Cronache, Diario

La nona di Will & Grace

Non è una sinfonia, ma nessuno può negare il suo statuto di capolavoro della televisione, che ha avuto un posto fondamentale nella cultura pop. undici anni dalla fine di uno show sono tanti. eppure è come se il tempo non fosse trascorso: la nona stagione si preannuncia gloriosa quanto le precedenti e il mio cuore scoppia di felicità. i richiami a episodi che un amatore conosce a memoria sono facilmente riconoscibili: e nel primo episodio dopo undici anni sono doverosi e scaldano il cuore, rendono familiari le nuove scene e le nuove situazioni a cui non eravamo più abituati perché ormai la storia di Will, Grace Jack e Karen era quella conclusasi nella stagione otto.

karen yay

l’episodio dall’affettuoso e proemiale titolo Eleven years later si apre nel salotto di Will, dove sono riuniti i quattro protagonisti che giocano alle sciarade: scena tipica e ricorrente che è come l’apertura di una porta verso un posto caldo e asciutto in una giornata di tempesta: lo spettatore viene di nuovo coinvolto nella familiarità del quartetto che ama. il contesto è cambiato: le ultime elezioni presidenziali hanno avuto l’esito che tutti conosciamo, e il commento dei nostri quattro è quasi unanime, con l’eccezione di Karen che approva per convenienza di classe sociale il nuovo stato delle cose. Will è alle prese con una protesta formale verso un membro del congresso, verso il quale ciononostante nutre una certa attrazione e che segretamente spera di conquistare, e viene aiutato nell’impresa da Jack, che si lamenta di vedere sempre le stesse facce su Grindr; Karen invece, grazie alla sua amicizia con first lady, procura a Grace nientemeno che un lavoro di ridecorazione della sala presidenziale. Così entrambe le coppie di amici si ritrovano alla Casa bianca, e il momento della collusione avviene quando scoprono la presenza l’uno dell’altra nella sede del “nemico”, ma non possono rimproverarsi che di non essere stati reciprocamente onesti. questa è la didascalia dell’episodio che essendo il primo di un’intera stagione funge anche da memento di quello che avevamo lasciato e indicazione per l’avvenire: non nascondersi da chi si ama è la politica vincente.

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Blogging, Musica

Passeggero

Il Tao è ovunque e si trova nel nulla.

Infatti nel mezzo dell’album più brutto della carriera della mia Queen, uno dei tre brani che preferisco. Certo, il testo non è nulla di che, parla di una che come al solito si innamora quindi si dà completamente al suo damerino lasciandogli ogni controllo della relazione, usando per tutto il testo la metafora del viaggio. Certo, Britney non sa neanche cosa sia una metafora, ma l’intero testo è proprio questo: una metafora del solito topos dell’amore (ossessivo) come appunto fosse un vagabondaggio e lei una turista di prima classe in braccio al moroso.

A una lettura più attenta, non mi lamenterò più della mia asessualità e solitudine. Il Tao lavora anche in questo senso! Rendo grazie al Tao per aver migliorato la mia autostima grazie al ribrezzo che scaturisce di fronte allo scempio delle mortali passioni.

Quotidianamente

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Musica

Le due artiste che sto ascoltando di più in questo periodo, i miei due amori musicali più importanti.

Quando il corpo è fragile tenta di recuperare le forze a cominciare dallo spirito, cui nulla fa più piacere che ritrovare vecchi amori intatti; si ricorda infatti di quei momenti felici cui per caso fu associata qualche frammento della discografia di entrambe le Queen.

La musica classica ha raggiunto un punto di saturazione. Ho bisogno di spensieratezza e brevi melodie semplici, come furono le epoche più felici del mio passato.

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Diario, Musica

Melodì speciale: Memento Pop

Will Young fu scoperto da uno dei primi spettacoli di talento all’alba del millennio: allora era un ragazzetto disinvolto – sembrava – e talentuosamente gaio che si era appena scoperto famoso, mentre io ero un bambino che ancora non aveva scoperto se stesso. Non so individuare precisamente il momento in cui uscì allo scoperto, ma quando fece furore facendo scoprire i Doors a milioni di adolescenti, che poi sarebbero diventati rocchettari a vari gradi e livelli, ricordo che la delicatezza della sua voce mi provocava sussulti e scossette in zone del corpo finora torpide.

Quattordici anni dopo, da qualche fotografia sulle reti sociali, qualche capello bianco s’affaccia in mezzo ai ciuffi mori, e il cambiamento, con barba e l’ispessimento dei tratti del volto, si fa evidente attraverso i lustri passati.

L’album che ho scoperto dunque è tanto più notevole in quanto, pur sotto la montagnola di aggiustamenti tecnologici e l’aggiunta di nuovi registri più gravi, ritrovo nelle canzonette il timbro lieve e voluminoso di una voce i cui armonici suonano ancora densi di significati che solo un bambino un po’ strano può ricevere.

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