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Commento: sui caproni

quest’articolo nasce da un commento non lasciato sotto l’articolo in calce, poiché come al solito da una frase mi è partito un periodo intero, a cascata, che poi non si è più fermato poiché si sono aggiunti altri argomenti che mi preme esternare. Dunque l’articolo parla della prima prova della maturità di quest’annata 2017 [io sono vecchio stile, per me è ancora un ‘esame di maturità’, e non ‘di stato’]. Ma mi contraddico: di maturo, a diciotto/nove anni non c’è proprio nulla riguardo l’educazione intellettuale, che forse potrebbe non maturare mai. Dunque, il punto di vista è il seguente:

il dramma dei caproni

ebbene. quando facevo la maturità io, nel lontano 2008, gli studenti leggevamo eccome. di malavoglia, sotto minaccia di debito o bocciatura, ma leggevamo. e a distanza di anni abbiamo nonostante tutto bei ricordi, anche divertenti, di quelle letture imposte dai professori. cos’è cambiato nel frattempo? è cambiato il fatto che oggi gli studenti si sentono in diritto di criticare su tutto e su tutti, pur non avendo gli strumenti per farlo. noi non eravamo così dieci anni fa: se un compito ci era assegnato lo portavamo a termine senza fiatare. magari allungando il collo e bisbigliando imploranti al vicino di banco se potevano darci un aiutino, ma non contestavamo le scelte dei professori, anche perché se andavamo a lamentarci con qualche adulto, costoro davano ragione ai professori, non a noi brufoli ambulanti. il nostro compito era imparare da chi ne sapeva un po’ più di noi. certo, allora i professori ne sapevano davvero più degli studenti, pur con tutti i loro difetti di carattere. ma è sempre stato tipico dell’adolescenza la ribellione sistematica contro tutto e tutti.

ricordo che alla maturità venne fuori per l’analisi del testo una poesia di Montale. e chi ci era arrivato a leggere le poesie di Montale? a malapena avevamo studiato Pascoli in un soffio! ma, ahinoi, o forse fortunati noi, non avemmo un pubblico su internet che ci dava ragione quando tornammo a casa lamentandoci perché dell’autore non conoscevamo un fico secco di cui scrivere. al massimo i genitori ci rassicuravano come potevano e s’andava avanti a preoccuparsi della seconda prova (una versione di Luciano sui compiti dello storico, che non fu una passeggiata al mare). oggi con la vasta rete a disposizione si giudica chiunque in qualsivoglia modo, a seconda di come uno si sveglia la mattina; in poche parole si apre bocca e gli si dà fiato, e né la scuola né la famiglia insegnano i ventenni a disciplinare le parole. ecco perché oggi gli adolescenti sono diventati veri e propri caproni.

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Il sesso cos’è

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Mi sento preso in causa da questo articolo dell’Huffington Post Gay Voices per il fatto che l’autore e editore del blog scrive un’apologia del sesso libero incolpando il machismo da cui prende forma la visione ristretta e taboo che in genere la maggior parte delle persone ha sull’argomento sesso; personalmente mi ritengo in tutto e per tutto d’accordo con le motivazioni dell’autore sebbene partendo da assunti empirici del tutto opposti: generalmente non mi piace fare sesso e non la ritengo un’esperienza talmente eccitante da poter sostituire una pausa-pranzo, per dirne una.

Mi si potrebbe obiettare: ‘e allora come fai ad abbracciare l’opinione di Sempronio?’ Per iniziare, perché appoggio ogni discorso che cerca semplicemente di abbattere i pregiudizi sul sesso che tuttora in certi strati della società viene concepito come un’esperienza sporca e di cui vergognarsi. John vuole fare sesso con Mario invece di mangiare un piatto di pasta per pranzo? Riccardo preferisce passare una serata all’opera piuttosto che nei locali a cercare di rimorchiare? Buon pro gli faccia.

Quello che cerco di dire è che le società patriarcali hanno sempre diffuso lo stigma sia verso la libera pratica sessuale sia verso la non-pratica sessuale, poiché tali pratiche sono facce opposte di una sola libertà: quella che ha come punto di partenza disporre del proprio corpo fuori dalle pratiche che la società detta attraverso istituzioni, stampa e mezzi di comunicazione su cosa le persone dovrebbero fare della propria pelle e dei propri sensi.

I primi colpiti e quindi discriminati dalle pratiche istituzionali sono lavoratori e lavoratrici sessuali che scelgono liberamente di svolgere questo mestiere e che sono i veri rivoluzionari di questi tempi, poiché nonostante le proibizioni non sottostanno alle regole di moralismo che vietano di fare dell’orgasmo una professione; inoltre, essi ribaltano completamente la tradizionale funzione del sesso spostandola dalla concezione veterofascista del ‘mettere su famiglia‘, che non è altro che semplice prosecuzione della specie, alla funzione originaria di ‘piacere vitale’.

Caso di studio: me stesso. Nella mia esperienza non sono mancate occasioni di fare sesso a caso, fortunatamente senza alcun senso di colpa ma con qualche pudore di cattolica ascendenza, purtroppo; in qualche caso le ho pure colte; alla fine sono state avventure divertenti che non mi hanno lasciato nient’altro che qualche macchia sulla maglietta; allo stesso modo non mi è mancata l’occasione di stare in coppia, ma alla lunga i gesti per raggiungere l’orgasmo si ripetevano – il che dopo un po’ diventava routine, e ciò mi annoiava; c’è da dire inoltre che questa fissità e ripetitività non è stata un caso isolato. Per non parlare della sensazione sgradevolissima di dover rendere conto dei miei spostamenti a qualcuno che non fosse la mia coscienza – ma questo è un altro discorso.

Probabilmente il problema è mio e consiste nel fatto che non mi accontento, oppure c’è qualche turba psicosessuale che non ho approfondito. Non sono facile da accontentare, e forse ho sbagliato tutto; dovrei mettermi più in discussione, lasciarmi andare, bla bla bla. I forse si moltiplicano all’infinito, come in tutte le storie individuali: e proprio per il fatto che ci sono tanti sessi quanti sono le combinazioni possibili tra individui, e questo computo non si limiti ai rapporti monogami, ci si renderà conto che, fermo restando le regole di rispetto reciproco e onestà, non c’è un modello prestabilito o più giusto per quanto riguarda la sessualità adulta, ma singolarmente – voglio dire ogni individuo, ciascheduno – deve poter avere la libertà di sapere e decidere come costruirsi un percorso sessuale sano e soprattutto senza sensi di colpa o vergogna.

Possibile che adesso mi sembri una banalità dirlo? Fare sesso per il solo piacere di farlo e con persone sempre diverse – anche nell’arco di un giorno – non dovrebbe costituire motivo di discriminazione o dileggio; così come non farlo affatto con nessuno mai e in nessuna circostanza non dovrebbe esserlo. E questo per un motivo molto semplice: perché non sono affari vostri. Non è il vostro pene o la vostra vagina a esercitare così tanti/pochi rapporti sessuali, quindi il vostro parere in merito conta meno di un parere sull’estensione vocale di un cantante a un congresso di neuroscienze. In ogni caso, probabilmente fare sesso con persone diverse ha più senso del farlo sempre con la stessa persona per tutta la vita.

Tornando al mio caso, nessuno dei due modelli – sesso libero e sesso monogamo – mi calzava a pennello così ho deciso di non seguire alcun modello e di non cercare di fare sesso a caso, né di avventurarmi alla ricerca del pene incantato che mi calzi a pennello come la scarpetta di Cenerentola – follie! follie! L’eternità non fa per me, perciò mi pare giusto che io e il sesso andiamo ognuno per fatti nostri. Per questo, quando, sollecitato, ho confessato a più di qualcuno dei miei amici di non desiderare particolarmente fare sesso né cercare qualcuno con cui instaurare una qualche sorta di relazione, sono stato segretamente biasimato, come se avessi detto bizzarrie fuori dal mondo; mi ha molto colpito la loro reazione, soprattutto perché rende l’idea di quanto l’ideologia del sesso perbene e ordinato secondo regole stabilite da non si sa chi sia radicata nella collettività e di quanto il sesso libero – o nel mio caso il disinteresse verso di esso – sia percepito come anormale o meritevole di gogna.

Ma c’è da introdurre una novità nel paradigma. Con i venti di cambiamento che spirano nel mondo civile, in particolare con l’estensione del diritto al matrimonio anche agli individui omosessuali nel segno della libertà conquistata, sta dilagando un certo tipo di borghesizzazione dei costumi. C’è da fare delle precisazioni: si tratta infatti di ‘estensione’ di un istituto di diritto civile che ha una storia antichissima quanto travagliata. Per il fatto che il matrimonio è un’istituzione antica quanto la cosiddetta civiltà europea esso è così esistenzialmente potente che infonde della sua storia gli strati sociali che lo abbracciano. Perciò a mio parere non sono le persone LG(BTQ+) che hanno dato un nuovo volto al matrimonio, né come temono cattonazisti e conservatori vari esso ‘verrà distrutto nelle sue fondamenta dalle masse di invertiti’ [permettetemi questo epiteto, ho appena finito di leggere Proust per la seconda volta e adoro questo termine].

Piuttosto, grazie all’attrattiva che la sedimentazione plurisecolare di usi, costumi, modi e tradizioni invischiatisi intorno ad esso esercitò sulle categorie maggioritarie all’interno del movimento, L e G, il matrimonio ha reso la sigla LGBTQ+, monca dell’appoggio di tutte le altre categorie sessuali e di genere non-conformista (BTQ+) una parentesi di trascino, una coda di cometa la cui unica visibilità e funzione negli ultimi anni è stata quella di dare colore alle parate dei vari cortei di giugno nelle città del mondo.

Il punto centrale del problema è che l’intera sigla LGBTQ+ non si è mai chiesta, di concerto con tutte le sue componenti umane, se conquistare il diritto a sposarsi, il più vessato dei diritti civili eterosessuali, fosse un autentico passo verso l’emancipazione sociale; il fatto che in moltissime nazioni gli omosessuali sono ancora perseguitati e uccisi è una prova del fatto che al bivio di fronte a libertà di costumi e matrimonio si è scelto di assimilare il secondo, e invece vi si è stati assimilati per la forza storica dell’istituzione che accennavo, invece che creare le condizioni favorevoli per lo sviluppo delle prime. Come spiega bene quest’articolo, con la conquista del diritto di sposarsi e di conseguenza entrati all’interno della logica borghese che ha per centro d’irradiazione l’istituto matrimoniale, uno degli effetti collaterali è stato quello di discriminare coloro che stranamente – per questo ci chiamiamo queer – non vogliono saperne di sposarsi né di trovare partner finché morte non li separi, né di concepire bambini. Gli omosessuali sposati sono i nuovi eterosessuali della vecchia tradizione: se non ti sposi e vuoi continuare a stare da solo e (non) fare sesso con sconosciuti a caso hai qualcosa che non va. Importante a questa altezza storica quindi è che le sigle LGBTQ+ di tutto il pianeta diventino così perspicaci da cogliere le istanze di tutti coloro che all’interno di essa con l’istituto del matrimonio, con tutti gli effetti che esso comporta, non vogliono avere nulla a che fare, e rendere tali istante oggetto di battaglie civili. Abbracciare la causa di lavoratori e lavoratrici del sesso per esempio povrebbe essere un buon punto da cui ripartire.

L’articolo di Michelson in fondo sta dicendo proprio questo: quando la smetteranno la società e chi ci vive di giudicarmi per quello che faccio con le mie gonadi, dato che non reco violenza a nessuno? Tenetevi il vostro sesso romantico, pre-matrimoniale, in camera da letto, cosparso di petali di rose; non ci tengo a saperne niente. E di conseguenza: quando la smetteranno di perseguitare chi vende il sesso – attenzione, non il corpo! – fintantoché chi lo vende esercita liberamente il mestiere e non vi è costretto da magnaccia? Ciò che evidentemente manca è la consapevolezza che vendere sesso a pagamento è esercitare un mestiere, nel senso più ordinario del termine: un muratore che lavora otto ore al giorno non sottopone e presta forse il proprio corpo alla volontà e alle necessità di coloro per cui lavora? Un libero professionista qualunque non mette forse a disposizione dei propri clienti i suoi talenti? Certo, gli sforzi che un lavoratore del sesso e un muratore sostengono non sono precisamente gli stessi – d’altra parte neanche panettiere e muratore comparativamente – ma il principio in gioco è lo stesso: quando le ore lavorative sono finite e i conti sono saldati, il muratore e il lavoratore del sesso si riappropriano del proprio corpo conducendo vite del tutto indipendenti da quelle dei loro clienti. Finita la prestazione lavorativa, ogni corpo va per la sua strada. E se rispettiamo il lavoro del muratore, dell’arredatore o del buttafuori, perché non dovremmo rispettare quello di chi vende sesso? Contrariamente a quanto il pensiero dominante vuole indurci a credere, chi più chi meno, tutti facciamo sesso; epperò alcuni non ne sentono il bisogno affatto o di frequente, ma questo non conferisce a te, merda deambulante su due zampe, il diritto di discriminarmi o sminuirmi come persona. Come afferma Michelson, il valore di una persona nel senso più completo del termine va ben oltre l’impiego che fa dei suoi genitali.

Aggiungiamoci il fatto che a causa di una ben precisa crohnicità per me il sesso è come un tabù che costantemente dev’essere violato se voglio apparire ‘normale’ agli occhi degli altri. Ma ho sempre avvertito questa scossa, quando si tratta di sesso: forse avevo previsto già negli anni adolescenziali del risveglio ormonale che un fatto segreto ed energico come un pompino sarebbe stato una mèta da raggiungere invece che un tranquillo diversivo in un pomeriggio cittadino? Era imbattibile infatti quella pudica sensazione di stare per compiere un rito cui vi avevo accesso così di rado, per questo me lo presentavo, all’atto della creazione insieme all’altro, come un sacrificio necessario sull’altare della relazione affettiva. Ma qui mi sbagliavo: a volte un pompino è solo un pompino, e la chimica, l’ardore meraviglioso che si provano nel processo non servono ad altro che ad accrescere le nostre difese immunitarie. Lo dico perché ne sono convinto.

Sogno un mondo in cui l’educazione sessuale nelle scuole pubbliche viene a sostituire l’ora di religione e gli adulti, liberati dal senso della vergogna, godano di orgasmi spensierati ed eletti, ad alta voce.

Aggiornamento al 6/10:

Sono passati due mesi e mi sono sempre più convinto che l’amore e il sesso libero sono la risposta a quasi tutti i problemi. In questi giorni si tiene il sinodo sulla famiglia; tenuto da un branco di maschi celibi e senza famiglia; che discutono dell’opportunità di perdonare il resto del mondo che è felice di fare sesso a piacimento. C’è qualcosa che non va nel contenuto referenziale di questa frase, non credete? Allora: o la smettiamo di dare importanza ai vescovi e all’istituzione religiosa, oppure continuiamo a restare oppressi dal silenzio. Il sesso non è silenzio, è comunicazione rumorosa, scambio di vibrazioni e corrispondenza d’erotici sensi. Non mi sento di gioire per un singolo coming out all’interno delle schiere dei preti – e non outing, come ignorantemente dicono i giornali italiani -, gioirei invece se tutti i preti omosessuali facessero coming out. Quello che rende vincente la politica cattolica è l’omertà e il silenzio che avvolge questi temi, come si sente dire molto spesso da parte di quegli omofobi dei però, che dicono ‘ho molti amici gay però quello che fanno non si deve dire’. Non per niente oggi sul Fatto Quotidiano nell’intervista a un vescovo toscano, questi affermava riguardo al coming out del teologo polacco che ‘certe cose è meglio farle passare sotto silenzio’: sii gay, ma in silenzio. Ormai non si possono più ribellare contro l’esistenza stessa dell’omosessulità, non possono più chiamarci invertiti senza subire gravi contraccolpi d’immagine; quindi che si faccia pure, ma parlarne mai! E non è forse il metodo finora tenuto dalle alte sfere? Si taccia! Così è successo al cugino di mia nonna, come a tanti altre persone, oggi anziane o che non sono più, le quali a causa alle esperienze adolescenziali nei collegi gestiti da preti e suore sono rimasti traumatizzati dalle violenze subite. E questo non me l’hanno raccontato altri, è un’esperienza che in famiglia mi fu raccontata da mia madre, ma che non viene ripetuta per rispetto di nostro zio, ormai ottantenne. Queste persone cresciute nel clima collegiale cattolico hanno costruito in seguito la loro famiglia su bugie e repressione: mio zio tradiva sua moglie, e la poverina a sua volta è stata costretta a subire più di cinque aborti. Che belli i valori tradizionali, eh? L’esempio che ho vicino mi mette bene in guardia dal prendere la faccenda alla leggera; e ho scelto di condividere una parte di storia privata della mia famiglia perché chi legga sappia comprendere il sottotesto che le metafore evangeliche dei prelati nascondono.

Infine cos’è meglio? Silenzio che reprime o sesso fine a se stesso che libera? Fate sesso, non fatelo: la scelta dovrebbe essere la vostra, e di nessun altro.

Io l’ho fatta, quella scelta: ho deciso di parlare liberamente di ciò che la maggior parte della gente ha timore o vergogna di rivelare: che vorremmo fare sesso almeno quanto mostriamo di saperne parlare. Perciò forse è il caso che se ne parlassimo spesso praticheremmo quella che si chiama evocazione dello spirito santo, dove lo spirito santo è proprio la materia molle che per voluttà si desta dal sonno. Imbarazzatevi pure a parlare di sesso, ma voglio annotare un pensiero bizzarro: J. K. Rowling nella saga di Harry Potter dice per bocca del grande Silente che ‘la paura di un nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa’: mai verità fu più vera. Perciò voglio applicare questo principio allo spirito dei tempi come massima etica e morale: parliamo di sesso, delle sue forme e delle sue mancanze, delle sue sostanze e delle sue trascendenze; ma parliamone francamente, come se fosse una cosa normale. Ah già, in effetti lo è.

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Reblog: La polizia fa spogliare le donne che indossano il burkini

polizia francia donna islamica

Secondo l’autorità francese indossare il velo è una restrizione della libertà delle donne. Ma proibirlo, mi pare ovvio, è allo stesso modo una restrizione di tale libertà. Se però spostiamo l’attenzione non sul capo d’abbigliamento, ma sui corpi delle donne, che nelle questioni politiche diventano spesso campi di battaglia, è evidente che proibire un capo di vestiario – declinazione estiva del velo – è un modo per esprimere l’intolleranza di stato verso l’islam, oltre a essere un’arma neocolonialista di esclusione classista.

L’imporre, da parte dell’autorità statale, un determinato codice d’abbigliamento, è un atto di violenza estrema, sia che imponga alle donne di coprirsi sia che imponga di scoprirsi.

Qualsiasi atto decisionale preso da altri sul corpo femminile è espressione di una visione della donna machista e patriarcale, che la vede come un soggetto non in grado di prendere decisioni autonome.

Per questo riesce difficile da capire come sia possibile che in Italia alcune donne, che soprattutto si definiscono femministe, si siano schierate a favore del provvedimento che vieta il burkini in spiaggia. Se poi consideriamo che questo provvedimento è solo strumentale a un attacco su più larga scala che si sta portando avanti ai danni della comunità islamica qui in Francia, il divieto del burkini risulta ancora più odioso di quello che già sarebbe normalmente.

Fonte: La Polizia fa spogliare le donne che indossano il burkini

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Di peli non ce n’è mai abbastanza. E non lo dico solo da uomo massimamente peloso che ama uomini massimamente pelosi, ma anche da uomo che ha visto donne sull’orlo della disperazione perché prima di andare al mare si sottoponevano – e tuttora si sottopongono – a massacranti rituali dall’estetista per farsi rimuovere peli ovunque e comunque.

Questa è violenza. È la violenza di una cultura machista che impone alla donna – e anche all’uomo, ma in misura considerevolmente minore – canoni estetici insensati e che mettono a repentaglio il benessere di coloro che non vogliono adeguarvisi.

Il punto principale è che il giudizio altrui sul proprio corpo non dovrebbe sussistere, né poco né punto. La vergogna vera non è quella di coloro che non si depilano, ma è quella di chi la infligge. Pensate per un momento che il corpo peloso o sovrappeso non vi appartiene, e ha tanto diritto di essere peloso o sovrappeso quanto il vostro ne ha di essere depilato o magro.

Viva i peli e i corpi, di qualunque forma, colore o sostanza essi siano!

Fonte: Oh Peli!

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E questo è tanto più vero quanto più difficile si fa la lettura. Come stiamo riscoprendo di recente, non è la quantità che fa la differenza, ma la qualità. Le ‘gare di lettura’ attuali non sono altro che l’equivalente intellettivo di un’abbuffata come ai pranzi di matrimonio. Pensate se ogni giorno mangiassimo la quantità di cibo che ingozziamo ai matrimoni; dopo tre giorni avremmo come minimo un rene bloccato. Ebbene, abbuffarsi di letture è lo stesso: la capacità intellettuale si raffina con l’estrarre lentamente e a piccole dosi quanto si legge. E soprattutto credo sia importante adottare una sorta di ‘dieta letteraria mediterranea’: diversificare il nostro cibo per lo spirito quanto più possibile. Leggere solo romanzi, o solo gialli, o solo fumetti, per quanto ci appassionino questi generi, non aiuta a stimolare la mente più di quanto mangiare sempre e solo pasta aiuti l’organismo a sostentarsi. Ripeto, in un caso è la salute fisica a rimetterci, nell’altro è la capacità di giudizio che manca di componenti base per reggersi autonomamente.

Proust Reader

Gary Gutting, a philosopher who contributes to the NYT blog The Stone, has written an insightful piece on what it means to read difficult literature. He explores the ideas behind our idea of “guilty pleasure” reading, a notion that depends on two assumptions: “that some books (and perhaps some genres) are objectively inferior to others and that “better” books are generally not very enjoyable.” He notes that the latter category generally includes Proust.

But many intelligent, widely-read people do not like Proust, so does that make literary tastes completely relative? Perhaps to a degree, but whatever genre we read we each have standards about who are the better writers. Gutting himself finds “In Search of Lost Time” “a magnificent probing of the nature of time and subjectivity…”. Others find Proust, Joyce, Eliot wilfully obscure.

The deeper question is why we find difficulty a barrier to reading. Many of us, after all…

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Reblog: On Reading Difficult Literature

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