Diario, Lettura

Dopo “la stanza di Jacob”

È inerte l’aria in una camera vuota: appena un gonfiarsi di tenda, un impercettibile moto dei fiori nel vaso. Una fibra scricchiola nella poltrona di vimini, benché nessuno si sia seduto.

Finalmente ho terminato il primo scritto modernista della Maestra, impiegando non poca fatica per terminarlo, anche se si tratta di un centinaio di pagine. Il romanzo, sebbene di azione ce ne sia pochissima, ha avuto bisogno da parte mia, di una ricerca in rete di qualche aiuto nell’approfondimento della sua ricezione, sebbene qualche idea me la sia formata autonomamente. È uno di quei novel che ha bisogno di una seconda lettura, e anche di una terza, per iniziare a capirne il senso. Perché fin dalle prime righe il testo ricopre il lettore di tutto il suo senso, che perbacco! deve sbrogliare tutta la rete di significati impiegando tutte le sue risorse intellettive. Ma non è proprio questo lo scopo e l’estetica del modernismo: convincere il lettore a un’attività creatrice quale costruire il senso o rinunciare e lasciarlo fuggire di fronte alla complessità?jacob's room cover

La vita di un giovane appartenente a una famiglia che potremmo definire borghese – Virginia non avrebbe potuto descrivere altra classe sociale – viene costruito da uno sguardo esterno narrante, il quale inoltre appunta lo sguardo di altri nomi-personaggi assolutamente casuali su di lui. Come ben detto nell’introduzione, questo continuo fluttuare di sguardi altri e propri noi lo conosciamo, per esperienza diretta o sentito dire, nella nostra tradizione letteraria grazie a Pirandello. Ma non è neanche questo specchio molteplice che mi interessa personalmente, perché in fondo, questa è stata la grande lezione e scoperta che ci ha lasciato il Novecento: ognuno porta una maschera di fronte all’altro, e convenientemente spesso di fronte a se stesso. La relatività generale è un punto assodato.

Quello che invece cattura l’attenzione è il rovescio di tale verità, l’universale dell’osservazione, il gusto puro e semplice della descrizione, che ognuno potrebbe enunciare. Frammentata scomposta e accidentata, certo, ma sempre gli occhi sono i protagonisti; che appartengano a Virginia Woolf o alla mia amica Z, ognuno ha i suoi occhi per dire il mondo. Mi sorprende ancora, e mi intristisce non poco, che talmente pochi esseri umani, approfittino di questa capacità e si dedichino ad altro per tutta la vita. Così, la stanza di Jacob è in realtà la stanza di ognuno di noi, in cui sono contenute lettere, libri, fogli e tutti i segni di un’esistenza che prima o poi passerà. Ma finché dura, perché non provare a raccontarla?

[Aspettavo da tempo un ritorno di Virginia Woolf nel mio cuore, ed eccomi qui; inizia da un nuovo orizzonte l’Adorazione dei suoi testi. Ora che mi sono riconosciuto in lei non me la lascerò sfuggire, malattia permettendo. Ritorno ad amare dell’Amore vero, realmente eterno, che a differenza di quello nei confronti dei mortali esseri umani per quanto sia indispensabile provarlo, non perisce né si oblia col tempo, ma si sviluppa, cresce, può diminuire, ma non cade mai nell’oblio perché creato da noi stessi nei confronti di essenze. L’unica corrisponenza d’amorosi sensi immortale è quella che creiamo con la letteratura.]

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Lettura

Letture fin qui

È da un po’ di tempo che non scrivo di letteratura su queste pagine; un semplice ma gravoso fatto me l’ha impedito: la salute che fa le bizze. Stasera però sembra un buon punto per cominciare a tracciare il percorso che ho compiuto quest’anno tra pagine cartacee e virtuali.

Cominciamo da quest’ultime. Devo anzitutto registrare l’uso smodato che ho fatto del Kindle: quest’anno, molto più che in passato, ho comprato libri in formato elettronico e ne ho portati a termine un numero soprendente, considerate le statistiche degli anni passati. La ragione è presto detta: trovandomi spesso a dovermi spostare (ahimè, mai per piacere) trovo più comodo mettere in borsa l’aggeggetto nero e biancastro piuttosto che un libro cartaceo: il fatto è che le mie borse hanno un tale livello di entropia al loro interno che quando vado a ricacciare fuori il libro da quegli abissi ne esce fuori in qualche modo sempre spiegazzato, con le odiose orecchie o peggio qualche oggetto tipo il caricabatterie, il portafoglio trovano il modo di aprire le pagine del volume e si infilano in mezzo a esso, sgualcendolo oltre ogni mia ragionevole pazienza. Così, preferisco sfogliare le pagine quando sono a casa o comunque posso salvaguardarle dagli assalti delle mie borse anarchiche.

Quindi il Kindle: un piccolo ma comodissimo purissimo levissimo aggeggetto che può contenere più ‘pagine’ di quelle che un lettore medio possa mai leggere nella sua vita. Eppure di sfiorate* ne ho date abbastanza su quello schermo. Innanzitutto per continuare l’opera di rilettura – la terza bis – della Ricerca di Proust, che credo sarà l’ultima per un bel po’ di tempo. [Una nota a margine che mi pare importante evidenziare adesso che sto rileggendo La Prigioniera è il maschilismo becero che il narratore – e quindi l’autore – nasconde sotto gli abbellimenti dello stile. Ma forse questo l’avevo già notato altrove. In ogni caso il primo e l’ultimo volume saranno sempre i miei preferiti]. In ordine anticronologico poi ho terminato:

  • Shirley di Charlotte Brontë – una bella romanza in prosa dove l’amore sentimentale rimane imprigionato sotto la morale anglicana, sebbene le descrizioni di contesti, spinte e personaggi siano di una Bellezza nuda e cruda, dispiegati attraverso un profluvio di trittici.
  • Sillabari di Goffredo Parise – racconti semplici e pittoreschi, di cui lingua e stile rappresentano un’epoca.
  • l’opera completa di Checov (in lingua inglese) – ovviamente non ho portato a termine l’intera opera compresa nel libro, ma ho letto una cinquantina di racconti, in ordine cronologico di composizione, e da tutti sono rimasto affascinato.
  • Bruciare tutto di Walter Siti – intreccio meraviglioso, storia difficilissima da digerire in una lingua postmoderna che ho faticato ancora di più a digerire.
  • Il maestro e Margherita – altro classico la cui fama è meritata; la qualità dell’invenzione romanzesca mi ha ricordato, con le dovute distinzioni, Il mondo allucinante di Arenas

Ma più di tutti, ho speso tantissime sfiorate nella Ricerca proustiana, una volta cominciato, poi tralasciato, poi ricominciato dopo un po’ di mesi. E adesso la sto portando a termine nell’edizione cartacea BUR che ho acquistato per un motivo di superstizione che a confessarlo mi pare anche ridicolo, ma siamo qui per condividere dopotutto.
Mi sono detto: e se un domani tutti i libri elettronici dovessero andare perduti e non potessi più leggerli per qualsiasi motivo? Meglio provvedersi di un’edizione cartacea della Ricerca, perché senza un appoggio materiale, che quindi sorveglio costantemente, mi sentirei perso. La paura di perdere la possibilità di leggere i sette volumi a causa della precarietà liquida delle cose digitali è un’ipotesi problematica e apocalittica cui ho voluto porre rimedio. Poi, se mi capiterà l’occasione e la possibilità di acquistare un’edizione cartacea migliore, sarà tutto di guadagnato, almeno per la mia mente tormentosa.

Per quanto riguarda i libri cartacei di cui ho potuto godere la compagnia, devo ammettere che il mio gusto al momento della scelta non ha mai fallito finora, e mi riferisco all’interno arco della mia vita. Sarà che perlopiù leggo (e rileggo) classici della letteratura, e non mi sbilancio mai verso i contemporanei? Ma anche in questo senso quest’anno 2017 ha portato due inversioni di tendenza: ho letto e piacevolmente goduto L’arrivo di Saturno di Loredana Lipperini – oltre al già citato Bruciare tutto elettronico. Perciò diciamo che non accostarmi ai contemporanei è più un fatto di prevenzione personale, perché con i classici si va quasi sempre sul sicuro. Ma c’è stata anche la conferma della mia prevenzione: ho preso una cantonata acquistando Kitchen di Banana Yoshimoto, le cui pagine di anteprima mi avevano ingannato; ma per fortuna ho fatto in tempo a far richiesta di reso e ricevere un rimborso. Non so cosa mi abbia frantumato l’illusione, in ogni caso la lettura di questo romanzo a un certo punto mi ha talmente irritato che l’ho restituito. Forse non è arrivato ancora il momento per me di acc

oglierlo, chissà.

Che poi riflettevo: è poi tanto importante la distizione tra libri cartacei ed elettronici? Certo, il rapporto che un lettore stabilisce con i due formati è forzatamente differente. La debolezza del formato elettronico è che non si riescono ad afferrare agevolmente le pagine e le sottolineature che un libro cartaceo offre a un semplice volgere di pagine, mentre quelle che scorrono creano una corrente d’aria profumata che racconta dei luoghi fisici in cui il tomo, l’oggetto concreto rilegato, ha vissuto. Ma un libro non è solo un oggetto; è una vita intera, un universo che moltiplica il nostro grazie al potere delle parole. E questi universi, che siano goduti su uno schermoncino o su carta, al momento del termine del viaggio lasciano allo stesso modo un’impronta sullo spirito, sia del loro contenuto, sia dei giorni che impiegammo nel viaggio. Ed è davvero un tempo ritrovato, di più, guadagnato.

 

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Blogging, Lettura

CollegaMenti #5

Sull’apologia del fascismo

… e i vincoli della libertà

Una risata vi consacrerà: non è una chiesa per celiaci

Budda e l’anima

L’orgoglio di normali corpi imperfetti

Cosa resta della letteratura negli anni dieci

[EN] Sugli abusi online del potere

Bonus:
è bello sentirsi insignificanti (questa è una chicca)

 

 

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Lettura

Su Katherine Mansfield

Come my unseen, my unknown, let us talk together

Questa è la frase che Virginia sceglie per presentare Katherine Mansfield, una grandissima scrittrice sua contemporanea. Sfogliando le pagine virtuali del Common Reader ci si imbatte appunto in questo saggio sulla qualità della scrittura di Mansfield, famosa soprattutto per i racconti brevi che recentemente sono stati pubblicati in un’edizione bella, economica e ben curata (lo dico apertamente, sono un fan esagerato della Newton Compton).

Quando lessi per la prima volta i suoi racconti non rimasi particolarmente affascinato, se non da due o tre racconti particolari, tra cui The Garden Party. Poi lessi il suo diario, e malgrado le sconsideratezze di quella particolare edizione riuscii finalmente ad afferrare quello che Virginia dice a proposito del processo di scrittura di Katherine: non si finisce mai di trovare ragioni profonde per quello che si scrive. Mai soddisfatta del risultato, anche dopo aver raggiunto un certo successo, a Katherine sembrava di aver appena grattato la superficie rispetto alle possibilità linguistiche e agli scenari narrativi che avrebbero povuto prendere corpo nella scrittura.

Mi pare di non esagerare nell’affermare che Virginia e Katherine insieme sono l’apice letterario del Novecento inglese; le loro voci sono così necessariamente permeate nell’opera letteraria per il fatto che la loro scrittura di fiction non aveva nulla di fittizio o verosimile: erano le loro vite medesime che stavano scrivendo su quelle pagine. (Negli scritti di oggi, di questi anni, non riesco a trovare nulla di tutto ciò, nulla che non m’appaia spremuto a forza da una radice velenosa; è anche vero che non riuscivo a leggere altro che fumetti, ma questo era un effetto collaterale della malattia in fase acuta che abbatte ogni forza intellettiva oltre che fisica. Poi, dopo l’ultima siringata di remicade, ecco risalire l’umore e la voglia di Bellezza.)

Primo esempio: la descrizione della barista in Je ne parle pas français:

Madame is thin and dark, too, with white cheeks and white hands. In certain lights she looks quite transparent, shining out of her black shawl with an extraordinary effect. When she is not serving she sits on a stool with her face turned, always, to the window. Her dark-ringed eyes search among and follow after the people passing, but not as if she was looking for somebody. Perhaps, fifteen years ago, she was; but now the pose has become a habit. You can tell from her air of fatigue and hopelessness that she must have given them up for the last ten years, at least. . . .

La grandezza di un letterato credo sia questo: dalla forma ella ricava una storia, da una posa, da un gesto ella crea e modella un personaggio completamente umano.

Un secondo passaggio che stavolta riguarda la voce narrante:

Do you believe that every place has its hour of the day when it really does come alive? That’s not exactly what I mean. It’s more like this. There does seem to be a moment when you realize that, quite by accident, you happen to have come on to the stage at exactly the moment you were expected. Everything is arranged for you—waiting for you. Ah, master of the situation! You fill with important breath. And at the same time you smile, secretly, slyly, because Life seems to be opposed to granting you these entrances, seems indeed to be engaged in snatching them from you and making them impossible, keeping you in the wings until it is too late, in fact. . . . Just for once you’ve beaten the old hag.

Una riflessione tanto semplice e tanto umile che si alza sopra l’umanità a coprirla tutta quanta: delicatamente virtuoso, questa riflessione s’inserisce nella scena quotidiana del bar che commuove solo a raffigurarsi la scena.

Ma ancora oltre, un terzo passaggio dove la Bellezza arriva agli occhi del lettore su una frase luminosissima:

the “short winter afternoon was drawing to a close,” as they say, and I was drifting along, either going home or not going home, when I found myself in here, walking over to this seat in the corner. […] Suddenly I realized that quite apart from myself, I was smiling. Slowly I raised my head and saw myself in the mirror opposite. Yes, there I sat, leaning on the table, smiling my deep, sly smile, the glass of coffee with its vague plume of steam before me and beside it the ring of white saucer with two pieces of sugar. I opened my eyes very wide. There I had been for all eternity, as it were, and now at last I was coming to life. . . .

E tutto il racconto continua su questa linea d’oro, scivolando da descrizioni delle figure e delle cose che circondano la voce seduta al bar per poi ritrovarsi a raccontare i pensieri che quelle cose e persone ed eventi ispirano al protagonista. È una prima persona che l’autrice veste come si vestono dei costumi di scena: la scena in questo caso è la Vita, che qualche volta delude e qualche volta regala, alle ‘menti di prima categoria’ che sanno coglierli, momenti di intenso splendore. Talento come quello di Katherine Mansfield accade una volta ogni millennio.

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La ragazza di Bube

Mara conosce l’amore nei panni del partigiano Bube. Era una semplice quindicenne d’importanza mediocre nella famiglia, oscurata dalla presenza-assenza di Sante, il fratello maggiore trucidato dai nazisti; ma nelle quattro parti del romanzo, nelle duecento pagine del racconto Mara cresce, non solo anagraficamente, ma cambia talmente tanti stati d’animo, nel giro di poche righe che al torno di due pagine la vediamo abbandonare quello che era e diventare un’altra persona, una ragazza – oggi diremmo adolescente – poi una donna, il cui spirito cresce intorno alla figura presente-assente di Bube. Il fratello fantasma, il padre politicamente zelante, Bube l’amore misconosciuto e Stefano il filosofo: sono figure maschili quelle a causa o grazie a cui Mara si trova a cambiare se stessa. L’altro maschio, seppur vicino o lontano, forza la natura di ingenua ragazzina e la trasforma, cambiandone lo stato da libera a impegnata, nei sentimenti, nel lavoro e in politica. Ma Mara non viene sopraffata dalla volontà degli uomini: ella possiede in se stessa, già all’inizio della storia, una potente indipendenza acerba che grazie alle figure che le ruotano attorno – e quelle femminili: la madre, la cugina Liliana e l’amica Ines, sono tanto più patriarcali degli uomini – trova nella seconda parte del libro la forza e le ragioni di determinarsi: sceglierà da sola il suo percorso, dopo averlo attentamente considerato in toto, accogliendone le amarezze come le felicità.

Le descrizioni paesaggistiche nella secca prosa del narratore onnisciente acquistano una rarefatta bellezza. La storia della protagonista tocca gli argini, i torrenti, i boschi, le colline, le prode, le campagne, gli orti e le propaggini dei monti di uno specifico lembo di terra toscana, e tutto il paesaggio, seppur presente in brevissimi schizzi, partecipa alla sua storia. Il sole e la pioggia, indifferenti elementi naturali, dicono la verità sulle emozioni di Mara più delle poesie che l’innamorato Stefano le scrive. Non c’è nulla di ottocentesco, nulla di sbiaditamente romantico nel paesaggio metafora dell’animo di una ragazza in evoluzione: come l’animo di Mara è in continuo movimento e cambiamento, così è la natura tra Volterra e Colle. Una stagione rifulge, poi giorno dopo giorno il crepuscolo si abbrevia e la notte arriva presto, così che l’amore di Mara con i suoi turbamenti possa trovare libero sfogo. Il titolo è sapientemente fuorviante: la protagonista non è la ragazza di Bube; la protagonista è Mara.

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