svolgeva la cerimonia l’uomo ricco ripeté più volte a bassa voce all’uomo povero “va’ via, va’ via!”. Questi, confuso, iniziò a ripetere sommessamente “va’ via, va’ via” come una preghiera.


Daily Prompt

Rapsodia di un molliccio

non sarò un altro trentenne, perciò non posso dare voce alla vita ormai-adulta di una generazione. l’infanzia fu tutt’al più un tentavo perfettamente non riuscito di conformarmi alla moda del millesimo soprattutto nell’abbigliamento e nei gusti letterari, i quali non esulavano mai dall’estetica industriale. altri paesaggi che la vita mi abbia svelato? in seguito, uscito dalla prima ingenuità, ma solo attraverso rapidi sguardi e per la maggior parte dei casi in riproduzioni da cartolina. eppure anche queste riproduzioni, come le stampe e riproduzioni di quelle opere d’arte che ammiriamo nei musei e nelle mostre, hanno il loro valore: ci confortano come l’idea di dio guidava dante mentre scriveva la sua comedia, o come l’idea della biblioteca infinita confortava borges quando l’ombra iniziò ad abbracciare i suoi occhi. così la pelle che mi è rimasta è un campo di battaglia attraverso cui assorbire l’altro, per mezzo del molliccio che mi abita. ma questo l’ho capito solo dopo essere guarito dalla seconda ingenuità. a tal proposito mi chiedo se si esce dall’ingenuità tipica di un certa età oppure se ne guarisce. comunque si voglia chiamare questo processo, di certo avviene per gradi, lentamente, fluido. a proposito di fluidità, di certo i caratteri sessuali e di genere furono un altro, forse il fondamentale, felice? impedimento che bloccò la mia conformazione alle regole; ma più che di anticonformismo, parlo di sgraziataggine, imbranamento esistenziale a seguire in modo agile e spigliato una qualsiasi regola.

a tale appunto, c’era un’altra volta una presenza invisibile, uno di quei fantasmi domestici che scelgono di dimorare non in catapecchie abbandonate, ma dentro corpi umani. questi corpi possono essere persone di tutte le età e di tutte le condizioni; tali fantasmi scelgono a caso, senza discriminazioni di classe o di genere. proprio perché colpiscono a caso, essi non segnalano esteriormente la loro attività ad altri rispetto a coloro che li ospitano se non quando essi diventano troppo eccitati e si muovono e strepitano e scombussolano la dimora dove si trovano: ecco che allora gli ospiti avvertono pallore, sudore freddo, stanchezza, occhiaie, inappetenza, perdita di peso e incapacità di rimanere in posizione eretta. questi mollicci dunque cambiano atteggiamento a seconda della stagione, del clima e delle caratteristiche dell’ambiente in cui si trova la lunga galleria che li ospita: nessuno sa che aspetto abbia se non esce alla luce del sole dal corpo ospitante per cause di forza maggiore. molto spesso quando succede ciò è perché l’ambiente ospitante non è più in grado di dominare la creatura che vive lì dentro, la quale prende il sopravvento danneggiando la luminosità o causando una frana nella galleria. come dare un nome sostanziale a una creatura che non ha corpo visibile se non in parti del corpo e della vita quotidiana che in generale ritengono inopportune nelle conversazioni? invece, è più semplice inventare scuse anche se grossolane, piuttosto che dare un nome al molliccio. in fondo, il molliccio rispetta le regole, non si ribella allo stato delle cose, è un conservatore che pur di evitare di parlare di cacca e flatulenze e viscere preferisce nascondersi.

nel nuovo anno presente, molliccio – questo sarà il suo nome, lo spirito che abita nelle viscere del corpo che scrive digitando – è tornato ad agitarsi, a farsi irrequieto. forse perché il secondo cervello dell’ospite si è sostituito in alcune funzioni primarie al primo, che mancando di qualche sostanza non funzionava più a dovere come in precedenza. sono mancati perlopiù movimento e ritmi che tengono svegli. il primo cervello si è impigrito, e il secondo ha preso il sopravvento dato che la necessità di sentire si è ingrossata rispetto alla necessità di ragionare. bisogna chiarire che il molliccio è una creatura autoimmune, non-essere non-mortale, che amplifica e impersona le paure dei propri ospiti. perciò quando esso è tornato in attività in questi due mesi è riuscito nell’intento di modulare e concatenare tutte le mie paure – che non starò qui a confessare – in un’unica grande polifonalgia. di conseguenza, ho perso tutto l’interesse per la musica, sporadicamente accostandomi a quella semplice di due tempi la quale ha il pregio di non sovraccaricare un corpo già affaticato, e per la letteratura. i danni materiali causati dalla polifonalgia del molliccio hanno causato un terremoto che ha distrutto tutto quello che c’era in me lasciando deserto: vibrazioni troppo forti hanno scosso strutture relativamente fragili. mentre queste crollavano, mi venne in mente che finalmente sarei riuscito a morire; ma ancora non è successo.

la mia generazione non vive con fantasmi e fantasie, non usa la mia lingua. e come potrebbe? non si preoccupa proprio di usare la lingua, dato che è troppo angustiata dai miti della costruzione del futuro. io ho al momento tutto ciò che mi occorre per costruirmi il futuro: cibo, acqua, fuoco, terra e casa; tutto sommato, ho un rifugio da me stesso. addirittura ho un letto su cui sdraiarmi quando molliccio strepita, e oggetti di lusso come gli attrezzi elettronici. per questo non mi riconosco appena metto il naso fuori dalla terra che abito. le persone che frequentano il mondo sono diventate nonluoghi, discariche di rifiuti indifferenziati. io voglio essere la mia cacca, anche se dolorosamente imbarazzante.

Befana

Giorni di vento forte, proveniente da qualche punto del nord ovest freddo e sconosciuto.

Il signor Piricello passava con un camioncino scassato sulla stradina di Valle Mantola e davanti al numero cinque di solito si fermava a comprare i granati che Clorinda e Medoro tenevano da parte per l’occasione. Non c’erano molti soldi, quindi Medoro, prima che i pomi si spaccassero a causa dell’eccessiva maturezza, li coglieva dall’albero davanti alle fontanelle e li metteva in un canestro; lì, i vimini intrecciati avrebbero consentito ai frutti di respirare in modo appropriato e conservarli quindi nello stato ideale. Poi la sera prima della festa della Befana, lenizione di Epifania, si nutrivano ben bene tutti gli animali domestici, poiché in quella notte si mettevano a parlare tra loro. Una volta addirittura un uomo che viveva in campagna voleva vedere con i propri occhi e orecchie se era vero che gli animali in quella notte si sarebbero messi a parlare (nella stessa lingua degli uomini tra cui era diffusa questa storia, probabilmente), così uscì dopo cena e rimase fuori tutta la notte; ebbene, come Clorinda e Gisella non si peritavano di sottolineare abbastanza con voce e sospiri nel loro registro più grave, la mattina della Befana quell’uomo fu trovato morto.

Il racconto finiva su questa nota, tetra sì, ma non molto misteriosa, se ci si rifletteva sopra un attimo ulteriore. Era ovvio, mi dicevo, che una notte della prima settimana di gennaio nell’emisfero boreale passata a vegliare all’addiaccio in un pollaio, o in qualsiasi edificio non riscaldato in qualche modo, rappresentava decisamente tutto l’opposto di una carica di energia per la salute fisica di chiunque, specialmente se questo chiunque era quello che la mia immaginazione si raffigurava come un uomo di mezza età e contadino. Anche mia madre non si faceva più scrupoli a crederci e ogni volta che queste due leggende mi venivano raccontate, questa a mo’ di corollario di quella, sentivo con un moto di sconforto che la superstizione inculcata da bambini riaffiora con una facilità lampo condizionando la volontà.

Il limone

In un angolo dell’orto c’è un limone che mia madre comprò circa sei anni fa. Mentre tornavamo a casa dal vivaio aveva riempito la macchina di idee su come utilizzare la raccolta di limoni. Aveva tante speranze per lui: ‘avremo tanti limoni così non dovremo comprarne al supermercato, ché tanto quelli sono tutti trattati coi pesticidi; li useremo per i dolci, per condire le verdure, la il pesce… e poi con tutte quelle bucce avanzate ci faremo il limoncello!’. Ebbene, quella pianta non ha mai varcato la maturità vegetale; è rimasto un arbusto proprio come quando fu piantato nel pezzo di terra che coltiviamo ogni giorno a Fonte Lamento. Stagioni dopo stagioni, non cresce né muore. Sta lì arcobaleno dopo pioggia, pioggia dopo sole, senza crescere, tantomeno senza accennare a qualche fiorellino, quasi senza neanche cambiare fogliame.

Percolate

 

Percolate è una città in provincia di Chizia e sorge sul versante orientale delle colline comprese tra il fiume Pescialza e i valichi dei Timazi. Tra i suoi abitanti più illustri vi fu un musicista di nome Aemwig Földwall Ludlius Zunken, al quale piaceva tanto la musica che ricoprì di innumerevoli sonate, gloriosi concerti e meravigliosi divertimenti per gruppi di professionisti le strade della città. Gli abitanti della città usavano quella musica che lui appendeva alle grondaie, ai lampioni, alle sporgenze delle mura delle case per gli scopi più vari: la usavano quando preparavano la tavola per ricorrenze speciali, quando giungevano parenti da città lontane e dall’estero, dove usavano altri tipi di musica, la usavano prima di mettersi a letto, se in età scolare la usavano negli intervalli di tempo libero tra lo studio di una materia e l’altra, la usavano di mattina quando si alzavano intontiti dal letto e si mettevano alle opere della giornata,  la usavano in occasione delle elezioni a grande e piccola scala se avevano dubbi su un candidato o l’altro; insomma, la musica di Zunken era così diffusa in quella città che ricopriva perfino la facciata del Tempio di Zaio, divinità austera e i cui ministri sembravano avere una predilezione piuttosto per quel certo altro tipo di musica.

Prompt: Percolate