Diario, Linguae

Offese e riappropriazione

Because the n-word is deeply rooted in African-American history, Eminem cannot use it to mean “survivor,” no matter how integrated he is in the Black culture that is hip-hop. More generally, because Eminem is white, he cannot subvert the n-word as non-derogatory, as Black hip-hoppers can with each other. Only the in-group members that the slur was originally intended to target can perform this “normative reversal.”

in italiano:

<<Poiché la parola ‘n*gro’ è profondamente radicata nella storia afroamericana, Eminem non può usarla per intendere ‘sopravvissuto’, non importa quanto egli si sia integrato nella cultura tipicamente nera dell’hip-hop. Più in generale, poiché Eminem è bianco, non può sovvertire la parola ‘n*gro’ in senso non offensivo, come i rapper neri fanno tra di loro. Solo i membri interni al gruppo verso cui l’insulto era diretto possono compiere questa riappropriazione in senso normativo.>>

fonte: The Conversation

Glossa:

Per la proprietà traslativa della regola pragmatico-sociolinguistica qui sopra riportata quindi, anche il caso di un termine storicamente offensivo come ‘frocio’ ne trova applicazione. Mettiamo per esempio una qualunque persona eterosessuale o che in ogni caso non si identifichi con il concetto corrente di ‘omosessuale’, che in una conversazione usi il termine ‘frocio’ per riferirsi al suo migliore amico omosessuale; costui/costei sarebbe da censurare, in quanto non appartenente alla categoria sociale che storicamente ricevette il termine come offensivo, non potendolo perciò usare per riaffermare quella tale identità. Insomma, seppure questo ipotetico personaggio si trovi integrato nella comunità omosessuale e questa gli/le riconosca il diritto di usare il termine offensivo, da un punto di vista etico ciò non lo/la autorizzerebbe ad utilizzare l’epiteto ‘frocio’; questo per il semplice ed evidente motivo che non ci si può riappropriare di un’offesa che non abbiamo mai subito, attraverso la quale non si è mai sofferto. Mettiamola così: un frocio è solo un frocio agli occhi di chi lo chiama frocio. Insomma, la regola di cui sopra si applica a tutti quegli insulti e ingiurie a varie gradazioni di intensità che colpiscono una qualsiasi categoria sociale o umana.

 

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Blogging, Cronache, Linguae

Grammatica dei Post

cos’è un post? un pezzo di scrittura digitale.

cos’è un post perfetto? un post perfetto è un pezzo di scrittura digitale che ha acquisito una forma ideale. un post perfetto assume le sembianze di un predicato verbale transitivo, che dall’autore-soggetto passa al testo-predicato, il motore dell’azione. dalla chiave alla partenza. quindi, grammaticalmente, un post perfetto è un’azione che l’autore ha portato a compimento i cui effetti si ripercuotono sul presente, se ci atteniamo ai principi della grammatica. in analisi logica invece, i profeti reticolari del Socialmidia, il nuovo campo di studio dei testi digitali, hanno definito cinque caratteristiche che un post perfetto deve presentare

  • semplice
  • inaspettato
  • autentico
  • emozionale
  • catartico

alcuni studiosi della Netichetta preferiscono elencare solo le prime quattro, in quanto la catarsi non è considerata una caratteristica internautica, ma cognitiva. in ogni caso l’effetto del testo – che al suo interno può comprendere altri elementi multimediali e a sua volta altri testi la cui forma ridottissima si apre su un’altro piano (i collegamenti) proprio come i vecchi predicati verbali possono essere composti in locuzioni, sebbene i collegamenti abbiano la capacità di moltiplicarsi all’infinito – l’effetto del testo sul lettore varia a seconda dei gradi di perfezione di ciascuna delle quattro caratteristiche primarie. diciamo quindi che il post è tanto più perfetto quanto più semplicità, inaspettatezza, autenticità ed emozionalità sono perfette; il corollario di questa regola è che un post perfetto non può essere virale a prescindere da questi elementi.

giova sottolineare che la struttura di un post perfetto è uguale in tutte le lingue: non v’è limite di linguaggio a un post perfetto, anche se quello che più si accorda alla forma ideale è il Simplese. Siccome è in gioco il significante e solo in seconda battuta il significato del testo, è importante che la forma articularis sia ben piantata nella sintassi reticolare, insomma che i periodi siano compresi tra le due e le tre parole, senza interiezioni e pochi determinanti; è imposto divieto assoluto, pena l’esclusione dai motori di ricerca, l’uso dell’obsoleto e puzzolente punto e virgola. Infine il metalinguaggio dei post non può che trovare compimento nella parola stessa: post è l’unico sostantivo che deve designare ciò di cui abbiamo appena detto (articolo, lettura e simili non sono accettabili dai profeti reticolari).

A concludere questa breve ricognizione, un esempio di post perfetto (in inglese).

La viralità invece trova causa efficiente nella forza – dal lat. VIS, ROBORIS – e soprattutto nella quantità con cui si allarga la diffusione tra i profili della gente comune; difficilmente si troveranno post perfetti virali sulla bacheca di uno scienziato o di un intellettuale autentici – figure di cui diffidare poiché organicamente incapaci di contagiare.

fonte

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Blogging, Linguae

Espero

L’esperto è la persona che ha cognizione di checchessia, per esperienza avutane o fatta. Chi perciò non potrebbe definirsi in un certo grado esperto di qualcosa? A maggior ragione per il fatto che alla radice della parola c’è il verbo lat. EXPERIRI, significativamente dalla forma deponente. Infatti l’esperienza molto spesso non la andiamo a cercare consapevolmente, ma è qualcosa su cui inciampiamo sulla strada – e altrove – tutti i giorni, per cui la nostra agentività al riguardo non è determinante.

Oggi per esempio sono diventato ancora più esperto nell’arte del non condividere. Il lato positivo di quest’esperienza: la demolizione di ogni aspettativa riguardo al comportamento dell’interlocutore apre gli argini della creatività.bs3br3eiiaajaxl

Certamente a un certo punto fui un esperto di spagnolo, lingua di Cervantes e di Borges, lingua in cui i confini tra aspettare sperare sono così labili che si fondono in un’unica forma verbale. Espero mañana, el mejor de los días. Ho perso me stesso lungo quei confini.

Ispirazione quotidiana

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Blogging, Racconti

Forse: in cinque lettere, in qualunque lingua si trova un dispositivo o più di questo genere per dubitare o attenuare quello che si vuole dire. Non sarà dunque un caso che questo avverbio compare in modo esageratamente continuativo nella storia nelle canzonette pop e non solo: in effetti May it be è il titolo di una canzone genere new age di Enya registrata nel 2001 per la colonna sonora del primo film nella trilogia del Signore degli anelli. Maybe è anche il titolo di un singolo di Emma Bunton, quella fanciullona bionda tra le Spice Girl. Per affondare le orecchie ancora di più nella storia recente, un tormentone estivo di quattro anni fa aveva ancora un dubbio grossolanamente malizioso inscritto nel titolo: Call me maybe fu l’inno di tutt* quell* con la permanente di fare la prima mossa verso una persona che ci ha attrae.

Curioso come un avverbio, una categoria così disprezzata e considerato grasso di foca dall’iperletteratura contemporanea, possa dissimulare o incrinare la certezza dei sentimenti postmoderni – certo, sentimenti che durano tre minuti e mezzo.

Daily Prompt: Maybe

Maybe

Digressione
Diario, Linguae

La lingua brucia

Sto frequentando da qualche giorno un corso di Marketing per rimanere aggiornato (ma non è vero), ma vorrei morire dentro: sapevo che mi sarei imbattutto in atrocità, ma mai nemmeno nei miei incubi peggiori avrei immaginato tanti piuttosto che usati in senso disgiuntivo, come fossero eruzioni vulcaniche chilometriche che distruggono la già precaria civiltà dell’italiano. Nella fretta di abbreviare abbiamo scordato che non sempre, anzi quasi mai, presto è meglio. Ne sono sgomento. Neanche lo tirerei fuori questo argomento, ma insomma, se mi vieni a fare una lezione sulla comunicazione efficace a me che sono linguista e poi mi tiri fuori l’anglofilia più becera e incomunicabile solo perché ”con l’inglese risparmi tempo; l’italiano impiega una frase per esprimere un concetto”, beh se permetti mi scaldo, eccome: se ti informassi prima di aprire bocca e darle fiato sapresti che c’è una ragione storica e ben precisa del perché l’inglese comparativamente ha vocaboli più brevi; ma questa ragione non è perché tu possa esercitare chissà quale fascino linguistico su chi ti ascolta; per conto mio se affermi con convinzione che il problem solving e l’action learning siano concetti fondamentali e innovativi sei già un coglione. Tra l’altro mi sono sempre chiesto: il tempo che risparmi a dire skill in luogo di abilitàlink invece di collegamento, smart invece di intelligente, si può sapere dove te lo metti? Immagino su per il canale rettale, perché ogni volta che vengono pronunciate tali forzature d’infima qualità sento solo scoregge vocaliche, nient’altro.

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