Cronache, Diario

Commenti imbarazzanti e indesiderati

  • “Ma mangi??”

Foto presa da un gruppo facebook sulle MICI. Purtroppo l’atteggiamento dietro ogni dei precedenti commenti implica una certa critica o giudizio, seppur velato, che chi soffre si trova a dover subire.

Ribadiamo il concetto: se non ce l’hai, non puoi capire. se non riesci a capire, non giudicare; chiedi.

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Diario, Musica

Notturno n. 2

Intanto la materia deforma le ore, i giorni non si accordano tra loro, la necessità e lo scopo mancano da lungo tempo. Qui sopra non sentiamo altro che frastuono visivo. Siamo naufraghi nell’abbondanza, lo spirito si sente sempre più impoverito dalla difficoltà di scegliere davanti a quale grande potenza inginocchiarsi. Tuttavia non vuole inginocchiarsi. Perciò l’ideale sarebbe il nulla, irraggiungibile mondo di tranquillità a portata di mano. Questo è uno spirito stanco. Evitiamo ogni contatto strettamente necessario, sebbene ci sottomettiamo volentieri alla richiesta implicita di restare qui; e deploriamo questa porta che mal s’adatta ad accogliere le persone quando sarebbe meglio lasciarla muta e sigillata, nell’attesa che l’edificio crolli su se stesso con l’aiuto del prossimo terremoto. parlare di nulla, e come? morire è un concetto facile, è una negazione che tutti sanno spiegare. sentire la morte invece comporta una predisposizione, e nessuno meglio dello spirito notturno che qui si spiega lo vuole conoscere. di cosa aver paura? la sofferenza ne abbiamo già un bel bagaglio, sia dentro che fuori. il referente della morte non può arrecarci più danno di quanto abbiamo già attraversato. come spiegare la paura di rimanere qui per altri anni? il tempo sarà anche un concetto, ma fa più paura del nulla che ci attende. noi è solo un altro modo per affrontare il residuo che rimane davanti, intendendo con il plurale questo corpo e questo spirito animati, rovinati dai concetti: un plurale che ci serve per affrontare la solitudine di questo arido galleggiare nella vita. la vita ci sbeffeggia, e i vitalizi, coloro per i quali bisogna amare a tutti i costi, con le loro pretese di necessità logica, ci danno la nausea, peggio dei movimenti infiammatori intestinali; ma sarà fatta giustizia. placati nella sera, davanti a una pioggia infervorata, aspettiamo tuttavia una mano tesa, proprio quella, e anche quest’altra, e tutte insieme queste mani che cercano di afferrare lo spirito cadono inerti, afferrano un cumulo di bisogni evanescente. siamo come quel quadro di Turner, quello in cui la tempesta di neve senza la didascalia e il contesto appare all’occhio solo un insieme di schizzi e sbuffi di colori freddi. disprezzo dell’esistere e disperazione di saper vivere: siamo lacerati al punto di non voler più sapere.

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Un’altra giornata mondiale

All’incirca a partire dalle ore 10.45 di sabato 7 ottobre 2017 dell’era volgare, fu portato a termine da parte di uno qualunque dei settecentodiciassette pazienti in cura nell’ambulatorio speciale dell’ospedale Campomarte, il quale viveva dalla struttura pubblica a circa ottanta miglia, non senza una buona dose di imprecazioni, il primo tentativo assolutamente autonomo di quell’individuo di cambiare la borsetta vecchia con una nuova. Nella stessa giornata, a migliaia di miglia dall’abitazione del paziente B in varie nazioni oltreoceano, prendono avvio raduni e iniziative di poca risonanza nei mezzi di comunicazione di massa che celebrano la complessa condizione di stomizzato. Da Perth a Toronto, centinaia di persone che hanno sofferto, soffrono e soffriranno ancora a causa delle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI per amor di brevità) cercano di alleviare la propria pena condividendo la loro storia con chi vorrà ascoltarli. Chi scrive è proprio quel paziente B; vuole raccontare la sua storia in modo facile e comprensibile, ma incontra difficoltà a trovare le parole. In primo luogo perché le MICI hanno poco a che fare con le parole e molto a che fare con i gesti e le sensazioni; posso spiegare i procedimenti e le cure a cui ci si è sottoposti, ma nella storia clinica di B questa è solo una metà della verità. L’altra metà assomiglia di più a un romanzo, tanto le emozioni e i sentimenti ne prendono parte. Ma in una malattia come questa, almeno per quel che ci riguarda, quando si ha a che fare con i dottori, le intuizioni sensibili hanno nessun valore. Per esempio, il fatto che tale paziente B sia riuscito a superare l’avversione verso la sua nuova condizione di invalido e a controllare autonomamente il buon mantenimento dell’intestino che ora termina sul lato destro della parte inferiore dell’addome invece che nello sfintere anale come qualsiasi altro individuo ‘sano’, tale conquistata microautonomia a prezzo di notti insonni e veglie preoccupate è un valore buono per l’altra metà della storia. Qui si prova a delinearla in modo lucido, a posteriori, dopo aver assorbito gli incidenti di percorso e le difficoltà interiori ed esterne e aver ricomposto gli elementi nella memoria; là, nello spazio sociale, interverranno le regole degli atti comunicativi ad organizzare un riassunto della storia, in modo che il conoscente che chiede notizie sia rassicurato nella propria compassione.

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l’incubo

le tre di notte, e in camera oleggia uno strano odore. gli occhi si aprono, lenzuola e coperte vengono alzate dalle mani mentre gli occhi senza miglioramento cercano sul lato sinistro dove prima era visibile la pancia il presagio di quell’odore. ma sembra non esserci nulla, solo il sacchetto color carne attaccato all’epidermide.

non così cinque giorni fa. sul letto d’ospedale, con solo addosso il camice di coloro che sono stati tagliati e incollati di recente, il risveglio era stato causato dall’odore acido e dolciastro della gran quantità di umore corporale che dal nuovo centro del sistema creato artificialmente era così abbondante che aveva strappato la placca del sacchetto e si era riversato per tutto il letto.

erano stati fatti progressi, piccoli costanti progressi, alle sette e un quarto del tredicesimo giorno. ma l’angoscia del nuovo stato delle cose dominava sul cuore e sui sensi. l’ileostomia è una ferita aperta, uno sfintere nuovo sul mondo.

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La seconda volta

La prima volta non si scorda mai; la seconda ricorda la prima, ma è già più obliabile, perché ormai ci si abitua all’idea che a intervalli più o meno regolari, capiterà di nuovo. La mia seconda volta in ospedale non ha avuto le caratteristiche della novità, sebbene il luogo fisico fosse diverso dalla prima volta. Gli ospedali in fondo sono tutti uguali: gli infermieri di turno accendono le luci in camerata la mattina alle sei, ti svegliano per somministrare la terapia ed eventualmente fare prelievi, traccheggi un po’ con gli occhi chiusi per un altro quarto d’ora poi ti alzi (se sei in condizioni di farlo) prendi l’occorrente e vai in bagno per lavare via il sonno che recupererai quando più ti aggrada nel corso della giornata; poiché in ospedale le ore passano tra un pisolino, una conversazione generalista con altri compagni di sventura o una lettura approfondita (durante questi mesi mi sono pian piano reso conto che non potrò mai esser grato abbastanza all’inventore del kindle, il quale mi ha salvato dallo sperimentare valanghe di noia), lettura approfondita che durerà dai dieci minuti al quarto d’ora a seconda della fascia oraria o dalla tua propensione a cambiare attività o postura, per non affondare completamente il letto su cui sei adagiato la maggior parte della giornata. Una passeggiata lungo il corridoio è quello che occorre quando vengono a rifare i letti o dopo i pasti, sebbene in questo caso non sia strettamente necessaria data la quantità e la qualità del cibo – almeno nei reparti di Gastroenterologia.

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