Blogging, Cronache, Linguae

Grammatica dei Post

cos’è un post? un pezzo di scrittura digitale.

cos’è un post perfetto? un post perfetto è un pezzo di scrittura digitale che ha acquisito una forma ideale. un post perfetto assume le sembianze di un predicato verbale transitivo, che dall’autore-soggetto passa al testo-predicato, il motore dell’azione. dalla chiave alla partenza. quindi, grammaticalmente, un post perfetto è un’azione che l’autore ha portato a compimento i cui effetti si ripercuotono sul presente, se ci atteniamo ai principi della grammatica. in analisi logica invece, i profeti reticolari del Socialmidia, il nuovo campo di studio dei testi digitali, hanno definito cinque caratteristiche che un post perfetto deve presentare

  • semplice
  • inaspettato
  • autentico
  • emozionale
  • catartico

alcuni studiosi della Netichetta preferiscono elencare solo le prime quattro, in quanto la catarsi non è considerata una caratteristica internautica, ma cognitiva. in ogni caso l’effetto del testo – che al suo interno può comprendere altri elementi multimediali e a sua volta altri testi la cui forma ridottissima si apre su un’altro piano (i collegamenti) proprio come i vecchi predicati verbali possono essere composti in locuzioni, sebbene i collegamenti abbiano la capacità di moltiplicarsi all’infinito – l’effetto del testo sul lettore varia a seconda dei gradi di perfezione di ciascuna delle quattro caratteristiche primarie. diciamo quindi che il post è tanto più perfetto quanto più semplicità, inaspettatezza, autenticità ed emozionalità sono perfette; il corollario di questa regola è che un post perfetto non può essere virale a prescindere da questi elementi.

giova sottolineare che la struttura di un post perfetto è uguale in tutte le lingue: non v’è limite di linguaggio a un post perfetto, anche se quello che più si accorda alla forma ideale è il Simplese. Siccome è in gioco il significante e solo in seconda battuta il significato del testo, è importante che la forma articularis sia ben piantata nella sintassi reticolare, insomma che i periodi siano compresi tra le due e le tre parole, senza interiezioni e pochi determinanti; è imposto divieto assoluto, pena l’esclusione dai motori di ricerca, l’uso dell’obsoleto e puzzolente punto e virgola. Infine il metalinguaggio dei post non può che trovare compimento nella parola stessa: post è l’unico sostantivo che deve designare ciò di cui abbiamo appena detto (articolo, lettura e simili non sono accettabili dai profeti reticolari).

A concludere questa breve ricognizione, un esempio di post perfetto (in inglese).

La viralità invece trova causa efficiente nella forza – dal lat. VIS, ROBORIS – e soprattutto nella quantità con cui si allarga la diffusione tra i profili della gente comune; difficilmente si troveranno post perfetti virali sulla bacheca di uno scienziato o di un intellettuale autentici – figure di cui diffidare poiché organicamente incapaci di contagiare.

fonte

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Blogging, Linguae

Espero

L’esperto è la persona che ha cognizione di checchessia, per esperienza avutane o fatta. Chi perciò non potrebbe definirsi in un certo grado esperto di qualcosa? A maggior ragione per il fatto che alla radice della parola c’è il verbo lat. EXPERIRI, significativamente dalla forma deponente. Infatti l’esperienza molto spesso non la andiamo a cercare consapevolmente, ma è qualcosa su cui inciampiamo sulla strada – e altrove – tutti i giorni, per cui la nostra agentività al riguardo non è determinante.

Oggi per esempio sono diventato ancora più esperto nell’arte del non condividere. Il lato positivo di quest’esperienza: la demolizione di ogni aspettativa riguardo al comportamento dell’interlocutore apre gli argini della creatività.bs3br3eiiaajaxl

Certamente a un certo punto fui un esperto di spagnolo, lingua di Cervantes e di Borges, lingua in cui i confini tra aspettare sperare sono così labili che si fondono in un’unica forma verbale. Espero mañana, el mejor de los días. Ho perso me stesso lungo quei confini.

Ispirazione quotidiana

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Blogging, Racconti

Forse: in cinque lettere, in qualunque lingua si trova un dispositivo o più di questo genere per dubitare o attenuare quello che si vuole dire. Non sarà dunque un caso che questo avverbio compare in modo esageratamente continuativo nella storia nelle canzonette pop e non solo: in effetti May it be è il titolo di una canzone genere new age di Enya registrata nel 2001 per la colonna sonora del primo film nella trilogia del Signore degli anelli. Maybe è anche il titolo di un singolo di Emma Bunton, quella fanciullona bionda tra le Spice Girl. Per affondare le orecchie ancora di più nella storia recente, un tormentone estivo di quattro anni fa aveva ancora un dubbio grossolanamente malizioso inscritto nel titolo: Call me maybe fu l’inno di tutt* quell* con la permanente di fare la prima mossa verso una persona che ci ha attrae.

Curioso come un avverbio, una categoria così disprezzata e considerato grasso di foca dall’iperletteratura contemporanea, possa dissimulare o incrinare la certezza dei sentimenti postmoderni – certo, sentimenti che durano tre minuti e mezzo.

Daily Prompt: Maybe

Maybe

Digressione
Diario, Linguae

La lingua brucia

Sto frequentando da qualche giorno un corso di Marketing per rimanere aggiornato (ma non è vero), ma vorrei morire dentro: sapevo che mi sarei imbattutto in atrocità, ma mai nemmeno nei miei incubi peggiori avrei immaginato tanti piuttosto che usati in senso disgiuntivo, come fossero eruzioni vulcaniche chilometriche che distruggono la già precaria civiltà dell’italiano. Nella fretta di abbreviare abbiamo scordato che non sempre, anzi quasi mai, presto è meglio. Ne sono sgomento. Neanche lo tirerei fuori questo argomento, ma insomma, se mi vieni a fare una lezione sulla comunicazione efficace a me che sono linguista e poi mi tiri fuori l’anglofilia più becera e incomunicabile solo perché ”con l’inglese risparmi tempo; l’italiano impiega una frase per esprimere un concetto”, beh se permetti mi scaldo, eccome: se ti informassi prima di aprire bocca e darle fiato sapresti che c’è una ragione storica e ben precisa del perché l’inglese comparativamente ha vocaboli più brevi; ma questa ragione non è perché tu possa esercitare chissà quale fascino linguistico su chi ti ascolta; per conto mio se affermi con convinzione che il problem solving e l’action learning siano concetti fondamentali e innovativi sei già un coglione. Tra l’altro mi sono sempre chiesto: il tempo che risparmi a dire skill in luogo di abilitàlink invece di collegamento, smart invece di intelligente, si può sapere dove te lo metti? Immagino su per il canale rettale, perché ogni volta che vengono pronunciate tali forzature d’infima qualità sento solo scoregge vocaliche, nient’altro.

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Cronache, Linguae

Sui generis

Dearest

adoro quando questi aggeggi digitali offrono la possibilità a chi come voi ha ancora una speranza di far rispettare anche e soprattutto linguisticamente il tuo prossimo. Con questa app per il web, puoi imparare a utilizzare in inglese i pronomi di tutti i generi grazie a esempi facili. (È ovvio che avrete imparato a parlare inglese, o qualunque cosa sarà intesa come lingua inglese quando voi sarete discenti.)

Se c’è una cosa che ho imparato nei precedenti due anni è che la lingua non è uno strumento innocuo solo perché tutti la possono utilizzare; anzi è proprio per questo che forse è così pericolosa. Le parole e la grammatica possono ferire. Come dice la pagina about di questa app web le parole possono far sentire di merda la persona cui ci si riferisce se sputate fuori come insulti. I pronomi a loro volta, proprio per la loro qualità deittica, sono una classe di queste parole; essi classificano in modo netto e inequivocabile l’entità a cui si riferiscono, e per questo coloro che non si rispecchiano nelle due sole categorie di maschio e femmina cercano altri orizzonti; spero che per quando starete leggendo queste parole, la scuola avrà assimilato l’inclusione di genere come uno dei principi fondamentali.

Nella maggior parte delle lingue naturali i pronomi sono generalmente binari: prevedono cioè solo i due generi di maschile e femminile, con in più il genere neutro che però viene usato per concetti astratti o inanimati (vedi tedesco e spagnolo). L’inglese finora non ha fatto eccezione, eppure da qualche anno sono stati ufficiosamente introdotti nell’uso linguistico dei pronomi, non adottati nel registro standard, che le persone che non si riconoscono né nell’uno né nell’altro sesso adottano perché avvertono che meglio esprimono la loro identità di genere.

Mentre rivedo questa pagina, è stata proclamata parola dell’anno il pronome they: nello specifico, la bella notizia riguarda il fatto che le grammatiche tradizionali prescrivono che si utilizzi solo per il plurale, mentre da quest’oggi gli è stato ufficialmente riconosciuto il suo statuto di pronome utilizzabile anche per designare entità singole qualora non si possa o non si voglia loro attribuire un’identità di genere. La passione per l’uguaglianza la raggiungerete tra di voi anche riconoscendo e celebrando tali conquiste.

Ecco una delle cose buone che l’attuale imperialismo linguistico anglofono può portare nella nostra lingua: il fatto che non tutte le persone si sentono a loro agio nell’identificarsi univocamente nei generi maschile o femminile, con tutte le conseguenze sociali che questa identificazione comporta. Dell’imperialismo parlerò un’altra volta.

Vi do un compito. Vorrei che leggeste questo intervento in una conferenza sui temi di genere, e vorrei che ispirandovi a esso inventaste dei pronomi tutti vostri con cui identificarvi; è un inizio per diventare chi volete essere.

Swann

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