Lettura

Letture fin qui

È da un po’ di tempo che non scrivo di letteratura su queste pagine; un semplice ma gravoso fatto me l’ha impedito: la salute che fa le bizze. Stasera però sembra un buon punto per cominciare a tracciare il percorso che ho compiuto quest’anno tra pagine cartacee e virtuali.

Cominciamo da quest’ultime. Devo anzitutto registrare l’uso smodato che ho fatto del Kindle: quest’anno, molto più che in passato, ho comprato libri in formato elettronico e ne ho portati a termine un numero soprendente, considerate le statistiche degli anni passati. La ragione è presto detta: trovandomi spesso a dovermi spostare (ahimè, mai per piacere) trovo più comodo mettere in borsa l’aggeggetto nero e biancastro piuttosto che un libro cartaceo: il fatto è che le mie borse hanno un tale livello di entropia al loro interno che quando vado a ricacciare fuori il libro da quegli abissi ne esce fuori in qualche modo sempre spiegazzato, con le odiose orecchie o peggio qualche oggetto tipo il caricabatterie, il portafoglio trovano il modo di aprire le pagine del volume e si infilano in mezzo a esso, sgualcendolo oltre ogni mia ragionevole pazienza. Così, preferisco sfogliare le pagine quando sono a casa o comunque posso salvaguardarle dagli assalti delle mie borse anarchiche.

Quindi il Kindle: un piccolo ma comodissimo purissimo levissimo aggeggetto che può contenere più ‘pagine’ di quelle che un lettore medio possa mai leggere nella sua vita. Eppure di sfiorate* ne ho date abbastanza su quello schermo. Innanzitutto per continuare l’opera di rilettura – la terza bis – della Ricerca di Proust, che credo sarà l’ultima per un bel po’ di tempo. [Una nota a margine che mi pare importante evidenziare adesso che sto rileggendo La Prigioniera è il maschilismo becero che il narratore – e quindi l’autore – nasconde sotto gli abbellimenti dello stile. Ma forse questo l’avevo già notato altrove. In ogni caso il primo e l’ultimo volume saranno sempre i miei preferiti]. In ordine anticronologico poi ho terminato:

  • Shirley di Charlotte Brontë – una bella romanza in prosa dove l’amore sentimentale rimane imprigionato sotto la morale anglicana, sebbene le descrizioni di contesti, spinte e personaggi siano di una Bellezza nuda e cruda, dispiegati attraverso un profluvio di trittici.
  • Sillabari di Goffredo Parise – racconti semplici e pittoreschi, di cui lingua e stile rappresentano un’epoca.
  • l’opera completa di Checov (in lingua inglese) – ovviamente non ho portato a termine l’intera opera compresa nel libro, ma ho letto una cinquantina di racconti, in ordine cronologico di composizione, e da tutti sono rimasto affascinato.
  • Bruciare tutto di Walter Siti – intreccio meraviglioso, storia difficilissima da digerire in una lingua postmoderna che ho faticato ancora di più a digerire.
  • Il maestro e Margherita – altro classico la cui fama è meritata; la qualità dell’invenzione romanzesca mi ha ricordato, con le dovute distinzioni, Il mondo allucinante di Arenas

Ma più di tutti, ho speso tantissime sfiorate nella Ricerca proustiana, una volta cominciato, poi tralasciato, poi ricominciato dopo un po’ di mesi. E adesso la sto portando a termine nell’edizione cartacea BUR che ho acquistato per un motivo di superstizione che a confessarlo mi pare anche ridicolo, ma siamo qui per condividere dopotutto.
Mi sono detto: e se un domani tutti i libri elettronici dovessero andare perduti e non potessi più leggerli per qualsiasi motivo? Meglio provvedersi di un’edizione cartacea della Ricerca, perché senza un appoggio materiale, che quindi sorveglio costantemente, mi sentirei perso. La paura di perdere la possibilità di leggere i sette volumi a causa della precarietà liquida delle cose digitali è un’ipotesi problematica e apocalittica cui ho voluto porre rimedio. Poi, se mi capiterà l’occasione e la possibilità di acquistare un’edizione cartacea migliore, sarà tutto di guadagnato, almeno per la mia mente tormentosa.

Per quanto riguarda i libri cartacei di cui ho potuto godere la compagnia, devo ammettere che il mio gusto al momento della scelta non ha mai fallito finora, e mi riferisco all’interno arco della mia vita. Sarà che perlopiù leggo (e rileggo) classici della letteratura, e non mi sbilancio mai verso i contemporanei? Ma anche in questo senso quest’anno 2017 ha portato due inversioni di tendenza: ho letto e piacevolmente goduto L’arrivo di Saturno di Loredana Lipperini – oltre al già citato Bruciare tutto elettronico. Perciò diciamo che non accostarmi ai contemporanei è più un fatto di prevenzione personale, perché con i classici si va quasi sempre sul sicuro. Ma c’è stata anche la conferma della mia prevenzione: ho preso una cantonata acquistando Kitchen di Banana Yoshimoto, le cui pagine di anteprima mi avevano ingannato; ma per fortuna ho fatto in tempo a far richiesta di reso e ricevere un rimborso. Non so cosa mi abbia frantumato l’illusione, in ogni caso la lettura di questo romanzo a un certo punto mi ha talmente irritato che l’ho restituito. Forse non è arrivato ancora il momento per me di acc

oglierlo, chissà.

Che poi riflettevo: è poi tanto importante la distizione tra libri cartacei ed elettronici? Certo, il rapporto che un lettore stabilisce con i due formati è forzatamente differente. La debolezza del formato elettronico è che non si riescono ad afferrare agevolmente le pagine e le sottolineature che un libro cartaceo offre a un semplice volgere di pagine, mentre quelle che scorrono creano una corrente d’aria profumata che racconta dei luoghi fisici in cui il tomo, l’oggetto concreto rilegato, ha vissuto. Ma un libro non è solo un oggetto; è una vita intera, un universo che moltiplica il nostro grazie al potere delle parole. E questi universi, che siano goduti su uno schermoncino o su carta, al momento del termine del viaggio lasciano allo stesso modo un’impronta sullo spirito, sia del loro contenuto, sia dei giorni che impiegammo nel viaggio. Ed è davvero un tempo ritrovato, di più, guadagnato.

 

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Musica

Melodì: Schumann

Non avrei mai pensato di poter affidare di nuovo la mia anima a un compositore così romantico a quest’altezza della mia vita; eppure è successo.

Le armonie messe in piedi da questo musicista lontano sono tutto ciò di cui ho bisogno, con tutta la sehnsucht ottocentesca di cui sono capace. Se potessi credere nella reincarnazione, questa fu l’epoca in cui vissi la mia vita precedente. Ma in fondo è così quando capita che perdi la salute e sei sull’orlo del baratro: è come una resurrezione senza morte. Avvicinarsi al Nulla e poi discostarsene grazie alla scienza medica (di chi la esercita in modo corretto) è un viaggio ai confini della vita, e al ritorno l’anima è come nuova, lavata di fresco, e richiede di circondarsi delle sole Verità Eterne di cui ha bisogno.

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Diario

La seconda volta

La prima volta non si scorda mai; la seconda ricorda la prima, ma è già più obliabile, perché ormai ci si abitua all’idea che a intervalli più o meno regolari, capiterà di nuovo. La mia seconda volta in ospedale non ha avuto le caratteristiche della novità, sebbene il luogo fisico fosse diverso dalla prima volta. Gli ospedali in fondo sono tutti uguali: gli infermieri di turno accendono le luci in camerata la mattina alle sei, ti svegliano per somministrare la terapia ed eventualmente fare prelievi, traccheggi un po’ con gli occhi chiusi per un altro quarto d’ora poi ti alzi (se sei in condizioni di farlo) prendi l’occorrente e vai in bagno per lavare via il sonno che recupererai quando più ti aggrada nel corso della giornata; poiché in ospedale le ore passano tra un pisolino, una conversazione generalista con altri compagni di sventura o una lettura approfondita (durante questi mesi mi sono pian piano reso conto che non potrò mai esser grato abbastanza all’inventore del kindle, il quale mi ha salvato dallo sperimentare valanghe di noia), lettura approfondita che durerà dai dieci minuti al quarto d’ora a seconda della fascia oraria o dalla tua propensione a cambiare attività o postura, per non affondare completamente il letto su cui sei adagiato la maggior parte della giornata. Una passeggiata lungo il corridoio è quello che occorre quando vengono a rifare i letti o dopo i pasti, sebbene in questo caso non sia strettamente necessaria data la quantità e la qualità del cibo – almeno nei reparti di Gastroenterologia.

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Diario, Musica

Melodì: stanchezza

 

Ho trovato un brano che non mi stanca il cervello, e anzi nei suoni mi sembra di diventare la melodia stessa. Non so quello che scrivo, sono molto avanzato in stanchezza e già scrivere queste due righe per spiegarmi è uno sforzo immenso. Già, mi trovo nel periodo brutto dell’attività vulcanica interna, che quando erutta ricopre di lava bollente tutto ciò che c’è di vivo intorno. Ebbene, sono solo grato a Ravel di aver scritto questo pezzo e agli esecutori di averlo registrato; esso ha alleviato un po’ della malinconia che la malattia in questi giorni mi ha stretto addosso.

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Poesia

Il Tempo venduto

è qui il tempo misurato in pomodori,
frutto diventato tempio, divinità:
il tempo è pomod’oro
nell’eterno ritorno della terra,
di venticinque minuti tellurici.
un pomodoro, due pomodori, quattro pomodori!
quanto produci in pomodori?
quanti pomodori riempiono la tua vita? il tuo uichend?
a me è impervia l’onda di sugo
che diluendo gli intestini,
forma brodo ulcerante.
l’oro è il vello dei commerciali,
il tempo il regalo del capo
la pomo l’inganno dello sfruttato:
impiegate frutta al lavoro
per comprare denaro
mangiate approvazione
digerite timbilding.
far venditori di frutta digitale,
le foreste curando efficienti,
nel santuario di Cibermetra.
Non ha corpo questo mito,
vive di illusione, vi mente;
vive di analisi e obiettivi,
non di gelo, acqua e fatica.
Venite rinati e gettati ibridi
sulla maschera impersonale,
determinati a vendere.
vendere! vendere! vendere!

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