Racconti

Viaggio a Kah

Nell’anno Kah inizia il viaggio.

Il principe Kairo è un reggente che governa donando bocconi ai vagabondi e cambiando menù ogni giorno nei ristoranti di cui è proprietario. Controlla il tempo su ogni regione del suo territorio, dai tranquilli pascoli e pianori dell’Ariene agli scoscesi e impervi territori sul Dinete, promette di sventare le nubi e i fenomeni temporaleschi più gravi; sui sette mari che confinano con il regno, fin dove la sua giurisdizione glielo permette, affonda i nemici della prosperità con l’aiuto fiero e baldanzoso delle Forze Acerbate. Certo, accorda grande importanza alle alleanze con gli altri principi suoi pari che costituiscono l’Energheia, ma è molto orgoglioso di avere un corpo così grande che comprende tutto un complesso di popolo, gente, massa e sacertulanti: i primi si occupano dei divertimenti, i secondi delle regole, i terzi di mangiare, i quarti sono privilegiati in quanto contemplano il suo Sorriso e lo venerano assumendone a sua volta i tratti. Narrano che il suo percorso per arrivare a Sorridere è stato rivoluzionario: dalle reti di solidarietà verso i poveri attraverso questue per incentivi verso i ricconi, non s’arrestò mai la sua attività, dalle prime tappe sotto il Casolare del nonno Vorajodi al giorno in cui fu introdotto sotto la Fonte Vigorosa, per il giubilo di tutto il nucleo familiare. Narrano che non vi sia violenza nel suo potere, e girando lo sguardo per le vie del terreno appare vero. Ma la verità ha tante facce quanti volti, e in un tempo non molto distante da un altro tempo più vicino si capirà che il Sorridente, in tempo immemore, ha sottoposto i suoi intendenti e il corpo intero a un percorso disciplinare molto lungo e rigoroso. In una delle biblioteche di questo corpo si trovò un giorno a lavorare un giovane Didascalico di nome Mihaet.

Comincia quindi il racconto di Mihaet, modello singolare occupato nello scrivere e per questo sempre sul punto di morire per sua stessa mano. Nel paese, ma di paese proprio non si tratta sotto un certo punto di vista fisico-geologico, avvenne che nacque in un bel giorno di tempo stagionale caldo un altro modello, o un’altra modella, o degli altri modelli. Alla nascita, essi furono osservati precisamente dai Guaritori che avevano deciso di generarli, e venne fuori che avevano una cellula Ereale, la quale li rendeva quindi adatti a vivere con altri modelli – infatti non tutti i modelli erano accolti nella vita collettiva di Kah, ma vi erano distribuiti dentro e fuori il territorio a seconda dei caratteri cellulari che mostravano alla genesi. Mihaet accolse questi o questo o questa sotto il suo focolare, e negli anni istruì i modelli o il modello o la modella, che crebbero forte e temprati dal fuoco. Mihaet era nato in mare, ma dal trentamilacinquecentoventisettesimo volume che aveva passato sotto gli occhi aveva imparato come si sviluppano i caratteri nei modelli. Doveva innanzitutto registrare sia la NP o Nomenclatura Personale, sia la NC o Nomenclatura Collettiva – quest’ultima si trovava nei registri del territorio, ma in quel tempo breve, pur pieno d’affetto nei confronti del nuovo modello o modella o modelli, aveva molto lavoro da portare a termine, quindi cercò di portare a termine i particolari musteri patristici riguardanti la genesi mentre compiva il ciclo notturno. Doveva inoltre insegnare loro il Linguaggio Assioma, ossia la serie di frasi che ripetute tra le Gentilità – così venivano definite le quattro parti sociali – costituivano la maggior parte delle sentenze ammesse alla pronuncia delle labbra sorridenti. Nel suo regno, la biblioteca, i modelli non dovevano mettere corpo; non avrebbero potuto fino a che fossero giunti alla Ricostituzione. Lascio scegliere alla fantasia del viaggiatore, gran lusso ai tempi dell’oggi, quale tra Loirute, Nivive, Rinaura, Tulaia e Quedestre fu il Fato scelto per il modello.

In una di queste due immagini viveva Mihaet:

Come accennato, in una di queste immagini abitavano anche coloro che non potevano vivere senza Sorriso quotidiano; poiché generalmente erano modelle, quelle che facevano parte del teatro vero, è necessario raccontare di almeno una di esse come la panna sul gelato (si voglia scusare l’antico paragone desunto dal tempo Antropornario).

Nel contesto dell’occupazione di Kah, ma non ne disdegnava anche fuori, Casilda schioccava le labbra delicatamente prima di fuoriuscire un’opinione (usiamo fuoriuscire in modo transitivo perché un sinonimo non esprimerebbe appieno l’evento che accadeva: in pochi tempi dal capo della modella un’opinione, perché ne aveva molte e già formate, schizzava a velocità supersonica attraverso i corpuscoli fino al palato, dove eruttava alta e contundente). Subito dopo, quell’opinione eruttava due, tre, quattro volte di seguito, finché l’ascoltatore inclinava il capo in segno d’assenso e rispondeva con un ‘verissimo’, a cui finalmente Casilda con tutta la gratitudine del mondo per essere stata approvata, distogliendo gli occhi e concentrandosi sul prossimo problema su cui opinare, girava la testa scuotendo il capo coperto da una maschietta, opera del parrucchiere Tertulliano. Le opinioni così formate erano l’essenza reale di Casilda; ma non era solo un’opinionista non pagata dalla Diffusione: era la vera voce dell’adzienda, quella che riferiva i pettegolezzi e le dicerie distorcendole solo un po’, a cagione del fatto che s’appropriava senza tregua delle cose accadute altrui come se le avesse vissute lei in prima persona. Si dice che non sopportasse modelli accanto a sé nelle faccende più alte dell’adzienda, e che avesse istruito in modo imperfetto fior di modelli allo scopo di poterli criticare con un sommo Sorriso durante la resa dei redditi.

Presto si sarebbe aperto un processo istruito dall’ufficio del personale che avrebbe visto imputato Mihaet, l’autore del libello. I capi d’accusa: aver disertato l’Evento creato dall’adzienda per i propri dipendenti e aver preferito spendere le ore di libera uscita forzosa nella sala di Accoglimento. Ma i giorni erano terminati, o quasi almeno: sgocciolavano da una notte all’altro giorno. Il verdetto era nell’aria inquinata, ma invisibile, incontrollabile per Mihaet, che ne aveva bisogno. Terminava o non terminava con un piccolo cambiamento? Il corpo si sarebbe sbriciolato ancora di più? Sembrò di sì. Allora le parole formarono eventi, eventi veri, indelebili, completamente diversi dagli occasionali incontri tra sconosciuti furbacchioni passanti lungo le vie immaginate di Kah; le parole erano la memoria degli alberi gettati nel cestino, incisa a caldo sulle loro cortecce. Nella memoria di Mihaet sarebbe rimasto colpevole di non aver stirato il suo Sorriso durante le ore di lavoro e di non aver voluto Sorridere alle impertinenze del reggente Kairo. Non sarebbero più stati ricevuti pacchi da uomini nella divisa più o meno scalcagnata del corriere per cui lavoravano, né avrebbe più curiosato tra lettere, contratti, comunicazioni, avvisi, procedure. Non lo riguardavano più.

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Sabbia

Per spalare sabbia, serve coraggio, grinta, determinazione, soprattutto nei campi di prigionia, diceva Fehrkem, che non li aveva mai frequentati. Ai tempi di Kah il coraggio era chiamato Faccialibro, un dispositivo che col tempo diventò un parafulmine sociale, mentre nei campi l’unico alimento era il budino di mais. Bisognava stringere i denti se si voleva evitare l’Essenzialità Alternativa.

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